All’Università degli Studi di Verona, precisamente nella Facoltà di Filosofia, è nato un podcast che mette in relazione la filosofia con il cinema. Il rapporto tra queste due discipline è stato spesso esplorato, ma il podcast di PHILM – il nome del centro di ricerca di filosofia e cinema dell’Università – rende il dialogo tra studiosi, ricercatori e “gente comune” fluido e accessibile. L’obiettivo non è banalizzare la filosofia, ma presentarla sotto una luce diversa, più chiara e coinvolgente per chi, magari, non ha mai avuto un approccio accademico a questa materia. Ne abbiamo parlato con il professor Marco Latino e la studentessa Zaira Raffele, conduttori e ideatori del podcast.

Come nasce l’idea del podcast?

Zaira: «L’idea ha radici lontane. Sono stata allieva del professor Latino al liceo e già allora avevamo iniziato a collaborare su piccoli progetti legati alla filosofia. Dopo la maturità, ho deciso di proseguire gli studi filosofici e, insieme al professore, abbiamo ripreso l’intuizione iniziale di realizzare un podcast legato a questa materia. L’occasione concreta è arrivata con il laboratorio di filosofia e cinema coordinato dal professor Gianluca Solla: da lì sono nate le interviste e poi gli episodi del podcast.»

Marco: «Si sono intrecciate due esigenze: da una parte il desiderio di creare un podcast filosofico con gli studenti, dall’altra la volontà di preservare il ricco patrimonio di incontri, lezioni e ospiti del laboratorio. Da qui è nato un progetto che unisce filosofia e cinema, che oggi siamo felici di condividere su Spotify.»

Ascoltando le varie puntate il podcast sembra accessibile anche a chi non ha una formazione specialistica. È una scelta consapevole?

M: «Assolutamente sì. La filosofia possiede un patrimonio straordinario, ma spesso manca di un linguaggio che la renda davvero accessibile. Sono contento se è passata questa idea del podcast, questa impostazione di apertura, di trasmissione, ma più che di divulgazione in senso classico, di apertura verso una dimensione quasi pop, cioè di massa, che raggiunga il maggior numero di persone possibile. Mi permetto di notare che, secondo me, su questo punto c’è un problema nelle nostre zone, ma anche in generale, anche all’estero. Cioè che per la filosofia, non si sa bene per quale motivo, non si riesce a trovare un canale adeguato per divulgarla in modo accessibile a tutti, evitando da un lato il rischio dello specialismo, ma dall’altro evitando anche tutte quelle forme di banalizzazione o di ridicolizzazione.»

E perché secondo lei filosofia e arte faticano a trovare una divulgazione efficace?

M: «Esiste un pregiudizio antico: si pensa che la scienza debba essere spiegata perché è difficile, mentre l’arte sarebbe immediata e “autoesplicativa”. In realtà, anche l’arte richiede strumenti di comprensione. Senza educazione allo sguardo e all’ascolto, le emozioni sfiorano soltanto lo spettatore. La filosofia, come l’arte, essendo una materia umanistica, porta a un ulteriore pregiudizio, quello di essere accessibile a tutti e quindi di non avere bisogno di essere raccontata. Invece questo crea un vero e proprio cortocircuito.»

Z: «Si perde anche molto la cognizione di quella che è la vera filosofia, che va oltre i classici nomi a cui comunque possiamo dare un risvolto diverso rispetto alla solita paginetta del manuale. Ad esempio, Nietzsche non è solo colui dell’Eterno Ritorno e non è soltanto l’autore del Superuomo, ma c’è molto altro che permette di dialogare con i ragazzi di oggi o con le persone in generale. Questo però non significa solo interpretare. Uno dei nostri obiettivi è anche proporre una chiave di lettura che passa in parte attraverso l’interpretazione, ma con l’idea di offrire un punto di partenza per poi suscitare il desiderio di scoperta, approfondire, leggere, vedere film, e costruirsi una propria cultura.»

Il titolo della prima stagione, “Che cosa può un corpo animato”, da dove deriva?

M: «Riprende una celebre domanda filosofica di Gilles Deleuze: non chiedersi cos’è un corpo, ma cosa può fare. Applicata al cinema, diventa la domanda su cosa accade quando il corpo viene animato, trasformato in immagine in movimento. Il titolo coincide con quello del laboratorio accademico e riflette il filo conduttore della stagione.»

Il percorso del podcast attraversa epoche molto diverse, dalle grotte preistoriche al cinema contemporaneo, un po’ come a tracciare una storia del cinema.

M: «Sì è nata un po’ nel corso del tempo seguendo le lezioni e intervistando gli ospiti e imparando tante cose in più rispetto a quello che già magari sapevamo. L’idea storica secondo cui l’immagine animata è qualcosa che appartiene sia alla cultura umana, sia addirittura all’essere umano nel senso antropologico è molto recente.

Gli studi sulle Grotte di Lascaux e sul cinema della preistoria risalgono al 2000, che poi sono appunto stati citati anche dal professor Carmelo Colangelonella puntata nel podcast. Pensare che l’animazione e il movimento siano qualcosa che appartengono all’essere umano sia storicamente sia addirittura antropologicamente deve essere qualcosa di molto antico in un certo senso, di connaturato anche probabilmente al nostro modo di essere umani.»

Il podcast ha anche una funzione didattica?

Z: «Più che didattica in senso scolastico, direi orientativa. Offriamo strumenti per comprendere meglio ciò che si legge o si guarda. Quindi, anche da studentessa, mettendomi nei panni degli altri studenti, vorrei che ascoltassero questo podcast da una parte come supporto didattico, ma dall’altra anche come fonte di informazioni. Citando magari autori come Deleuze, offriamo quelle chicche, ma le contestualizziamo e le presentiamo in modo accessibile a tutti, così che quella frase o quel riferimento, anche se non si conosce l’intero contesto dell’opera da cui proviene, arrivi comunque al punto.»

M: «Molti testi fondamentali, come i volumi sul cinema di Gilles Deleuze, sono complessi perché presuppongono conoscenze filosofiche come quelle ad esempio di Henri Bergson. Il podcast nasce anche dal desiderio di condividere anni di studio e renderli fruibili.»

Quali sono i progetti futuri?

M: «Heidegger diceva che le cose nascono sempre già grandi. Grandi nelle ambizioni; del resto, lui asseriva che la filosofia nasce grande perché si fa delle domande talmente grandi che non può nascere piccola, e noi un po’ siamo heideggeriani.

Anche noi siamo nati subito con grandi ambizioni, sebbene sia vero che abbiamo dovuto imparare un po’ il mestiere, dato che nessuno di noi era un tecnico. Tuttavia, facendo le cose, è cresciuta sempre di più la voglia di farle. Inizialmente volevamo fermarci alla prima stagione, realizzando 7-8 puntate riassuntive di circa tre quarti del laboratorio. Invece, adesso abbiamo già realizzato una puntata video. Inoltre, abbiamo una puntata piuttosto ambiziosa in cantiere che gireremo qui a Parigi, dove mi trovo per lavoro con la ricercatrice Irene Calabrò.»

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