Da cittadina prima ancora che da avvocata penalista esprimo un convinto NO alla Legge di Revisione del Dettato Costituzionale cosiddetta “Legge Nordio“.

Al centro di questa riforma ci siamo tutte e tutti noi, poiché la tutela dell’indipendenza e autonomia della magistratura riguarda prima di tutto noi, protegge noi prima dei magistrati. L’esercizio della funzione giurisdizionale è un controllo, un argine al potere di chi governa, sia di destra che di sinistra, garantendo rispetto contro possibili abusi.

La legge di riforma Nordio introduce la separazione tra la carriera giudicante e requirente dei magistrati. Questo è però uno specchietto per le allodole, perché la separazione tra funzioni giudicante e requirente esiste già nel nostro ordinamento. Quindi il dibattito referendario su questo aspetto è fuorviante per gli elettori. Il D.lgs n. 150/2022, attuazione della Riforma Cartabia (Legge 134/2021), aveva già posto limiti al passaggio del magistrato da funzione giudicante a requirente. Questo cambiamento richiede una valutazione del Consiglio Superiore della Magistratura sul curriculum, idoneità e competenza, può avvenire solo una volta nei primi dieci anni di carriera e comporta l’esercizio delle funzioni in un’altra regione.

E allora qual è il vero intento del legislatore che vuole abrogare sette articoli della Costituzione? Spezzare in due il CSM, l’organo di autogoverno della magistratura previsto dalla Costituzione, che svolge l’alta amministrazione ed è di indirizzo anche verso il Ministro della Giustizia, presieduto dal Presidente della Repubblica. Se vincerà il SÌ, questo organo sarà diviso in due consigli superiori: uno per i magistrati giudicanti e un altro, più piccolo, per i magistrati requirenti, cioè i pubblici ministeri.

Oggi il CSM è formato da tre membri di diritto: il Presidente della Repubblica, il Presidente della Corte di Cassazione e il Procuratore Generale; altri membri sono eletti per due terzi dai magistrati e per un terzo dal Parlamento, che sceglie tra professori e avvocati con almeno quindici anni di esperienza. Il Consiglio Superiore della Magistratura svolge oggi una funzione delicata, quella disciplinare.

Cosa accadrà con la riforma Nordio?

La riforma definisce solo l’esistenza e la struttura base dei due organi di autogoverno, senza dettagliare l’architettura interna, rimandando a decreti attuativi il numero dei magistrati e i meccanismi di selezione. Ci chiedono, quindi, di votare SÌ senza certezze, con un sacrificio enorme: smantellare una parte della Carta Costituzionale, frutto del confronto tra diverse culture nel 1948, che ha dato vita a un sistema invidiato perché nato dopo la dittatura fascista. Il rischio è che, spostando la garanzia d’indipendenza del pubblico ministero dalla Costituzione alla legge ordinaria, si apra la strada a condizionamenti indiretti da parte della politica tramite trasferimenti, incarichi e progressioni. Se passa il SÌ, pur restando i doveri del pubblico ministero, la sua indipendenza, privata della tutela costituzionale, non sarà più inviolabile: non servirà più violarla, basterà condizionarla. Così il lavoro dei Costituenti come Croce, Nenni, De Gasperi e Togliatti diventerà un ricordo da abbandonare in fretta.

Ma come saranno eletti questi membri dei due CSM? Se dovesse passare la riforma Nordio? Questo mi sembra l’aspetto più inquietante e assurdo di una riforma della Costituzione. I consiglieri del CSM saranno estratti a sorte, ma solo per la componente togata, mentre la componente laica (consiglieri scelti dal Parlamento) continuerà ad essere, appunto, scelta dalla politica. Va detto che pare che la storia si ripeta: la prima volta che tale proposta del sorteggio del CSM venne avanzata fu nel 1971 con un disegno di legge di Giorgio Almirante.

Un sorteggio umiliante

Il sorteggio umilia la magistratura: basta pensare che non è previsto per alcun corpo intermedio, per nessuna associazione, nemmeno per la bocciofila o per il condominio in cui viviamo. La riforma Nordio lo prevede, invece, per un organo di rilievo costituzionale, e tale scelta dovrebbe già sola essere sufficiente per far indignare ogni cittadino o cittadina della Repubblica Democratica. Vi diranno i sostenitori del sì che anche la componente popolare della Corte d’Assise è estratta a sorte, o che lo è il Tribunale dei Ministri quando è chiamato a giudicare il Capo dello Stato per i reati di attentato allo Stato o alto tradimento. A questa obiezione va risposto che in questi casi l’estrazione a sorte è per garantire imparzialità laddove è in gioco la valutazione di responsabilità penali, che è un aspetto diverso da quello delle funzioni che i nuovi CSM dovrebbero svolgere. Il sorteggio per l’organo di autogoverno della magistratura richiede il rispetto anche per i magistrati, che sono cittadini dell’elettorato attivo e passivo.

Pensate che l’unico Paese in cui è previsto tale metodo per eleggere i componenti del Consiglio Superiore della Magistratura è la Grecia, ma in quel caso l’organo è composto solo da membri togati e non, come si vorrebbe nel nostro caso, da membri togati e laici che conservano la loro nomina attraverso la scelta da parte del Parlamento. La scelta del sorteggio, anche per chi ora vuole l’approvazione di questa riforma, veniva definita fino a qualche anno fa come un metodo che mortificava la magistratura ed era apostrofata come frutto di una scelta populista.

