La sera di domenica 12 aprile 2026, nelle piazze del centro di Budapest sembrava che si fosse vinta la Coppa del Mondo: la gente si abbracciava, ballava, sorrideva. Era la fine di una cappa di piombo durata sedici anni.

Tutto era cominciato pochi mesi dopo la vittoria schiacciante del Fidesz di Viktor Orbán nell’aprile 2010 contro un inetto governo dei socialisti che, dal prendere gli ordini da Mosca, erano passati a subirne da Washington. Un esempio? L’accensione di un prestito dal Fondo Monetario Internazionale, che non solo imponeva il pagamento delle rate, ma dettava anche le modalità di spesa pubblica. Una decisione molto apprezzata di Viktor Orbán fu quella di estinguere subito il mutuo, ma nelle settimane seguenti ne prese poi altre molto più discutibili, tutte allo scopo di limitare fortemente la possibilità di perdere in futuro il potere appena conquistato.

La prima mossa fu sciogliere la società che gestiva la TV pubblica, sostituita da una nuova emittente con giornalisti fedeli al nuovo governo. Una situazione difficile da immaginare per un italiano: in sedici anni, l’opposizione ha avuto voce solo poche volte, e per pochi minuti. Nel corso della campagna elettorale del 2022 al leader dell’opposizione, Péter Márki-Zay, fu concesso di parlare solamente per una manciata di volte ma per appena cinque minuti, esattamente per 300 secondi, e rigorosamente in orari di bassi ascolti.

Nel 2010 con oltre due terzi dei seggi in Parlamento, Viktor Orbán riscrisse la Costituzione ungherese mettendo, fra l’altro, la Magistratura e la Corte costituzionale sotto il controllo del governo. La dittatura di Viktor Orbán non è stata sanguinaria, ma opporsi a lui significava la morte civile: perdita del lavoro, emarginazione o emigrazione. Molti dettagli del regime orbaniano sono contenuti nel rapporto dell’europarlamentare olandese Judith Sargentini, in seguito al quale nel settembre 2018 si avviò la procedura di sospensione del diritto di voto nelle sedi europee per il governo ungherese, ai sensi dell’art. 7 del Trattato di Lisbona. La procedura fu poi interrotta, come ampiamente previsto, a causa del sostegno a Budapest dei governi amici, quelli del cosiddetto gruppo di Visegrad.

Uno degli ungheresi che dovettero emigrare fu il professor Stefano Bottoni, storico italo-ungherese, che ha avuto modo di spiegare nei giorni scorsi su Radio Radicale perché le elezioni ungheresi siano un evento di portata storica per l’intera “internazionale illiberale”, analizzando il paradosso per cui il sistema elettorale costruito da Viktor Orbán per perpetuarsi ora consegni a Péter Magyar (si pronuncia all’incirca /modior/) una maggioranza dei due terzi, e sottolineando che conservazione o progresso non corrono più sull’asse “destra” o “sinistra” ma su quello di “ulteriore integrazione europea” oppure “smantellamento dell’Unione Europea”.

La democrazia, si sa, non è solo votare ogni 4-5 anni. È anche magistratura indipendente, media liberi, aziende non asservite e libertà di associazione. In Ungheria, tutto questo non esiste da 16 anni. Ma domenica sera e ancora il lunedì mattina, gli ungheresi sorridevano per le strade: il sollievo è enorme, la speranza per il futuro è palpabile.

Viktor Orban

A Viktor Orbán va riconosciuto il merito di aver rispettato i risultati elettorali senza annullare le elezioni per cercare di mantenere il potere, magari dichiarando uno stato di emergenza, che poteva anche essere la logica conseguenza delle sue infondate affermazioni secondo cui l’Ucraina si stesse preparando ad invadere l’Ungheria, cercando di seminare paura per raccogliere voti.

Il suo sistema è crollato perché tutti gli ungheresi, tranne una ristretta cricca intorno al potere, hanno visto diminuire fortemente il proprio reddito negli ultimi quattro anni e perché due anni fa Péter Magyar ha cominciato a percorrere il Paese in lungo e in largo, in particolare nelle campagne, dove risuonava solo la voce del governo, che ha occupato TV, radio, giornali, siti internet, università e istituzioni culturali.

Era successo che un giornalista di inchiesta indipendente del piccolo sito 444.hu, all’inizio di febbraio 2024, avesse scoperto la grazia concessa, nell’aprile 2023, a un uomo condannato a più di tre anni di carcere per aver coperto gli atti di pedofilia perpetrati dal direttore di un orfanatrofio sui minori residenti, costringendo alcuni di loro a ritrattare le accuse.

A seguito delle ampie proteste popolari, a metà febbraio 2024 Katalin Novák si dimise dalla carica di Presidente della Repubblica, mentre Judit Varga, figura di spicco del partito Fidesz, rinunciò al suo ruolo di capolista per le imminenti elezioni europee, in quanto come ministro della Giustizia aveva controfirmato la grazia.

Péter Magyar, dirigente di medio livello di Fidesz e marito di Judit Varga fino al 2023, accusò il governo di essersi nascosto “dietro le gonne delle donne” e di proteggere i veri responsabili. Fondò il partito Tisza che prese il 30% dei voti alle elezioni europee del 2024 e quest’anno il 52%, con un record assoluto di votanti, vicino all’80%. È risaputo che nelle dittature le persone non sono inclini al voto, infatti sovente diventa un obbligo, come ad esempio in Corea del Nord, ma la situazione cambia se si percepisce che ci sia una reale possibilità di cambiamento. È quanto è successo in Ungheria.

Una delle prime misure annunciate da Péter Magyar è quella di limitare a due mandati la carica di primo ministro – un potente strumento per una democrazia sana – che vuol dire anche chiudere definitivamente il complessivo ventennio di Orbán (quattro anni a cavallo degli anni Duemila e sedici dal 2010 al 2026).

L’Ungheria esiste sulla mappa politica europea anche per il suo forte carattere nazionale – altrimenti, da secoli, sarebbe stata assorbita dal mondo austriaco, che l’aveva liberata dall’occupazione turca ma poi dominata. Del resto, essa è un’isola linguistica in mezzo al mondo slavo e, insieme ad austriaci e romeni, divide gli slavi del nord dagli slavi del sud.

Si tratta ora di ricostruire la democrazia ungherese, probabilmente ormai vaccinata dagli autoritarismi interni, cominciando con l’adesione alla procura europea anticorruzione, la riforma dei media pubblici, lo sblocco dei fondi europei congelati, l’azione giudiziaria contro gli oligarchi del sistema e tanto altro, inclusi alcuni aggiustamenti costituzionali.

In un quadro internazionale molto difficile, possiamo sperare di vedere all’opera nei prossimi mesi un democratico di destra, nazionalista ma europeo, attento alla diversità ma anche all’unità dell’Europa e per la quale anche la piccola Ungheria può dare un suo modesto ma importante contributo.

Marco Spazzini

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