La camera a mano segue Alex, ne inquadra il volto, osserva senza stacchi di montaggio la sua esibizione; Alex si trova su un palco di un locale dove la sera vengono allestiti spettacoli di stand-up comedian; Alex su quel palco c’è finito un po’ per caso e un po’ per destino, dopo essersi separato dalla moglie senza un’apparente motivazione. La sua è un’esibizione goffa, che piace proprio perché è sincera dato che racconta dei problemi coniugali con un candore che appartiene solo agli innocenti.

È l’ultima battuta? di Bradley Cooper parte da questa premessa per affrontare la crisi matrimoniale di una coppia che ha smesso di capirsi dopo quasi trent’anni di unione. Non è un film però volto a cavalcare l’astio dei “non detti”, come messo in scena da Ingmar Bergman (Scene da un matrimonio) o Robert Benton (Kramer contro Kramer) e che cerca dunque nell’isteria e nella rabbia una catarsi per elaborare il lutto di una relazione ormai finita. Cooper con una regia posata e intima che pare andare in contrasto con i suoi due precedenti film (A star is born e Maestro), scava nei volti dei suoi personaggi per scovare una nuova scintilla pronta a far esplodere nuovamente il rapporto tra i due. Questo perché Alex non era infelice del matrimonio come unione tra due soggetti, ma nel matrimonio.

Una differenza di proposizioni, esplicativa però di una crisi individuale e non del concetto di matrimonio. Così È l’ultima battuta? diventa un film che gioca di rimessa, di passi indietro sia da un punto di vista registico – ma un passo indietro con accezione positiva rispetto al manierismo di Maestro – sia di predominazione dell’individuo sull’altro individuo.

A volte fallire è un bene

Se prima Alex e sua moglie Tess vedevano il loro rapporto come una lotta per dominare l’immagine positiva che ognuno aveva dell’altro, tramite un percorso individuale – lui grazie la stand-up, lei ritorna al professionismo della pallavolo – scoprono che il problema maggiore era dato dall’impossibilità di abbattere la patina di “potenza” che ognuno vedeva nell’altro. Ne nasce, dunque, un film che è una dichiarazione alla possibilità dell’infelicità, al fallimento sentimentale da cui però si può sempre rinascere.

L’idea perciò di un cinema adito a distruggere quel senso di costante benessere che viene venduto oggi dalle immagini presenti sui nostri social e che diamo in pasto continuamente ai nostri conoscenti. Ed è proprio in questo spirito di rivalsa che Cooper racchiude un’idea di cinema prepotentemente statunitense, magari stucchevole, ma che è figlia di un percorso che l’attore e regista ha intrapreso fin da A star is born, in cui viene analizzato il concetto di performance in relazione alle ripercussioni di chi la compie. Under Pressure dei Queen con David Bowie a fare da collante nel finale non è di certo un caso.

Il trailer del film

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