L’aggettivo più adatto per descrivere la stagione della Virtus Verona è “grottesca”: qualcosa che suscita riso senza però portare gioia. A tratti sembra un copione teatrale, in altri una tragedia greca, talvolta un film neorealista. Sul campo della Triestina, già retrocessa e sull’orlo del fallimento, la Virtus, costretta a vincere, è uscita con un pesante 0-5 sullo score.

Ma il grottesco si insidia proprio qui: posto che dal campo sono sicuramente usciti, resta da capire se, ma soprattutto come ci siano entrati. Il ritorno ufficiale di Gigi Fresco come allenatore, 19 giorni dopo il passo indietro in favore di Tommaso Chiecchi, non ha quindi portato i frutti desiderati. Le parole in conferenza di giovedì scorso, ma soprattutto quelle del post-partita, raccontano infatti una realtà totalmente disconnessa dalla spudorata inconsistenza dei risultati ottenuti.

Il ritorno di Gigi

Gli ultimi mesi in casa Virtus non sono stati affatto leggeri. Non si tratta solo di risultati sul campo, ma di spiacevoli circostanze esterne. Prima su tutte la scomparsa di Fiorina, madre di Gigi Fresco. È questo il principale motivo del momentaneo allontanamento del patron virtussino, come implicitamente sottolineato da lui stesso nel pre-partita della scorsa settimana.

Tommaso Chiecchi, suo vice e subentrato nella gara di Trento, ha guidato la formazione per tre partite, portando a casa due sconfitte e un pareggio. Poi, improvvisamente, la scorsa settimana, il comunicato della società che informava del ritorno di Fresco come allenatore.

La mossa di “fare un passo indietro” da parte di Gigi, allenatore e presidente da quarantaquattro anni, era stata una scelta dettata dalla necessità di dare uno scossone alla squadra. Lanciare un segnale, farsi da parte al fine di smussare quella figura da guida samaritana che, inevitabilmente, Fresco incarna.

Una presa di posizione sicuramente forte, che non ha però portato i portato i risultati sperati. Sia per le modalità di questo “passo indietro”, come sottolineato qui dopo la partita di Trento, sia per la spaccatura interna ormai evidente e insanabile.

Ritornare così tempestivamente, dopo nemmeno venti giorni, all’alba del trittico di partite più importanti per agguantare la salvezza, che controrisposte porta nello spogliatoio? La gestione rossoblù si è sempre contraddistinta da un approccio fiabesco, campanilistico e soprattutto Fresco-centrico, per forza di cose. Il potere è d’altronde nelle sue mani. Ma il potere, alle volte, logora. E la Virtus si sta logorando dalla decima giornata del girone di andata.

La presa di posizione adottata doveva portare con sé una netta dirompenza negli equilibri della rosa. Sia in relazione ai ruoli che al calendario futuro. Approcciarsi però in maniera così tardiva e pressapochista ha invece portato ad un peggioramento delle prestazioni, dei risultati e di conseguenza delle prospettive prossime.

ll match del Nereo Rocco

Tolti i primi venti minuti del primo tempo, per l’intera durata della partita la sensazione dalla tribuna era quella di una Virtus già retrocessa, con una Triestina invece combattiva e in lotta per la salvezza. Inaccettabile arrivati a questo punto della stagione.

Ciò che spaventa maggiormente, però, non è nemmeno il passivo di cinque gol. È la totale mancanza di comprensione del momento. Genuina, per carità, ma davvero inquietante.

La retorica freschiana, al triplice fischio al Nereo Rocco, è stata la seguente «È sufficiente che vinciamo la prossima, che la Pergolettese perda, e poi c’é lo scontro diretto […] Non è finita. Dobbiamo fare tre vittorie su quattro partite.»

La Pergolettese, però, non smette di vincere. Mentre la Virtus non ricorda neanche che sapore abbiano i tre punti.

Uno spettacolo desolante, indegno di quella che dovrebbe essere una lotta salvezza. La Triestina palleggia con leggerezza, quasi a schernire l’avversario, e la Virtus resta a guardare, priva di qualsiasi reazione. Colpisce l’assenza totale di consapevolezza: nessuno sembra percepire il peso del momento, la gravità della situazione. Si perde palla sotto una pressione evidente, un tre (triestini) contro uno (virtussino), e invece di riaggredire si alza la mano, si cerca un fallo laterale inesistente, quasi a invocare attenuanti esterne per alleggerire responsabilità che dovrebbero sbucare invece dall’interno.

E così accade che una squadra già retrocessa da settimane e sull’orlo del fallimento arrivi prima su ogni seconda palla, contro una formazione che, al contrario, dovrebbe sputare sangue pur di restare aggrappata alla categoria. Una resa mentale, prima ancora che tecnica.

Di partite ne restano ancora quattro. L’aritmetica ancora non ha ghigliottinato i rossoblù. Il futuro, però, è sempre più in bilico. La partita di sabato, pur contando gli scarsi risultati che l’hanno preceduta, segna inevitabilmente un prima e un dopo. E alla Virtus, pare che le conseguenze di questo “dopo” le si stiano procrastinando ogni domenica sempre più.

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