I giorni passano, i mesi scorrono, la classifica si rimodella, ma di punti salvezza in casa Virtus Verona non si riesce a trovare traccia. Un boccone amaro quello da digerire sul sintetico del Briamasco, l’ennesimo di una stagione da dimenticare. Mentre Pergolettese e Dolomiti Bellunesi, dirette concorrenti, continuano a macinare punti in chiave salvezza, la Virtus perde ancora. Questa volta in casa del Trento per 1-0, e per giunta in superiorità numerica da fine primo tempo.

La prima di mister Chiecchi, subentrato all’eterno Gigi Fresco soltanto giovedì, non è andata come sperato. Nella conferenza settimanale aveva preso parola il Direttore Generale Diego Campedelli, auspicando ad un cambio di direzione caratteriale piuttosto che ad un accanimento della costruzione dal basso. Paradossalmente, tolto il convincente approccio iniziale, non si è vista nessuna delle due.

Quattro punti separano ora i rossoblù da un potenziale scontro play-out.

Per un Gigi che se ne va, ce n’é un altro che invece resta

Allenatore – Presidente da quarantaquattro anni, Gigi Fresco ha parzialmente abdicato il trono da mister per fare spazio al suo secondo, Tommaso Chiecchi. Quest’ultimo, nella Press Room di giovedì, aveva parlato di totale coordinamento in merito alla linea da seguire per il rush finale in campionato. “Dare uno scossone” la parola d’ordine. Il tutto su decisione di Gigi Fresco stesso, che ha preferito farsi da parte a favore del mantenimento di un ormai compromesso equilibrio squadra.

«Io ho sempre condiviso tutto con Gigi. Abbiamo un rapporto molto diretto, di lealtà. […] Senza di lui non potrei farlo. […] In questi tre anni ho visto tanta gente che mi vuole bene, quindi io ci tengo ad aiutare questa squadra e Gigi, anche se in un ruolo diverso. La scelta è stata dura perché sappiamo Gigi quanto ci tiene. […] Nessuno infatti si sarebbe immaginato che sarebbe arrivato a questo punto»

“Parzialmente abdicato” perché, sul manto sintetico di Trento, Fresco si trovava in panchina con il resto della squadra. Non come allenatore, ma come vice. Con nuove vesti, in una posizione differente, ma con le stesse consuetudini di sempre. Il pre-partita, condito da saluti e scambi di parole con i delegati della Lega Serie C e lo staff avversario, dava l’impressione di un ribaltamento di posizione fittizio, come se tutto fosse rimasto invariato dalla tremenda prestazione di martedì sera contro il Novara. Partita che, come sottolineato dallo stesso Direttore Generale, è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso.

«Abbiamo dovuto far capire ai ragazzi cosa non è andato e far comprendere che adesso la palla noi l’abbiamo passata a loro. Quello che ho detto ai ragazzi è che […] ciò che non deve mai mancare è essere uomini. Martedì sera io ho visto in campo delle persone, non degli uomini.»

Parole molto forti. Tant’è che la prestazione contro i piemontesi ha convito persino Gigi, che di momenti no, nell’arco della sua quarantennale guida tecnica ne avrà vissuti parecchi, a fare un passo indietro.

Sia chiaro: qualunque sia il futuro della Virtus e del proprio presidente, l’eredità che Gigi Fresco lascia è quella di un genio della disciplina calcistica, senza ombra di dubbio. Poche sono le realtà in grado di produrre un calcio a km 0. Ancor di meno sono quelle capaci di abbinarci visione, spirito collettivo, esaltazione del singolo e qualità sul campo. Soltanto la Virtus è riuscita a farlo consolidandosi per nove anni tra i professionisti.

C’é però una grande riflessione da fare in merito. Per quanto può/poteva continuare un approccio così “parrocchiale” e campanilisticamente genuino, per giunta in un calcio che si evolve a velocità spropositata? Proprio per il peso che la figura di Gigi rappresenta, al fine di dare uno scossone, ciò di cui la squadra avrebbe bisogno è forse un provvedimento che non veda mezze misure o mezzi termini.

Altrimenti, la nobile volontà di portare un cambiamento rischia di passare come la più banale delle “mettiamoci una pezza”.

Meno costruzione dal basso, più cattiveria

In foto Matteo Bassi, @ph.nicolaguerra / VV

L’approccio della Virtus nei primi quindici minuti è stato positivo. Si è vista una formazione combattente, con i denti digrignati, compatta nei raddoppi e rapida in transizione. Il tutto con mister Tommaso Chiecchi sbraitante e sgomitante all’interno della propria area tecnica. I propositi erano quelli giusti, vista la netta superiorità tecnica del Trento (attualmente proiettata verso la conquista del secondo posto in campionato).

Al minuto 36′, però, cala il gelo. 1-0 Trento da calcio d’angolo. Il solito goal che obbliga la Virtus a rincorrere.

Nel girone di ritorno i rossoblù hanno conquistato solamente tre punti da tre distinti pareggi. Tutti arrivati sul risultato di 2-2. Tutti in rimonta. In particolare, contro Lecco e Pro Patria, il pattern risultava lo stesso: la Virtus passa in svantaggio, la squadra avversaria rimane in dieci, la Virtus reagisce e porta a casa il punto in extremis.

Nella partita di sabato, però, nonostante il Trento conducente sia rimasto in inferiorità numerica al 44′ vista l’espulsione di Corradi, la reazione virtussina è stata meno spavalda di quanto ci si aspettasse. In undici contro dieci, gli uomini di Chiecchi non hanno mai calciato nello specchio avversario.

Il piano tattico iniziale della Virtus era stato solido e funzionale: sfruttare lo spazio lasciato dall’altissima linea difensiva del Trento, sfruttando la velocità di Lerco in ripartenza. Lo sbilanciamento anteriore del secondo tempo ha invece mandato in totale caos la manovra offensiva. Tenendo conto del pattern legato ai pareggi ottenuti contro Lecco e Pro Patria, la Virtus sembra essersi abituata ad un tipo di gara, specie nei secondi tempi, rocambolesca e confusionaria.

Se infatti la formazione titolare si presenta con il giusto equilibrio fra uomini volti ad offendere e altrettanti a difendere, quando il tempo stringe, la superiorità numerica a favore si fa sentire e il ribaltone prende concretezza, dalla panchina rossoblù subentrano quasi solo attaccanti.

L’idea è aumentare peso e presenza nella zona di rifinitura, ma l’effetto è spesso l’opposto. Senza gerarchie chiare né distanze ben occupate, la manovra si ingolfa: gli uomini si pestano i piedi, gli spazi si chiudono e le linee di passaggio diventano caotiche. Più che generare pressione organizzata, la squadra finisce per produrre confusione, smarrendosi dentro il proprio sistema ultra anteriore, dove l’accumulo di attaccanti crea rumore ma non vera chimica offensiva.

Nel match del Briamasco, tolto Cuel mezz’ala, i restanti cambi citavano solo nomi di esterni di spinta, punte di ruolo e trequartisti funambolici. Patanè, Caia, Mastour, Mancini si sono infatti aggiunti ai già presenti Zarpellon e Bassi.

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