Tale scelta, sempre per i sostenitori del sì, servirebbe per evitare il pericolo delle cosiddette “degenerazioni correntizie” e qui sono soliti citare il caso Palamara, scordandosi però di dire che i magistrati che hanno indubbiamente tenuto in quel caso un contegno non consono all’alta funzione che svolgono sono stati tutti sanzionati, ma i politici che con loro si accordavano all’Hotel Champagne che fine hanno fatto? Non sono certo stati puniti. Reputo comunque che tale argomentazione non sia corretta né spendibile, perché non penso che questo problema possa essere risolto aumentando il peso della politica nell’organo di autogoverno della magistratura o agevolando l’interferenza della politica nel potere giudiziario, mettendo nelle mani della stessa la garanzia della sua indipendenza. Le correnti, è bene dirlo, sono prima della cosiddetta “degenerazione” – che impone una riflessione all’interno della magistratura e che è in corso – dei laboratori di pensiero che riflettevano le diverse sensibilità dei componenti della magistratura.

La Costituzione è stata attuata attraverso il lavoro di tanti magistrati che, nell’ambito di tali correnti, hanno maturato la volontà di renderla attuabile attraverso un’interpretazione delle norme di legge che la rendesse effettiva. Si pensi, ad esempio, alla tutela dell’ambiente, alla tutela dei lavoratori nelle fabbriche, alla tutela dei contadini dallo sfruttamento dei latifondisti. Vi parlo di aspetti venuti in rilievo negli anni ’70, ma ancora oggi è un magistrato indipendente e autonomo che può essere coraggioso e attuare la Costituzione, ad esempio aprendo un’indagine su un potere forte come quello delle catene che sfruttano i tanti immigrati che, sfiniti e sottopagati, ci portano il cibo a casa. Il giudice, io non penso, possa ridursi a mera “bocca della legge” che dà vita a un’interpretazione meccanicistica della legge.

Foto da Unsplash di Sasun Bughdaryan

L’Ata Corte Disciplinare

Un altro motivo per cui dico un netto no alla Legge di Riforma Costituzionale Nordio riguarda l’istituzione dell’Alta Corte Disciplinare, cui l’art. 105 riformato affida la delicata funzione disciplinare. La riforma sposta tale funzione a un organo di 15 membri scelti per sorteggio tra i giudici della Cassazione, senza la presidenza del Presidente della Repubblica, che potrà solo partecipare alla nomina di tre membri. Così si crea, in chiara violazione della Costituzione, un Tribunale Speciale in tempo di pace per giudicare i magistrati. Se sanzionati in primo grado, i magistrati potranno ricorrere solo per merito alla stessa Corte, ma in diversa composizione. Perché? Per evitare che i magistrati siano giudicati dai colleghi. Ma avvocati, docenti, architetti, ingegneri non rispondono davanti ai loro colleghi? Perché allora riservare ai magistrati un trattamento diverso e discriminatorio?

Inoltre, il riformato art. 105 non prevede un terzo grado di giudizio per i magistrati. È negligenza legislativa o volontà di privarli di questo diritto, contravvenendo all’art. 111 della Costituzione, che garantisce il ricorso per Cassazione? A mio avviso, l’Alta Corte Disciplinare genererà conformismo nel potere giudiziario, che non potrà interpretare la legge senza timore di procedimenti disciplinari se la sentenza infastidisce il governo. Infine, il legislatore della Riforma Nordio costituzionalizza un organo senza garantire ai suoi membri l’indipendenza, ignorando l’art. 137 della Costituzione.

Ma sapete cosa non capisco di tutto questo? La riforma del dettato costituzionale, affidata al corpo elettorale senza adeguata informazione, senza un dibattito approfondito né in Parlamento né nella società civile, sia garantista o giustizialista. Ho dato una risposta, mio malgrado, basandomi sull’accostamento fatto finora, ultimo giorno di una dura battaglia referendaria, tra il quesito e la cronaca.

Dura con i deboli, debole con i forti

Questa riforma è dura con i deboli e debole con i forti. Bisogna votare Sì per evitare abusi della custodia cautelare in carcere, ma solo per i cosiddetti colletti bianchi: indagati a piede libero per corruzione, concussione, falso in bilancio, truffe allo Stato. Se invece sono criminali da strada, allora la magistratura deve garantire sempre la sicurezza e scegliere il carcere, magari buttando via le chiavi. Pensate alle parole del Premier dopo lo sgombero di Ascatasuna: ha parlato di tentato omicidio per tre giovani che, pur condannati per la violenza, hanno leso l’integrità fisica di un poliziotto; e ha detto, senza rispetto per il limite e la funzione del potere giudiziario, che la magistratura doveva andare fino in fondo. Il senso del limite, aggiungo, è un principio democratico e centrale nella pratica femminista che sembra smarrita.

L’assenza del limite implica assenza di relazione e, senza relazione, c’è dominio. Il rispetto del limite impedisce l’assolutizzazione del potere e mantiene aperto il canale della differenza e pluralità di idee. Se passa la riforma Nordio, sbagliata nel testo e nel contesto, avremo un allontanamento del pubblico ministero dalla cultura della giurisdizione e mancherà tutela per tutte le persone offese, deboli e vulnerabili, di diverso tipo. Ci sono non solo persone straniere, ma anche donne.

Ecco un NO femminista, perché la Costituzione, figlia di madri e padri costituenti, vuole l’equilibrio tra i poteri dello Stato, prerequisito per godere dei diritti e della libertà di autodeterminazione di tutti noi. Diciamo no alla Riforma Nordio con una parola di salvaguardia e resistenza, perché la posta in gioco è davvero troppo alta.

© RIPRODUZIONE RISERVATA