Si è svolto il 26 marzo 2026, dopo i saluti introduttivi a cura di Giuseppe Comotti, direttore del dipartimento di Scienze Giuridiche dell’Università di Verona, il convegno finale del progetto PRIN2022 “University Dispute Resolution” (UDR), finanziato dal Ministero dell’Università e della Ricerca nell’ambito dei fondi NextGenerationEU e in linea con gli obiettivi del PNRR, un’iniziativa che introduce strumenti concreti per la gestione consapevole dei conflitti tra studenti.

Sviluppato dalle Università di Bologna e Verona, UDR si propone di promuovere una cultura della mediazione anche all’interno degli atenei, dove il conflitto è sempre più parte delle dinamiche quotidiane.

Università e conflitti: perché serve un nuovo approccio

L’università è sempre più un luogo di relazioni complesse, in cui il confronto tra studenti può trasformarsi in tensione o conflitto. Per comprendere la portata del fenomeno, il progetto ha condotto un’indagine empirica su oltre 3.000 studenti dell’Università di Verona.

I risultati mostrano come i conflitti siano presenti, spesso in forme latenti, soprattutto nelle relazioni tra pari, creando un impatto significativo sul benessere psicologico e sul rendimento accademico. Dall’indagine emerge anche una chiara preferenza per la mediazione tra pari.

Il progetto UDR: origine, obiettivi e dimensione internazionale

Il progetto UDR nasce proprio da questa esigenza: costruire strumenti che permettano di gestire i conflitti in modo consapevole, trasformandoli in occasioni di crescita e contribuendo a un impatto culturale significativo all’interno delle istituzioni.

Come illustrato da Alberto M. Tedoldi, responsabile scientifico del progetto di ricerca UDR, professore ordinario di Diritto Processuale Civile, e direttore del Centro di Ricerca interdipartimentale Neg2Med – Negoziare per Mediare, il progetto si inserisce in un contesto europeo più ampio, prendendo spunto da esperienze sviluppate in Spagna dal 2022.

Grazie al contributo degli assegnisti di ricerca Anastasia Montefusco e Diego Tilola, e alla collaborazione tra diverse realtà accademiche, UDR si configura come un percorso di ricerca e sperimentazione che unisce teoria e pratica: un “incontro polifonico” di competenze.

I saluti iniziali del convegno a Scienze Giuridiche dell’Università di Verona. Foto di Elena Guerra

Mediazione e dialogo: il conflitto come risorsa

Al centro del progetto vi è una nuova visione del conflitto, come evidenziato da Alberto M. Tedoldi. Richiamando Eraclito, ha ricordato che “polemos è padre di tutte le cose”, sottolineando come il conflitto non sia un’anomalia, ma una dimensione strutturale dell’esperienza umana.

Ha inoltre richiamato il significato di EIMI (εἰμί), soffermandosi sull’origine del termine “io” nella radice greca, per sottolineare il legame tra identità individuale e relazione con l’altro.

Da qui nasce l’esigenza di superare la logica amico-nemico per adottare un approccio dialogico. «Occorre proporre modalità nuove di connettersi e parlare», valorizzando il dialogos come spazio di ascolto e confronto. Centrale è anche il ruolo dei giovani: «Studenti che si impegnano ad aiutare altri studenti nella mediazione, nel dialogo, nel confronto» così conclude Tedoldi.

L’obiettivo finale è: contribuire a creare qualcosa di stabile e riconosciuto all’interno dell’istituzione universitaria.

Una sfida per il diritto: tra teoria e sperimentazione

Marco Torsello, componente del team di ricerca UDR e professore ordinario di Diritto Privato Comparato, ha sottolineato il carattere innovativo del progetto.

La ricerca sul campo e la creazione di strumenti concreti non sono tradizionalmente centrali nel lavoro dei giuristi, ma proprio per questo UDR assume un valore particolare.

Il modello UDR: un sistema ibrido e orientato alla comunità accademica

Nel suo intervento, Diego Tilola, assegnista di ricerca del progetto, ha approfondito il modello UDR, ispirato all’esperienza spagnola ma adattato al contesto universitario italiano.

Il progetto prevede un organismo dedicato sia alla gestione dei conflitti sia alla promozione della mediazione, configurandosi come un modello “ibrido” capace di orientare le parti verso il percorso più adeguato.

