Verona è stata esclusa dalla lista delle città italiane candidate a ospitare gli Europei di calcio del 2032, un evento organizzato congiuntamente da Italia e Turchia. La motivazione, come spesso accade, è una questione economica. Il sindaco Damiano Tommasi ha spiegato nei giorni scorsi che per rendere sostenibile la ristrutturazione del Bentegodi sarebbe stato necessario un sostegno pubblico all’investitore privato superiore al 15% del totale, limite massimo previsto dal governo per il cofinanziamento. Una percentuale che, secondo lui, non è sufficiente.

Il dibattito si è sempre concentrato quasi esclusivamente sulla ristrutturazione in loco dello stadio Bentegodi. Un’ipotesi che comporterebbe la costruzione preliminare di un impianto temporaneo, con un costo stimato intorno ai 200 milioni di euro: una cifra enorme, che renderebbe inevitabile un intervento pubblico massiccio e difficilmente giustificabile ai cittadini. Vale dunque la pena chiedersi se questa sia davvero l’unica strada percorribile.

L’area attuale del Bentegodi, comprensiva di parcheggi, verde e infrastrutture viabilistiche, occupa oltre 220.000 metri quadrati, quasi quattro volte la superficie del nuovo Gewiss Stadium di Bergamo, che si estende su circa 57.000 metri quadrati. Un’area enorme che, gestita diversamente, potrebbe diventare la chiave per sbloccare l’intera operazione. Anziché ristrutturare il Bentegodi costruendo prima un impianto temporaneo, si potrebbe edificare direttamente un nuovo stadio nell’area limitrofa di via Sogare, che comprende l’attuale stadio Olivieri e il suo ampio parcheggio, anch’esso collegato con la tangenziale, per una superficie complessiva di circa 58.000 mq, del tutto analoga a quella del nuovo impianto bergamasco.

La tangenziale diventerebbe così un separatore naturale tra l’impianto sportivo e il quartiere residenziale, riducendone le conflittualità che oggi si verificano in occasione delle partite. Una scelta simile libererebbe ingenti risorse. La superficie attualmente occupata dal Bentegodi, sommata alle aree verdi e ai parcheggi circostanti, ammonta a oltre 150.000 metri quadrati: una parte potrebbe essere valorizzata per contribuire a finanziare il nuovo stadio, riducendo così la quota di denaro pubblico necessaria; una parte destinata a realizzare il tanto atteso parco della Spianà; una parte, infine, a ospitare progetti di housing sociale e a nuove attrezzature sportive per la città.

Non si tratterebbe semplicemente di costruire uno stadio nuovo: sarebbe un progetto di rigenerazione urbana di ampie dimensioni, capace di ricucire parti della città oggi scollegate. Il nuovo impianto potrebbe fungere da cerniera tra il futuro parco della Spianà, il centro medico Don Calabria, il Payanini Center — la cui destinazione è ancora tutta da definire — e il Palasport: funzioni oggi isolate che potrebbero invece essere integrate in un polo sportivo di rilievo nazionale.

C’è un ultimo punto che merita di essere sottolineato. Le sorti sportive dell’Hellas Verona non dipendono dalla qualità dello stadio in cui gioca, ma dalla solidità della società. Tenere distinti i due piani è fondamentale per valutare lucidamente l’investimento: uno stadio moderno, accessibile e integrato nel tessuto urbano è un’infrastruttura per la città, non un regalo a una squadra di calcio.

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