Vera Gheno è una sociolinguista, traduttrice e divulgatrice che ha fatto della cura del linguaggio la propria missione civile. Per anni collaboratrice dell’Accademia della Crusca e ancora per poco ricercatrice a tempo determinato all’Università di Firenze, è autrice di saggi fondamentali come Potere alle parole e L’antidoto. L’abbiamo incontrata a margine del suo recente intervento al Festival del Giornalismo di Verona 2026 per riflettere su come le parole non si limitino a descrivere il mondo, ma lo plasmino attivamente.

Vera, spesso pensiamo alle parole come a etichette astratte, ma lei insiste sul loro potere concreto. In che senso “facciamo cose” parlando?

«C’è tutto un settore della linguistica, che ha in John Austin il suo principale capofila, che spiega esattamente questo: come si fanno cose con le parole. Se io sono una sindaca ho il potere di sposare due persone, se sono Donald Trump ho quello di dichiarare guerra. Io, nel mio piccolo, posso decidere che voto dare a uno studente. Il primo potere è questo: cambiare la realtà attraverso formule che la società riconosce come valide. Ma esiste un potere ancora più generalizzato, ovvero permettere alle persone di avere una determinata percezione delle cose. Il modo in cui scegliamo di raccontare i fatti, e qui mi rivolgo soprattutto al mondo del giornalismo, influenza direttamente come la massa recepisce la realtà.»

Può farci un esempio recente di questa responsabilità narrativa?

«Leggevo qualche tempo fa della notizia di un missile che ha colpito una scuola elementare femminile in Iran. L’agenzia di stampa parlava di “probabili 50 vittime”. Ecco, in molti titoli veloci la parola “bambine” non l’ho letta. Forse è una scelta fatta per non sconvolgerci troppo, perché un conto è immaginare 50 morti generici in guerra, un altro è visualizzare 50 bambine. Omettere o presentare le informazioni in un certo modo cambia profondamente come viviamo quegli eventi. Lo vediamo anche con la “curvatura semantica” di parole come maranza: un tempo indicava semplicemente un buzzurro o un tamarro, oggi c’è una manomissione volontaria che tende a far sembrare che i maranza siano tutti figli di migranti e microcriminali. Si crea una categoria “altra”, facile da identificare come nemica o problematica.»

Perché alcune parole sembrano valere meno di altre in base a chi le pronuncia?

«L’ingiustizia epistemica è l’idea che una certa categoria di persone non possa essere produttrice di sapere. Se le persone giovani parlano di ambiente, vengono sminuite; se le persone nere denunciano uno slur razzista, non vengono ascoltate; se le donne denunciano uno stupro, la loro credibilità viene messa in dubbio. Accade anche a me: quando parlo di femminili professionali da dieci anni, c’è sempre qualcuno nei commenti che mi dà della “cretina” o dell'”ignorante”. Non attaccano il merito della questione, ma la mia legittimità a parlarne. Un mio collega linguista maschio, come il bravissimo Michele Cortelazzo, può dire le stesse cose e venire contestato, ma raramente qualcuno gli scriverà “chi è questo cretino”. Una donna che fa divulgazione è quasi sempre costretta a brandire il curriculum per giustificare la propria esistenza.»

A proposito di potere, lei cita spesso Viktor Klemperer e la lingua del Terzo Reich. Qual è il legame con l’attualità?

Foto di Corrado Benanzioli

«Klemperer, uno studioso ebreo, annotava ogni giorno come il nazismo usasse i sostantivi per deumanizzare gli ebrei. Oggi vediamo dinamiche simili: pensate a come Trump definisce i migranti aliens, alieni. Se una categoria non è più identificata con l’umano, diventa psicologicamente più facile giustificare violenze o trattamenti degradanti nei suoi confronti. Lo stesso accade con termini come woke, che nasce con valenza positiva — essere svegli rispetto alle iniquità sociali — e viene trasformato in un insulto derisorio. O l’invenzione dell’espressione “ideologia gender“: nessuno sa definirla esattamente, ma viene usata per creare uno stato di paura. Come diceva Giorgia Meloni in una conferenza stampa: “Non so cosa sia, ma so che è pericolosa“. È l’uomo nero delle fiabe: fa paura proprio perché non ha contorni definiti.»

In questo caos informativo, dove gli algoritmi spingono sulla rabbia per generare traffico, che difesa abbiamo?