Centrale è il coinvolgimento degli studenti: i peer mediator, non sono solo facilitatori ma sono parte integrante di un sistema che nasce nella comunità universitaria e ne riflette i bisogni.

Foto da Unsplash di Kenny Eliason

Come funziona lo sportello di mediazione UDR

Anastasia Montefusco, assegnista di ricerca del progetto, ha illustrato il funzionamento dello sportello di mediazione, progettato per essere accessibile e user friendly.

Il servizio si attiva tramite email ed è gestito da una segreteria che coordina le attività e valuta l’ammissibilità dei casi, escludendo conflitti verticali e situazioni gravi come molestie o violenze.

Il percorso prevede diverse fasi: il contatto con i peer mediator e colloqui preliminari svolti individualmente con ciascuna parte, durante i quali viene valutato lo strumento U.d.R. più adatto tra quelli messi a disposizione dello Sportello. Se vi è consenso, si può arrivare a un incontro congiunto.

L’esito può essere positivo, negativo oppure di mediazione non effettuata. Al termine dell’ultimo incontro viene rilasciato un questionario di gradimento. Segue una fase di follow-up dopo 15 giorni.

Accanto allo sportello, il Talent Mediation Program offre opportunità formative tramite tirocini, promuovendo la cultura della mediazione tra gli studenti.

Il World Café: progettazione partecipata e confronto attivo

Tra i momenti più significativi del convegno, la sessione laboratoriale in formato World Café ha rappresentato uno spazio di confronto dinamico e partecipativo. Presidiato da Federica Amici, avvocata, mediatrice, facilitatrice e componente “Neg2Med, da Alfonso Lanfranconi, formatore e mediatore, vicepresidente EIMI e componente “Neg2Med e da Elena Guerra, dottoranda nell’Università di Verona e componente “Neg2Med, questa metodologia ha permesso ai partecipanti – studenti, docenti e professionisti – di lavorare insieme in gruppo, favorendo lo scambio di idee, esperienze e proposte operative.

L’obiettivo era raccogliere osservazioni concrete e immaginare possibili sviluppi del modello UDR all’interno della comunità universitaria: un contesto in cui il dialogo diventa strumento di costruzione collettiva e in cui emergono soluzioni condivise, frutto della pluralità dei punti di vista.

La lavagna con tutte le idee condivise dai partecipanti durante il Work Cafè. Foto di Anastasia Montefusco.

Mediazione interculturale: comprendere il conflitto nella diversità

Un ulteriore spunto di riflessione è stato offerto da Agostino Portera, professore ordinario di Pedagogia Generale e Interculturale, direttore del Centro Studi Interculturali e del Master Intercultural Competence and Management, ha introdotto il tema della mediazione interculturale come chiave di lettura fondamentale nei contesti contemporanei.

In questa società, dove la pluralità è sempre più presente, i conflitti nascono non solo da divergenze individuali, ma anche da differenze di valori, linguaggi e visioni del mondo.

Richiamando la logica oppositiva del “mors mea, vita tua”, ha evidenziato come la mediazione rappresenti un processo educativo capace di decostruire stereotipi, favorire l’ascolto e costruire ponti tra le differenze.

Foto da Unsplash di Nathan Dumlao

Giustizia riparativa e mediazione

Elisa Lorenzetto, professoressa associata di Diritto Processuale Penale, ha approfondito il legame tra mediazione e giustizia riparativa, rafforzata dalla riforma Cartabia, che ne ha ampliato l’applicazione nel sistema penale italiano. Al centro vi è un cambio di prospettiva: il reato non è più solo violazione della norma, ma una frattura nelle relazioni tra le persone.

La giustizia riparativa si affianca al sistema penale tradizionale intervenendo su quelle definite “eccedenze del reato”, cioè su ciò che il processo non riesce a risolvere, in particolare sul piano relazionale. Si distingue per la sua flessibilità, potendo essere attivata in qualsiasi fase, e per una partecipazione ampia e inclusiva.

In questo contesto, la mediazione diventa uno strumento fondamentale per ricostruire legami, promuovere il riconoscimento reciproco e favorire un’assunzione di responsabilità che non sia solo giuridica, ma anche personale e comunitaria.

