C’è stato un tempo in cui Paul McCartney non era il monumento (inter)nazionale che conosciamo oggi. Nei primi anni ’70, al contrario, al termine dell’uragano “The Beatles”, Paul era di fatto un uomo in fuga. Il nuovo documentario Prime Video scava tra le macerie della rivoluzione pop degli anni ’60 per raccontarci la rinascita di un artista che ha dovuto imparare a camminare da solo, tra fattorie scozzesi, critici inaciditi e un amore salvifico.

Occorre dimenticare il “Macca” sorridente che tuttora riempie gli stadi e, a 80 e passa anni, si prende il lusso di infilare numeri uno in classifica. Il Paul McCartney di Man on the Run, l’ultimo gioiello d’archivio sbarcato su Netflix per la regia di Morgan Neville, è un uomo (milionario) smarrito, quasi spezzato. Il film non è l’ennesima cronistoria sui Fab Four, ma il racconto di un trauma: cosa succede quando la band più grande della storia si auto-termina e tu, a 27 anni, sai che mai potrai volare più in alto?

La scelta stilistica di Neville è audace, anomala e moderna: non vediamo il Paul di oggi seduto in poltrona a ricordare, come in tante, troppe, precedenti occasioni. Il documentario è un montaggio serrato di materiale d’archivio (all’incirca) inedito, home movies sgranati e, soprattutto, la voce fuori campo di McCartney che commenta il suo passato. È un dialogo tra il Paul di ieri e quello di oggi, insomma; un’operazione che tiene su il ritmo e rende il documentario una sorta di thriller psicologico, con un’ottima colonna sonora.

Il cuore pulsante del film è il periodo 1969-1980: dalla fuga da Londra in una fattoria in decadimento in Scozia, dove Paul cerca di dimenticare le battaglie legali con Lennon e soci, tosa le pecore, sbaciucchia la moglie, cavalca purosangue e crea dal nulla un gruppo, i Wings, che parte con concerti gratuiti nei college e finisce per riempire stadi in tutto il mondo.

Uno degli aspetti più affascinanti e contraddittori che il documentario fa emergere è lo stile di vita quasi surreale del Paul di quegli anni. Neville accende i riflettori su un ossimoro vivente: da un lato il McCartney rockstar eterea e inarrivabile, dall’altro il padre di famiglia che gira per il mondo con i figli piccoli al seguito, tra poppate, pannolini e capricci, e che affida tastiere e cori a una donna meravigliosa, la sua ancora di salvezza da droga, alcol e overdose di onnipotenza, ma che con la musica aveva davvero poco a che fare.

La cosa creava un disagio evidente, a mio giudizio, principalmente in capo ai musicisti che lo hanno affiancato nella corsa dei Wings: come dire no a McCartney? Ma, al contempo: come spiegare al nuovo Elvis che non è rock’n’roll mostrare a file di fan estasiati immagini di musicisti vestiti da harleysti che aiutano a cambiare i pannolini e incidono hit con capre che girano indisturbate tra gli amplificatori?

La maggior parte degli strumentisti che hanno fatto parte dei Wings sono durati poco ma, guarda caso, vengono ricordati praticamente solo per aver affiancato il grande Macca per un tratto. Chiedere a George e Ringo cosa si prova…

Tornando al documentario in sé, un occhio critico non può ignorare l’elefante nella stanza. McCartney è produttore esecutivo del film e, sempre preda di un egocentrismo educato, british, ma senza dubbio patologico, orchestra in maniera non sempre obiettiva gli equilibri della sua carriera post-Beatles. Garantisce l’accesso a tesori d’archivio preziosi (come le riflessioni inedite sulla morte di John Lennon), ma relega a passaggi trascurabili le critiche a molti dei suoi lavori, che all’epoca sono state feroci. Non manca, infine, di sottolineare che la parte della ragione, sulle controversie post-Beatles, ce l’ha sempre avuta lui, come poi ammesso anche dagli altri. Occorre, tuttavia, ricordare che l’egocentrismo di cui sopra è stato il vero motore della rivoluzione pop degli sweet sixtyes, e che, a conti fatti, Paul ha trasformato in oro (quasi) tutto ciò che ha toccato.

Man on the Run vince perché non parla di record o idolatria, ma di talento, esuberanza e sofferenza. Consegna alle generazioni del nuovo millennio la storia di un tizio nato con un dono impareggiabile, che ha toccato il sole, si è bruciato le ali ed è dovuto ripartire da zero, quando avrebbe potuto, al contrario, campare sempiternamente di rendita. È un documentario visivamente splendido, con un montaggio che sembra un lungo videoclip d’autore.

Se cercate la verità assoluta, forse rimarrete a bocca asciutta; ma se cercate l’emozione di vedere un genio che impara a essere di nuovo umano tra i capricci dei figli e l’abbandono di amici vecchi e nuovi, Man on the Run è la vostra prossima ossessione in streaming.

*Vito Franchini, musicista e esperto musicale con una passione speciale per i Beatles, è autore di numerosi libri per Giunti, spaziando tra romanzi storici e polizieschi.

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