«Dobbiamo sottrarci al giochino della velocità a tutti i costi. Io propongo il metodo DRS: Dubbio, Riflessione e Silenzio. Il dubbio serve a non bersi tutto ciò che leggiamo solo perché conferma i nostri pregiudizi. La riflessione deve portarci a chiederci se vogliamo davvero essere associati per sempre a quel commento livoroso scritto in un accesso d’ira. E infine il silenzio, che non è resa, ma scelta consapevole. Non abbiamo l’obbligo di dire la nostra su tutto, specialmente se non conosciamo i fatti. Oggi viviamo in un sistema che non cerca l’informazione ma l’engagement, la rissa continua. La mia libertà di espressione non passa dalla possibilità di offendere categorie che hanno sempre subìto offese, ma dalla responsabilità di ciò che metto al mondo con le mie parole.»

C’è chi però teme che questa attenzione al linguaggio sia una forma di censura, una “polizia del politicamente corretto”.

«Non c’è nessuna polizia della lingua che vi insegue col taser. La nostra società funziona per convenzioni, anche linguistiche. Io stessa, di origini venete, sono cresciuta in una tradizione dove l’accostamento tra divinità e animali da cortile è quasi un’interpunzione, ma so che in pubblico ci sono contesti in cui non è educato farlo. È una questione di consapevolezza. Chi si lamenta di “non poter più dire nulla” solitamente appartiene a quell’unica categoria che finora ha potuto dire tutto senza mai ricevere un contraddittorio. La lingua cambia perché la realtà cambia. Dire assessora o architetta non è un errore, è semplicemente dare un nome a una presenza femminile che prima non c’era o non aveva prestigio. Non c’è cacofonia, casomai c’è mancanza di abitudine dell’orecchio. Se accettiamo transustanziazione o precipitevolissimevolmente, possiamo accettare anche ingegnera.»

Tornando alla scuola, si discute molto del caso di professori-influencer come Schettini. Qual è il confine tra divulgazione e spettacolarizzazione?

«C’è un problema di fondo nel modo in cui consideriamo la scuola. L’insegnamento non è una missione, è una professione e andrebbe pagata meglio, perché è lì che si forma la mentalità delle nuove generazioni. Se però un docente usa il tempo scolastico o i minori per fare contenuti sui social, entriamo in un campo minato. Mettere in pasto a milioni di persone dei ragazzi che magari firmano liberatorie senza piena consapevolezza è grave. Poi c’è il tema della cultura che va pagata: Schettini dice che un giorno avremo professori part-time con contenuti premium. Io non sono contraria all’idea che la divulgazione sia remunerata, ma non può diventare un mercimonio del voto, del tipo “se guardi la mia diretta ti alzo il voto”. La scuola pubblica deve restare un luogo di formazione, non un set per l’engagement.»

Come si inserisce l’intelligenza artificiale in questo scenario?

«L’IA non è intelligente, è estrazione statistica di dati da grandi database testiali. In molti casi, se usata in maniera superficiale, concorre a creare l’illusione della conoscenza, quella che Walter Quattrociocchi definisce “epistemia”. Io me ne accorgo dalle tesi di laurea che mi arrivanoultimamente: testi lucidissimi che però non dicono nulla, o peggio, inventano bibliografie citando libri che non ho mai scritto. È pericoloso perché crea un’illusione di competenza. A livello linguistico produce una lingua plastificata, priva di quella “scintilla che nasce dallo scontro delle parole con nuove circostanze”, come scrive Italo Calvino nelle “Lezioni americane”. Usarla per scrivere i commenti sui social perché “non si ha tempo” svuota il linguaggio di significato. Come dice Ted Chiang, se devi scrivere un prompt lunghissimo per far fare all’IA quello che vuoi, tanto vale scrivere direttamente senza usare l’IA. C’è una soddisfazione intellettuale che stiamo rischiando di perdere.»

A queto proposito, il rischio è anche quello di perdere definitivamente le proprie radici linguistiche. In questo senso lei ha sempre difeso l’uso dei dialetti accanto alle lingue veicolari. Nell’era globale, non rischia di essere una contraddizione?

«Tullio De Mauro diceva che abbiamo bisogno di tre elementi: il dialetto per le radici, l’italiano per agire nel mondo e le lingue straniere come rami che vanno in tutte le direzioni. Mio padre, veneto di Romano d’Ezzelino, prendeva le bacchettate sulle mani se parlava dialetto a scuola. Era l’idea che bisognasse fare spazio all’italiano cancellando il resto. Oggi sappiamo che un bambino può imparare infinite lingue in contemporanea. Io stessa sono trilingue dalla nascita: italiano, ungherese e veneto. Il dialetto non dà noia all’italiano, ma ci àncora a chi siamo. Poi certo, se esco dalla mia zona devo saper usare una lingua che mi permetta di essere capita, ma non dobbiamo vergognarci delle nostre origini.»

Vera Gheno al recente Festival del Giornalismo di Verona 2026 – Foto di Corrado Benanzioli

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