Venerdì 13 marzo, alla Fucina Culturale Machiavelli di Via Madonna del Terraglio, è stato come “Vivere con il lupo”. Anna Sustersic, Duccio Berzi e Mia Canestrini sono intervenuti sul palco della sesta edizione del Festival del giornalismo in favore di una possibile convivenza fra uomo e grandi carnivori, con un focus principale sui lupi, per l’appunto. Massimo Vitturi, referente animali selvatici per l’associazione LAV, ha introdotto il dibattito ponendo al centro della discussione il binomio umano-grandi carnivori, con l’auspicio che possano coesistere all’interno del medesimo ecosistema faunistico. La parte finale dell’incontro si è invece spostata sul concetto più ampio e trasversale del termine “coesistenza”.

La nuova legge sul declassamento dei lupi

È fresca di pochi giorni la notizia dell’ok arrivato da parte del Senato sull’adeguamento per il “declassamento” dei lupi in Italia. Proprio da qui si è articolato l’incontro di Venerdì in Fucina Machiavelli

«Il Parlamento ha avallato il passaggio del canis lupus da specie “rigorosamente protetta” all’essere specie “protetta”, spostando il lupo dall’allegato II all’allegato III della Convenzione di Berna».

Questo declassamento significa che il lupo non rientra più nella categoria di massima tutela prevista dalle normative europee. Di conseguenza, le autorità locali avranno maggiori margini di gestione della specie, con meno vincoli rispetto al passato. Riassumendo ancor di più: si potrà abbattere un quantitativo specifico di lupi, a patto però che venga mantenuta una soddisfacente conservazione della specie. Il quantitativo preciso dipenderà da regione a regione, ma il numero consentito si aggira intorno ai 160 abbattimenti massimi su scala nazionale.

Un momento durante l’incontro alla Fucina Culturale Machiavelli. Foto di Corrado Benanzioli

Duccio Berzi, il primo ad intervenire, si è espresso sul tema «é una questione molto divisiva e sta facendo discutere tanto. Ciò che a me preoccupa realmente sono però altre due questioni. Da una parte che stiamo perdendo il controllo del territorio: carabinieri forestali, polizia provinciale e gli organi burocratici non sono più operativi sul territorio. Dall’altra lo sfaldamento dei sistemi di conservazione della natura costruita negli anni. Queste sono le vere emergenze.»

Duccio, che sulla distribuzione ed ecologia del lupo ha scritto la propria tesi di laurea in Scienze Forestali, non ha comunque smentito che la crescita di tale fauna abbia raggiunto grossi picchi negli ultimi anni. «Il lupo sta meglio, nel senso che siamo passati da una situazione in cui i lupi erano veramente ridotti a piccoli numeri ad una realtà totalmente opposta. Tutto dipenderà però da questo aspetto legato ai controlli sul territorio che è veramente un po’ il rischio più grosso. Si rischia di andare in una direzione in cui anche questi abbattimenti non verranno più controllati.»

Una finta soluzione

Tale misura di prevenzione non è dunque errata da un punto di vista di contenimento. La fauna ha indubbiamente raggiunto grossi picchi di presenza, anche in centri urbani. Ciò che Berzi vuole mettere in luce sono le modalità a cui si poteva ricorrere nel corso degli anni. Il tutto finalizzato ad evitare di ricorrere ad un abbattimento diretto.

«Credo che sia mancato un coordinamento a livello di ministero per fare in modo che le azioni positive realizzate nei vari contesti diventassero delle pratiche trasversali.»

Fondi europei erano stati stanziati per le aziende virtuose che sostenevano costi ingenti. L’esempio citato è la normativa H17, volta a promuovere l’utilizzo di strumenti assicurativi agevolati per proteggere raccolti, allevamenti e coltivazioni da eventi naturali avversi.

«I soldi sono messi a bilancio ma non vengono spesi perché l’utente finale in un qualche modo fatica ad accedervi. Un coordinamento a livello ministeriale sull’opportunità di fondi europei sarebbe assolutamente indispensabile.»

