Il Comitato che gestisce i Giochi Paralimpici ha riammesso gli atleti russi e bielorussi nella competizione. Gli atleti ucraini hanno scelto di boicottare la cerimonia di apertura. Quali sono i motivi impliciti di questa loro decisione?

Decisione controversa

La cerimonia di inaugurazione dei Giochi Paralimpici è stata per Verona un evento memorabile. Era un grande spettacolo trasmesso in mondovisione, fatto di effetti speciali, discorsi solenni, sorrisi e speranze. Eppure, in quella celebrazione sembravano mancare alcuni valori fondamentali: la giustizia, il rispetto della pace, la legalità e la lealtà sportiva.

Già durante i Giochi Olimpici invernali di Milano-Cortina il Comitato Olimpico aveva dedicato un’attenzione particolare, non proprio benevola, agli atleti ucraini. Invece di esprimere ammirazione e sostegno a chi riesce a qualificarsi in condizioni di guerra, si cercavano pretesti per limitarne la possibilità di esprimere la propria identità.

Dopo la espulsione di Heraskevych, sembrava che peggio di così non potesse andare. Ma il Comitato Paralimpico Internazionale ha trovato un modo ancora più esplicito di acquiescenza nei confronti della Federazione Russa e della Bielorussia. Non solo ha concesso licenze straordinarie agli atleti dei due Paesi a pochi giorni dall’apertura dei Giochi, ma ha anche permesso loro di sfilare e poi gareggiare sotto le bandiere nazionali. Così hanno, di fatto, legittimato le violazioni del diritto internazionale, compiute sotto quei simboli negli ultimi decenni.

La gara degli invasori

È la prima volta che la bandiera russa sventola a una Paralimpiade dai Giochi di Sochi del 2014, conclusi pochi giorni prima dell’inizio dell’invasione russa della Crimea e del Donbas. Da allora il mondo ha assistito a un’escalation di aggressioni militari, crimini di guerra e distruzioni di massa causate dalla Russia e dai suoi alleati. Trascurando tutto ciò, questa apertura dell’IPC, accoglie la Russia nel consesso delle nazioni civili che si dichiarano unite, idealmente, nel nome della pace olimpica.

In astratto, una scelta del genere potrebbe persino apparire coerente. Il movimento paralimpico nasceva dalla visione di Ludwig Guttmann nel secondo dopoguerra proprio per riabilitare e reintegrare attraverso lo sport i militari feriti. Ma qui si tratta di una guerra ancora in corso ed è un regalo alla popaganda russa.

Non a caso, il governo russo investe nei programmi di inserimento dei reduci in competizioni paralimpiche di alto livello nazionale. Fra le “stelle nascenti” del mondo paralimpico russo ci sono persone che hanno perso gli arti a Bahmut, Popasna, Bucha, Avdiivka. Uno di loro, Anton Bushmakin, arruolatosi volontario come geniere, ha perso le gambe in Ucraina. Nel documentario dedicato a lui, uscito nel gennaio 2026, afferma di prepararsi per le Paralimpiadi: sarà pronto per le prossime Paralimpiadi a Los Angeles?

Soft power olimpico

La Russia utilizza diversi canali per proiettare all’estero un’immagine di forza e prestigio, alimentando al tempo stesso una narrazione trionfalistica per il pubblico interno, ma l’arte e lo sport sono fra i metodi favoriti. E i paratleti sono perfetti per il ruolo di “ambasciatori” di un paese che fonda la propria reputazione sulla forza. Secondo dati disponibili, circa 800 veterani della cosiddetta “operazione speciale” – l’eufemismo con cui il Cremlino definisce la guerra iniziata nel 2014 – sono già entrati nei circuiti paralimpici russi, e circa una trentina di loro fanno parte delle squadre nazionali, dove vengono celebrati come eroi.

È una situazione eticamente difficile da accettare: al danno di vedere reintegrati i Paesi aggressori nello sport internazionale si aggiunge la beffa della presenza di veterani di guerra tra gli atleti paralimpici russi. Se si prosegue su questa strada, fra quattro anni gli atleti ucraini potrebbero trovarsi a competere contro persone che hanno distrutto le loro città, ucciso amici o parenti, o causato le stesse ferite che hanno reso molti di loro disabili.

Reazioni istituzionali e personali

Di fronte all’inclusione degli atleti russi e bielorussi, le proteste non sono mancate. Il Commissario europeo per lo sport Glenn Micallef ha espresso con chiarezza la propria contrarietà al loro ritorno nello sport internazionale. Anche il governo italiano ha manifestato una posizione fermamente contraria a questa normalizzazione.

Il ministro degli Esteri ucraino Andrii Sybiha, in una dichiarazione congiunta con il ministro dello Sport Matvii Bidnyi, ha affermato che la scelta del Comitato Paralimpico Internazionale di schierarsi apertamente con la Russia nella sua guerra contro l’Ucraina è “immorale e contraria ai principi del movimento olimpico e alle norme fondamentali dell’umanità”.