La centralità delle persone e della comunità

Su questa linea si inserisce l’intervento di Anna Tantini, mediatrice e formatrice presso la Fondazione Don Calabria e componente “Neg2Med”, che ha sottolineato come il sistema tradizionale, per lungo tempo, sia stato centrato esclusivamente sull’autore del reato.

Oggi emerge la necessità di considerare il conflitto come un’esperienza collettiva, che coinvolge non solo chi lo vive direttamente, ma anche familiari, amici e contesti sociali. Si crea così una comunità del conflitto, in cui esperienze, sofferenze e bisogni devono essere riconosciuti e ascoltati.

Strumenti come i “circle” offrono uno spazio concreto a questa dimensione di confronto in cui tutti hanno pari dignità e possibilità di parola, favorendo la condivisione di pensieri ed esperienze. L’obiettivo non è solo risolvere il conflitto, ma attivare un processo di trasformazione.

Foto da Unsplash di Davide Ragusa

Facilitazione e intelligenza collettiva

La riflessione si è ampliata ulteriormente con il contributo della dottoressa Federica Amici, co-fondatrice di Spazio Gaia e consigliera dell’associazione Verso, che ha introdotto una prospettiva interdisciplinare centrata sulla facilitazione e sull’intelligenza collettiva. Partendo dall’idea che l’essere umano sia una realtà “trina” – biologica, psicologica e storico-sociale – Amici ha richiamato la teoria dei tre cervelli: quello rettiliano, legato alla dimensione istintiva; quello emotivo, associato alla sfera affettiva; e quello razionale, sede del linguaggio e del pensiero.

Questa visione evidenzia come il comportamento umano sia guidato da dinamiche complesse, non sempre consapevoli o razionali, rendendo insufficiente una gestione del conflitto solo attraverso la logica. La facilitazione è definita come il “cantiere” dell’intelligenza collettiva, uno spazio in cui il gruppo attiva processi partecipativi per costruire soluzioni condivise.

Il facilitatore accompagna il processo mantenendo un equilibrio tra due dimensioni: la partecipazione di tutti e il raggiungimento degli obiettivi. Il fine è promuovere una partecipazione reale, in cui le persone siano protagoniste attive nella costruzione delle soluzioni.

Il ruolo degli studenti e dei peer mediator

Uno degli elementi più innovativi del progetto è il coinvolgimento diretto degli studenti, in particolare dei peer mediator.

Si tratta di studenti formati, grazie al TALCMediatori di domani in azione: tecniche e strumenti per la gestione dei conflitti tra pari“, per accompagnare i propri pari nella gestione dei conflitti. Il modello “di studenti per studenti” rappresenta un valore aggiunto fondamentale, capace di rendere la mediazione più accessibile all’interno della comunità universitaria.

La voce degli studenti: esperienza e impatto

A chiudere il convegno è stata la testimonianza studentesca. Un momento che ha restituito in modo diretto il senso più concreto del progetto.

Dalle parole e dalla presentazione degli studenti coinvolti quali Anna Paletti, Riccardo Cannaviello, Serena Libardi e Silvia Ventura, emerge una forte esigenza di confronto autentico, ma anche la volontà di essere parte attiva nella costruzione di soluzioni.

Queste le parole di Anna, una delle studentesse coinvolte nel progetto: «Essere parte dello sportello permette di arricchirsi di nuove esperienze. Permette di comprendere che quello che non va nelle nostre relazioni spesso deriva da contrasti di valori, bisogni e mancanze nel riconoscimento delle emozioni proprie e altrui. Lo sportello può diventare un grandissimo strumento di amplificazione in ambito universitario che sensibilizza all’apertura al mondo dell’altro, alla riflessione e al riconoscimento.»

Il futuro della mediazione nell’università

Il progetto UDR rappresenta oggi un modello innovativo, capace di contribuire alla diffusione di pratiche collaborative e inclusive nelle università italiane. Rendere la gestione dei conflitti parte integrante della vita accademica, rafforzando il benessere della comunità studentesca e formando studenti non solo competenti, ma anche consapevoli e responsabili nelle relazioni.

Un cambiamento culturale che parte dal dialogo e che, nelle parole dei protagonisti, punta a costruire qualcosa di duraturo: un nuovo modo di vivere il conflitto, non come ostacolo, ma come occasione di crescita condivisa.

Foto da Unsplash di Simon Maage

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