A riguardo è intervenuta anche Mia Canestrini, zoologa specializzata in Conservazione della biodiversità animale. Canestrini ha definito il declassamento come “telefonato“, visto il trend di crescita che il lupo ha vissuto negli ultimi decenni.

«Quella degli abbattimenti è una finta soluzione che non avrà un vero impatto sul contenimento effettivo. I fondi europei sono presenti, è vero, ma finché non si fa squadra a livello nazionale non si potrà mai raggiungere un vero obiettivo. Servirebbe una vera prevenzione che permetterebbe a tantissimi tecnici, tra l’altro neolaureati, di lavorare, quindi numerose persone che hanno studiato per occuparsi di ciò»

In questa parentesi si stagna il concetto di coesistenza con il lupo citata nel titolo dell’incontro. Berzi e Canestrini non hanno smentito la crescita insostenibile che i lupi hanno raggiunto negli ultimi decenni. Ciò che hanno aspramente criticato è la mancanza di collaborazione all’interno dei Palazzi, al fine di prevenire adeguamenti così spregiudicati come quello dell’abbattimento. Manovrare all’unisono, cominciando magari dalla retribuzione stanziata da fondi europei per gli allevatori più virtuosi e reazionari, rappresenta il fondamento su cui poggia la radice del termine “coesistenza”. Perché se tale concetto non fa da ponte fra colleghi di settore non potrà mai adeguarsi ad un rapporto di pacifica convivenza e controllo tra uomo e, in questo caso, lupo.

Quello del declassamento, dunque, funge da specchietto per le allodole. Che non è altro che la contro-risposta impulsiva alla mancanza di coordinamento sul piano decisionale e collaborativo.

Cosa significa “coesistenza”?

Anna Sustercic, giornalista trentina esperta di interazione uomo-fauna, è intervenuta in merito al concetto della parola “coesistenza”. Sustercic ha raccontato della sua esperienza in Africa, precisamente in Tanzania, e Asia, in Tibet e Nepal.

L’esperienza maturata in Tanzania, come dichiara la giornalista, mostra come la coesistenza diventi spesso un problema solo nel momento in cui viene definita tale a livello politico o amministrativo. Prima di questa etichettatura, la presenza del selvatico è considerata un semplice fatto della vita quotidiana. Parallelamente, in contesti come il Nepal o il Tibet, si riscontra una matrice culturale di tipo “relazionale”. A differenza dell’approccio occidentale, questa filosofia è maggiormente vocata all’accoglienza e all’accettazione delle relazioni tra individui di specie diverse, offrendo ispirazione per individuare nuove leve valoriali da trasportare nel nostro universo culturale.

«in Tanzania mi sono accorta che la convivenza diventa problema solo quando la definiamo problema. Lì ho davvero assistito a questa transizione. In Asia invece sono rimasta colpita dalla matrice culturale di tipo relazionale che accoglie la diversità.»

In questo scenario si inserisce il Coesistenza Festival, un evento di tre giorni che si svolge in Trentino in location a stretto contatto con la natura. Il festival, annunciato dalla stessa Sustercic, nasce con l’obiettivo di offrire uno spazio in cui ogni cittadino possa approcciare il tema dalla prospettiva che preferisce, superando la complessità del termine “coesistenza” attraverso il confronto con esperti e tecnici. L’intento principale è quello di fornire gli strumenti per costruirsi un’idea critica e indipendente, contrastando una produzione mediatica che spesso consegna storie ed emozioni “impacchettate” invece di trasmettere fatti nudi e crudi. Attraverso questa autonomia di pensiero, il festival mira a formare cittadini responsabili capaci di esprimere opinioni basate su dati reali e non su pregiudizi o informazioni preconfezionate. Il primo passo verso una sana coesistenza è la responsabilità nell’essere informati, oltre che l’apertura nel co-operare.

4, 5 e 6 Settembre, a Trento, sarà Coesistenza Festival.