Quando queste proteste non hanno prodotto effetti concreti, diversi Paesi — tra cui Austria, Canada, Croazia, Repubblica Ceca, Estonia, Finlandia, Germania, Lettonia, Lituania, Paesi Bassi, Polonia e naturalmente Ucraina — hanno deciso di boycottare la cerimonia di apertura.

Anche il pubblico all’Arena di Verona ha espresso il proprio giudizio. L’ingresso della bandiera russa è stato accolto da un silenzio quasi totale, mentre la bandiera ucraina ha ricevuto applausi.

Perchè i russi ci tengono tanto?

È giusto che lo sport voglia essere portatore di pace e rimanere lontano dalla politica. Ma proprio per questo non dovrebbero essere rappresentati Paesi che violano la pace e infrangono sistematicamente le regole della convivenza internazionale.

Per Russia e Bielorussia, infatti, il ritorno alle competizioni non è un gesto neutrale, bensì una conferma di legittimità e una vittoria politica per i rispettivi regimi. Le immagini delle delegazioni sorridenti in divise colorate, trasmesse in mondovisione, permettono di diffondere il messaggio che il mondo abbia ormai accettato quanto accaduto in Ucraina.

Nel frattempo, la guerra continua a causare dolore in Ucraina: civili uccisi, infrastrutture distrutte, città bombardate. Gli atleti ucraini sono costretti di scendere in pista, sulla neve e sul ghiaccio, competere con gli atleti russi ed eventualmente condividere con loro il podio in nome di una neutralità che vieta qualsiasi gesto politico.

Questa neutralità sembra scomparire quando si tratta di trovare nuovi appigli per mettere a disagio gli atleti ucraini. Sono state vietate perfino le loro giacche con l’effigie del proprio Paese. Oltre alla difficoltà di dover cambiare la divisa all’ultimo momento, resta una domanda: il Comitato Paralimpico Internazionale considera forse l’esistenza stessa dell’Ucraina qualcosa di provocatorio e politico?

La reazione degli ucraini

La squadra ucraina ha accettato queste imposizioni per concentrarsi sulle competizioni. Tuttavia, persino piccoli dettagli, come un paio di orecchini con la scritta “Stop War” nei colori ucraini, indossati dalla biatleta Kononova al momento della premiazione, sono stati giudicati inappropriati. Gli organizzatori le hanno intimato di toglierli, in apparente contraddizione con l’idea pacifica alla base dello spirito olimpico. Kononova ha dovuto togliersi gli orecchini, che portava da diversi anni e a cui era molto affezionata. È possibile che l’invito a fermare la guerra sia considerata “contraria al regolamento”?

Il Comitato Paralimpico Ucraino ha denunciato un trattamento definito “discriminatorio, irrispettoso e inaccettabile”, citando anche altri episodi: lo spostamento immotivato della bandiera nazionale in una zona meno visibile del villaggio paralimpico e il divieto per la famiglia del fondista Taras Rad di esporla durante le gare.

I parenti dell’atleta di Ternopil sono arrivati in Italia tutti insieme, superando molte difficoltà, ma sono stati fermati all’ingresso della zona di gara. Gli organizzatori gli hanno tolto e messo da parte non solo le bandiere, ma anche un foulard con fiori nei colori ucraini che aveva sulle spalle la madre dell’atleta. Questo trattamento, riservato soltanto a questo gruppo di ucraini, non aveva alcun fondamento legale e ha profondamente ferito i sentimenti della famiglia.

Per contrastare questo clima di legittimazione, alcuni atleti europei hanno espresso solidarietà attraverso piccoli gesti simbolici. L’11 marzo la fondista tedesca Linn Kazmaier e la sua guida Florian Baumann si sono voltati mentre suonava l’inno russo e hanno rifiutato di partecipare alla tradizionale foto dei vincitori. Anche l’atleta ceca Simona Bubenickova ha scelto di non togliere il cappello durante l’inno russo al momento della premiazione.

Uno sguardo al futuro

La guerra russa contro l’Ucraina continua, e si spera che nelle Paralimpiadi future non accada mai che si trovino a gareggiare vittime e aggressori. Tuttavia, nel 2026 i rappresentanti dei Paesi aggressori hanno ricevuto la tanto desiderata opportunità di tornare come pari nella comunità internazionale sportiva. La decisione dell’assemblea generale dell’IPC di revocare la sospensione di Russia e Bielorussia e di trattarle come qualsiasi altro Comitato Paralimpico apre la porta, in futuro, a una presenza sempre più ampia di veterani di guerra russi nelle competizioni.

La posizione del Comitato Paralimpico Internazionale presenta un evidente caso di doppi standard: permette all’aggressore di sentirsi a suo agio, come se nulla fosse, mentre all’aggredito si vieta di esprimere la propria identità nazionale.

Eppure, nonostante tutto, gli atleti ucraini hanno iniziato le gare con risultati straordinari, conquistando tre medaglie d’oro, due d’argento e cinque di bronzo. Questo risultato li pone allo stesso livello di Paesi come Italia, Francia, Austria, Canada, nonostante le condizioni estremamente difficili in cui gli ucraini si sono allenati durante l’inverno.

Le foto dell’articolo: Comitato nazionale dello sport per i disabili dell’Ucraina 2026

© RIPRODUZIONE RISERVATA