Ha vinto il No: la riforma dell’autogoverno della magistratura si ferma. È una vittoria delle opposizioni del Governo? Certamente sì, ma è presto per dire se è propedeutica a una cambiamento dello scenario politico. Certamente per la coalizione di Destra si tratta di una battuta di arresto. Si è ripetuto, a parti invertite, l’insuccesso referendario di Renzi del 2016, solo che Meloni questa volta ha avuto la prudenza di non legare il suo governo al risultato del referendum.

Inizialmente tutti avevano dichiarato che il confronto sarebbe dovuto rimanere sul merito della riforma e sulle valutazioni tecniche relative all’autogoverno della magistratura. Ben presto, però, lo scontro è scivolato sul terreno politico: da un lato la difesa della Costituzione nata dalla Resistenza, dall’altro una deriva post-fascista impressa alla riforma. Il risultato è stato che la maggior parte degli elettori – per semplicità e per abitudine – si è polarizzata seguendo le indicazioni di voto dei rispettivi partiti di riferimento.

Rimane tuttavia stabile il consenso del Governo

Ha prevalso il No perché la coalizione di destra non ha, e non aveva nemmeno alle politiche del 2022, la maggioranza assoluta dei consensi nel Paese. La larga maggioranza dei seggi di cui gode in Parlamento è frutto solo della legge elettorale che ha premiato la sua coalizione. Infatti nel 2022 alla Camera, la Destra con il 43,79% dei voti aveva ottenuto il 60% dei seggi. Gli altri partiti, frammentati in tre diverse coalizioni, sono stati pesantemente penalizzati.

Giorgia Meloni, ha perso il referendum perché non è riuscita ad allargare il consenso, oltre quello che aveva ottenuto nel 2022. Perché non c’è riuscita? Senz’altro hanno contribuito gli innumerevoli scivoloni di ministri e sottosegretari: si pensi, ad esempio, alle vicende che hanno coinvolto Santanchè, Delmastro, Urso, Valditara, Sangiuliano. Senza dimenticare l’incredibile e vergognosa vicenda del rimpatrio in Libia – con aereo di Stato – di Al Masri, ricercato dalla Corte Penale Internazionale per accuse di torture e omicidio di migranti. Meloni è stata abile negli equilibrismi in politica estera fra Europa ed Usa, anche se il rapporto politico con Trump si sta dimostrando ora, ogni giorno più imbarazzante.

Il voto referendario non è certamente sovrapponibile alle scelte espresse nelle elezioni politiche, tuttavia se viene valutato come pro-contro Meloni, allora bisogna ricordare anche che il 46,75% di oggi per il Sì, è maggiore del 43,79% delle politiche del 2022.

Da tempo in calo la fiducia nella magistratura

L’esito del referendum rappresenta senz’altro una rivincita per la magistratura, riuscita ad evitare modifiche alla propria forma di autogoverno che non gradiva e contro le quali si è opposta con forza. La magistratura non deve però dimenticare di aver perso negli ultimi anni gran parte del grande patrimonio di autorevolezza e credibilità di cui godeva.

Secondo un sondaggio Izi diffuso a ottobre 2025 da La7 , prima che la competizione referendaria entrasse nel vivo, solo l’8,9% degli intervistati dichiarava di avere un alto livello di fiducia nella magistratura, il 49,8% un livello medio e il 41,3% un livello basso. Inoltre, il 79,8% si diceva favorevole alla separazione delle carriere. Un altro sondaggio Ipsos di Pagnoncelli, condotto nel 2022, mostrava che la fiducia nella magistratura italiana era crollata dal 68% del 2010 al 32%.

Negli ultimi quindici anni si è diffusa in larga parte dell’opinione pubblica la percezione di un uso politico delle indagini e delle sentenze, con l’obiettivo di interferire nelle funzioni del Parlamento e del governo. Anche nei casi di cronaca nera si è rafforzata l’idea di indagini a volte incomplete e approssimative, con ingiuste detenzioni, errori giudiziari e tempistiche eccessive dei processi.

L’esposizione mediatica della cronaca nera

Strumentalmente complice di tale situazione è, almeno in parte, anche il ruolo del sistema mediatico televisivo, che sui casi di cronaca spesso va oltre il diritto-dovere di informazione per sfociare in una spettacolarizzazione delle inchieste giudiziarie. Servirebbe maggiore prudenza e rispetto riguardo al dolore delle vittime, ai presunti colpevoli, ed a chi ha il compito di svolgere le indagini. L’eccessiva pressione mediatica interferisce inevitabilmente con il delicato e difficile lavoro dei magistrati.

Radicata da sempre in molti cittadini è tuttavia la sensazione di un sistema giudiziario “alla azzeccagarbugli” di manzoniana memoria: più funzionale a tutelare privilegi e responsabili di misfatti che a ottenere rapidamente verità e giustizia per le vittime.

Le riforme costituzionali sono argomenti da maneggiare con cura

Il risultato del referendum conferma ancora una volta che per vincere nelle competizioni elettorali serve unità, specialmente se il sistema elettorale ha una spiccata vocazione maggioritaria come quello attualmente in vigore. Un altro insegnamento è che le modifiche costituzionali sono cosa molto delicata e, come prima di lei Renzi, anche Meloni ha ora incespicato. Da ricordare anche che la modifica costituzionale del Titolo V del 2001 si è rivelata, alla prova dei fatti, più dannosa che inutile. Questa vicenda, infine, insegna che le riforme costituzionali dovrebbero essere votate in parlamento solo da maggioranze qualificate e non da coalizioni politiche le une contro le altre.

Il referendum grazie ad un semplice Si/No, senza troppi distinguo e precisazioni, è riuscito ad unire il variegato e litigioso mondo politico delle opposizioni. Il problema è se questa occasionale convergenza, politicamente volta a contrastare il Governo Meloni, saprà tradursi alle elezioni politiche del 2027 in un progetto unitario.

Per Elly Schlein e Giuseppe Conte si è aperta una strada quasi inaspettata, che al momento è ancora tutta in salita e che richiede, in vista del prossimo rinnovo del Parlamento, un ripensamento radicale del programma, più concreto e ancorato ai bisogni sociali degli italiani.

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