«In Spagna, grazie alle rinnovabili, l’energia costa 14 euro/MWh contro gli oltre 100 in Francia, Germania e Italia». Sono recenti parole del premier spagnolo Pedro Sánchez che hanno avuto una vasta eco. Davvero l’energia in Spagna costa un settimo rispetto agli altri grandi Paesi europei? La risposta è: solo in alcuni momenti particolari.

In realtà, il prezzo all’ingrosso in Spagna è mediamente circa il 50% inferiore a quello italiano: un divario comunque enorme quando si parla di energia. Al di là di qualche comprensibile forzatura tecnica usata da Sánchez per scopi di politica interna, va riconosciuto che la Spagna ha investito massicciamente nelle energie rinnovabili negli anni scorsi e sta oggi raccogliendo i frutti di quella scelta.

l dato a cui si riferiva il premier spagnolo è il prezzo all’ingrosso dell’energia elettrica, in Italia il PUN (Prezzo Unico Nazionale), che rappresenta il riferimento principale per la formazione del prezzo in bolletta per i clienti finali. Si tratta di un prezzo orario, diverso per ciascuna delle 24 ore della giornata, che viene poi aggregato in fasce (ore di punta, piene e vuote) e per zone geografiche, da cui si ricava un valore medio giornaliero e mensile. 

Il PUN ed il meccanismo del prezzo marginale

ll PUN orario nasce dalla contrattazione in borsa tra produttori e acquirenti di energia. In Italia questo mercato è gestito dal Gestore dei Mercati Energetici (GME). L’offerta di energia proviene da centrali a gas, idroelettriche, eoliche (quando c’è vento), fotovoltaiche (durante le ore di sole), geotermico e, in misura minore, da altre fonti. Le rinnovabili hanno la priorità di dispacciamento, ma il prezzo orario è determinato con il meccanismo del prezzo marginale. In pratica il prezzo è determinato dall’ultima offerta necessaria a soddisfare la domanda della rete: se l’ultimo megawattora proviene dal fotovoltaico, il prezzo sarà vicino allo zero; se invece arriva da una centrale a gas, il prezzo sarà molto più alto.

Secondo un’analisi di Ember relativa ai primi mesi del 2026, in Spagna il gas ha determinato il prezzo dell’energia elettrica solo nel 15% delle ore, mentre in Italia lo ha fatto nell’89% delle ore. Ciò significa che nel nostro Paese il prezzo all’ingrosso è ancora fortemente legato al gas metano ed alle sue oscillazioni, con ripercussioni evidenti già viste con il venir meno del gas russo, ed ora a causa del conflitto in Medio Oriente. (grafico a torta)

Avendo rinunciato al nucleare, l’Italia avrebbe dovuto puntare decisamente sulle energie rinnovabili, ma così non è stato, ed ora siamo in ritardo nella transizione energetica. La produzione elettrica italiana resta pertanto dominata dalle centrali a gas: nel 2025 il gas ha coperto il 49,2% della generazione, mentre eolico, fotovoltaico e idroelettrico insieme si sono fermati al 34,4%. Se è vero che la produzione da fotovoltaico ed eolico è cresciuta notevolmente (da circa 10 GWh nel 2010 a 65,6 GWh nel 2025), resta ancora insufficiente per svincolare il prezzo dell’elettricità dal gas.

Gli extra-profitti delle aziende energetiche

Il meccanismo del prezzo marginale è anche alla base degli extra-profitti delle aziende energetiche. Queste vengono infatti remunerate al prezzo orario più alto fissato dal mercato anche per l’energia prodotta da fonti a costo molto basso (fotovoltaico, eolico, idroelettrico). Si tratta di profitti che non derivano da particolari meriti imprenditoriali, ma da una specifica situazione di mercato, finanziati di fatto dalle bollette di famiglie e imprese.

Paradossalmente, le grandi aziende energetiche italiane si trovano oggi in una confort zone: godono di elevati profitti e non sono fortemente incentivate a sviluppare ulteriormente le rinnovabili. Un loro aumento massiccio infatti, come avvenuto in Spagna, farebbe crollare il prezzo del PUN in molte ore della giornata, riducendo così la loro remunerazione complessiva.

Famiglie più povere ed imprese meno competitive

Il sistema della Borsa elettrica basato sul prezzo marginale, che in passato ha favorito gli investimenti nelle rinnovabili, rischia oggi di rallentarne lo sviluppo. La situazione attuale con energia elettrica da rinnovabili significativa, ma non molto elevata, garantisce extra-profitti alle aziende energetiche, senza riuscire a ridurre il PUN e i prezzi in bolletta. Il risultato è: cittadini più poveri, imprese manifatturiere meno competitive e un’economia che rischia di entrare in recessione.

La tassazione degli extra-profitti, in questa situazione, è doverosa e urgente, ma non basta. È necessario accelerare sulle rinnovabili e rivedere anche il meccanismo della borsa elettrica, oggi troppo condizionato da un ristretto oligopolio di operatori.

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