Un sottile ma potente filo conduttore ha attraversato con chiarezza il dibattito intitolato “Geopolitica tra guerre, economia, diritto internazionale: la chiamata per l’Europa“, che si è svolto ieri presso il Palazzo Da Lisca, organizzato dal Circolo Matteotti di Verona e moderato da Anna Lisa Nalin. Questo filo invisibile ma palpabile ha espresso con forza una profonda inquietudine riguardo alla complessa e delicata situazione internazionale attuale, accompagnata da un’urgente e imprescindibile necessità di intervenire con tempestività, prima che le conseguenze diventino irreversibili e ormai fuori controllo.

Non si è trattato semplicemente di un convegno tecnico o accademico sull’attualità geopolitica, ma di una vera e propria radiografia morale dell’Europa contemporanea, sospesa in un equilibrio precario tra il peso gravoso del passato storico e le grandi opportunità di sviluppo e rinascita che il futuro potrebbe ancora riservarle.

A evocarlo con maggiore forza è il senatore Enrico Borghi, membro del COPASIR e autore del libro “Sotto attacco“: «Penso alle immagini dell’Ucraina, ma anche dei giovani della Georgia, alle luci in Ungheria, alle proteste di Minneapolis. Un mosaico di tensioni e richieste che, viste “a volo alto”, diventano qualcosa di più: una chiamata per l’Europa».

Non una chiamata retorica, ma una pressione storica. Perché, insiste Borghi, il paradosso è evidente: «Mentre l’Europa viene spesso raccontata come debole o irrilevante, nel mondo cresce una domanda implicita proprio per quel modello fatto di democrazia, libertà e diritti. Da qui la necessità di ripartire dai fondamentali. Perché dobbiamo ricordarci che l’Europa è il più straordinario esperimento riuscito di pace, di libertà individuali e di partecipazione collettiva. Basta guardare fuori dai confini del continente: i sistemi autoritari aumentano, le democrazie diminuiscono, le guerre si moltiplicano». In questo scenario, l’Europa appare come un’eccezione storica, un’isola imperfetta ma ancora unica.

Eppure, proprio questa eccezione rischia di restare indifesa. La metafora scelta dal senatore è chirurgica: «Un erbivoro in un mondo di carnivori tanto lontano non va». Tradotto in politica, significa una cosa sola: senza una vera integrazione su difesa, sicurezza e politica estera, l’Europa resterà un gigante economico e un nano strategico.

Il punto si fa ancora più politico quando Borghi sposta il focus sull’Italia. «Arriverà il momento in cui qualcuno dirà: io parto, chi vuole stare con me stia con me». È il tema della cooperazione rafforzata, ma anche della scelta. «Noi cosa vogliamo fare? Dipendere in tutto e per tutto dagli Stati Uniti o costruire una nostra autonomia? Se non diamo una risposta concreta a queste domande il nostro Paese rischia una dimensione di irrilevanza.»

Se Borghi traccia il quadro politico, Giorgio Anselmi, presidente della sezione veronese della Casa d’Europa, ne approfondisce la struttura partendo dal concetto di policrisi. «Viviamo in un’epoca di crisi multiple», afferma e poi le elenca, attraversando quindici anni di shock globali, dalla crisi finanziaria alla pandemia, fino alla guerra in Ucraina. «L’Europa ha dimostrato di essere sicuramente capace di reagire, ma non ancora di “agire”. Ha saputo reggere agli urti, ma mai anticiparli ed evitarli. Eppure, va sottolineato, senza quelle reazioni efficaci l’Europa sarebbe letteralmente saltata». Una sorta di resilienza senza strategia, come una nave che sa resistere alle tempeste ma fatica a tracciare la rotta. La sua rotta

Da qui emerge un concetto interessante: non esiste ancora una vera “ragione di Stato europea”, ma stanno emergendo ragioni di Stato nazionali che, per convergenza, producono effetti comuni. È un passaggio intermedio, fragile ma reale. «Non era scontato», insiste Anselmi, ricordando le decisioni unanimi su Ucraina e sanzioni alla Russia. Il problema, però, resta la politica estera dell’Unione. «Al momento è solo un insieme di politiche estere», dice, perché ogni Paese vede il mondo da una prospettiva diversa. L’Estonia guarda alla Russia con occhi diversi dal Portogallo. E senza una statualità federale, questa frammentazione resta. Eppure, l’Europa non è un destino scritto. «Non abbiamo perso nulla, la battaglia è in corso». Anselmi rifiuta la retorica del declino inevitabile e rilancia un’idea quasi pedagogica: l’Europa si farà perché è necessaria, non perché è bella.

Da sinistra Anselmi, Nalin, Borghi, Guaraldo De Ruvo

In questo intreccio si inserisce la voce più critica, quella di Giuseppe De Ruvo, docente Fondamenti del Pensiero Strategico dell’Università di Verona, che invita a “chiamare le cose con il loro nome”. Il mondo attuale, sostiene, è entrato in una fase rivoluzionaria in cui le vecchie categorie non funzionano più. E in questa fase, alcune alleanze tradizionali mostrano crepe evidenti. «America e Israele non fanno i nostri interessi», afferma senza ambiguità, indicando una divergenza strategica che colpisce direttamente l’Europa. Il suo ragionamento è pragmatico, quasi geopolitico in senso classico: «L’Europa è un continente che vive di commercio e importazioni energetiche, dunque vulnerabile per definizione. Noi esistiamo finché restano aperti gli stretti – da Hormuz a Suez, passando per il Canale di Sicilia – che ci connettono al mondo». In questo quadro, l’autonomia energetica non è un lusso ideologico, ma una necessità materiale.

Infine, il discorso si apre su un piano più filosofico con Olivia Guaraldo, docente di Filosofia Politica all’Università di Verona. Il suo intervento sposta lo sguardo dalla geopolitica alla coscienza. «Abbiamo davvero dato la democrazia per scontata?», chiede, ricordando come siano spesso altri, ai confini dell’Europa, a reclamarla con più forza. «L’Europa non è solo un progetto istituzionale, ma un orizzonte da immaginare.» Guaraldo critica quella che definisce “autoflagellazione europea“, un atteggiamento che rischia di diventare sterile. «Criticare tutto diventa autoassolutorio», dice, «perché libera dalla responsabilità di costruire. Al contrario, serve uno sforzo immaginativo, soprattutto per le nuove generazioni, già europee per esperienza prima ancora che per identità.»

Alla fine, l’Europa si presenta come un organismo ancora incompleto, attraversato da numerose contraddizioni profonde, ma che al tempo stesso appare inevitabile e necessario. Si tratta di un progetto ambizioso che non può più permettersi di restare sospeso o bloccato nel tempo. Nel mondo che si sta progressivamente ridisegnando intorno a noi, l’Europa somiglia sempre più a un cantiere aperto, esposto sotto un cielo instabile e mutevole.

Può continuare a restare in questo stato di incertezza, accumulando ulteriori ritardi e crepe sempre più profonde, oppure può decidere di trasformarsi in un’architettura finalmente solida e duratura. La differenza cruciale, come suggeriscono tutti gli interventi, non sarà di natura tecnica ma esclusivamente politica. E, in ultima analisi, sarà anche e soprattutto culturale.

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