In un’epoca segnata dalla proliferazione delle piattaforme digitali, dall’iperconnessione e da un flusso continuo di immagini spesso drammatiche, il cinema si trova di fronte a una trasformazione profonda. Non si tratta soltanto di una crisi, ma di una ridefinizione del suo ruolo culturale, sociale ed economico. È con queste premesse che si è tenuto il 24 marzo il convegno “Cinema in sala e cultura viva” all’Università degli studi di Verona organizzato dall’associazione ViveVisioni, un’occasione di confronto tra esercenti, studiosi e operatori del settore per riflettere sul destino della sala cinematografica.

La prima questione posta al centro del dibattito riguardava il cambiamento radicale della fruizione cinematografica. L’avvento delle piattaforme streaming ha trasformato il modo di guardare i film: la visione, un tempo collettiva, si è progressivamente spostata nello spazio domestico, diventando un’esperienza privata, spesso solitaria e frammentata. Guardare un film a casa significa convivere con una molteplicità di distrazioni: notifiche, social network, email, suoni di fondo. In questo contesto, la sala cinematografica assume un valore quasi controcorrente. Non è più soltanto un luogo di intrattenimento, ma uno spazio di sospensione dalla quotidianità, un ambiente in cui il tempo rallenta e l’attenzione può finalmente concentrarsi. «La sala – è stato osservato – rappresenta una pausa dall’era della sollecitazione continua», un luogo in cui lo spettatore può abbandonarsi completamente alla narrazione. Andare al cinema diventa così un gesto quasi radicale: scegliere di immergersi nella storia di qualcun altro, senza interferenze.

Un mondo saturo di immagini: il cinema come risposta

Il contesto globale aggiunge un ulteriore livello di complessità. Negli ultimi anni, il pubblico è stato esposto a una quantità senza precedenti di immagini di guerra, crisi e sofferenza: dall’Ucraina al Medio Oriente, fino alle tensioni più recenti. Si tratta di immagini che non passano più attraverso una mediazione, ma arrivano direttamente sugli schermi personali, contribuendo a una sorta di saturazione emotiva.

In questo scenario, il cinema è chiamato a interrogarsi sul proprio linguaggio: che ruolo può avere l’immagine cinematografica quando il mondo reale produce già immagini così forti? Può ancora sorprendere, raccontare, interpretare?

Secondo molti interventi, la risposta risiede proprio nella capacità del cinema di costruire senso, di andare oltre la semplice esposizione visiva per offrire una lettura del presente. Non si tratta di competere con la realtà, ma di interpretarla, restituendole profondità e complessità.

La sala tra crisi economica e nuove opportunità

Un altro nodo centrale del convegno ha riguardato la sostenibilità economica delle sale cinematografiche. L’idea che le piattaforme abbiano “ucciso” il cinema è stata messa in discussione: il calo delle presenze, infatti, era già iniziato prima dell’avvento dello streaming.

Piuttosto, si assiste oggi alla nascita di un “pubblico post-piattaforma”, caratterizzato da una grande disponibilità di contenuti ma anche da un forte disorientamento. Di fronte a cataloghi sterminati, molti spettatori faticano a scegliere e cercano punti di riferimento affidabili. In questo contesto, la sala può ritrovare una nuova centralità, non come semplice luogo di proiezione, ma come spazio di selezione e cura. La programmazione diventa un atto culturale, capace di orientare il pubblico e costruire un rapporto di fiducia.

Verona e la rinascita di un cinema di comunità

Il convegno è stato anche un momento celebrativo per una realtà locale che rappresenta un esempio concreto di questa trasformazione: i soci del Cinema Ri-Ciack, dopo anni di impegno e raccolte fondi, sono riusciti ad avvicinarsi all’acquisto definitivo del cinema ex Embassy situato in una galleria fra via XX settembre e via Cantarane, in Veronetta.

Il progetto non si limita alla riapertura di una sala, ma punta a creare un luogo aperto, inclusivo e partecipato. L’idea è quella di un cinema in cui la comunità possa riconoscersi, contribuendo attivamente alla programmazione e alle attività.

Il cinema Ri-Ciak

Tra gli obiettivi: proporre film difficilmente accessibili nei circuiti tradizionali; valorizzare il cinema in lingua originale; affrontare tematiche sociali e marginali; rendere lo spazio accessibile a tutte e tutti. Un percorso che mira a trasformare il cinema in un bene comune, sostenuto dalla partecipazione diretta dei cittadini.

Le esperienze raccontate durante il convegno – da Milano (Il Cinemino) a Roma (Cinema Troisi), passando per Perugia (Postmodernissimo) – mostrano come il futuro delle sale passi attraverso una profonda trasformazione. Il cinema non è più solo uno schermo, ma un luogo di incontro e relazione.

Alcuni esempi evidenziano questa evoluzione: sale che integrano spazi di studio e lavoro aperti anche 24 ore; programmazioni costruite insieme al pubblico; incontri con registi e protagonisti del cinema; collaborazioni con associazioni, università e realtà locali.

In molti casi, il cinema diventa un vero e proprio centro culturale urbano, capace di attrarre pubblici diversi e di animare il territorio.

Particolarmente significativo è il coinvolgimento diretto degli spettatori: assemblee pubbliche, strumenti di consultazione e reti di collaborazione permettono di costruire una programmazione condivisa, rafforzando il senso di appartenenza.

Giovani, innovazione e le sfide del presente

A sinistra Jaja Chiara Zambelli, presidente di ViveVisioni

Un elemento emerso con forza riguarda il ruolo delle nuove generazioni. Dopo la pandemia, molte realtà hanno registrato un rinnovamento del pubblico, con una crescente presenza di giovani, spesso attratti da iniziative come retrospettive e incontri. Allo stesso tempo, il recupero di vecchie sale e la valorizzazione della loro memoria storica rappresentano un elemento fondamentale. Il cinema diventa così un ponte tra passato e futuro, capace di coniugare tradizione e innovazione.

Il convegno si è concluso con una consapevolezza condivisa: il cinema non è destinato a scomparire, ma deve trasformarsi. La vera sfida non è tecnologica, ma culturale e sociale. Da questo punto vari esercenti hanno parlato della loro esperienza e dei loro dubbi per il futuro. Occorre ripensare la sala come spazio vivo, capace di rispondere ai bisogni del presente senza perdere la propria identità. Un luogo in cui le immagini non siano solo consumo, ma occasione di riflessione, incontro e crescita.

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