Il Festival del Giornalismo di Verona, sesta edizione, ha preso l’avvio in forma ufficiale sabato 28 febbraio e l’evento ospitato, come già gli anni precedenti, nella cornice accogliente della Sala Incontri della BBC Valpolicella Benaco ha visto la sociolinguista Vera Gheno dialogare con il giornalista Ernesto Kieffer sul tema “Il potere delle parole“.

In una sala gremita in ogni ordine di posto, erano presenti anche molti giornalisti che delle parole fanno uso quotidiano e significativo. Vera Gheno è stata trascinante, generosa e precisa nell’affermare che «le parole con cui raccontiamo i fatti non sono indifferenti e la scelta di omettere o di presentare le informazioni in un certo modo può influire sulla loro percezione».

Gheno ha fatto osservare, come esempio, una certa deviazione semantica  nel caso della parola “maranza”, ora  attribuita a un’intera categoria di persone, tutti migranti, tutti criminalizzati senza distinguo alcuno, che rivela una responsabilità della politica ma anche quella di chi raccoglie e riproduce questa semplificazione e la diffonde sui giornali, in televisione, sui social.

Poi ha ricordato che c’è una responsabilità collettiva che riguarda la relazione tra parola e potere, interessa chi non risulta mai credibile, come i giovani quando parlano di ambiente. Emblematico il caso di Greta Thumberg,  definita “gretina” e i suoi seguaci “gretini”. Oppure le donne quando denunciano uno stupro, credute solo fino a un certo punto, sempre oberate dal dubbio dissenso-consenso.

Il pubblico che ha partecipato all’incontro – Foto di Corrado Benanzioli

Vera Gheno ha ricordato che ormai da dieci anni affronta la questione dei nomi professionali declinati anche al femminile, come assessora, sindaca, maestra d’orchestra e altri. Tuttora esistono ancora forti resistenze a usarli diffusamente, con obiezioni che oscillano tra l’ignoranza della grammatica e una presunta cacofonia. L’unica obiezione che regge, secondo Gheno, è la difficoltà e il disagio a usarli in contesti fortemente maschilisti.

C’è poi l’ingiustizia epistemica, quando si cambia un nome per effetto del potere esercitato. L’esempio va all’attuale presidenza statunitense di Donald Trump in cui i migrant sono chiamati alien, cioè non umani, passo culturale necessario per giustificare le ingiustizie inferte  nei loro confronti.

Altre parole sono state depotenziate, suggerisce Kieffer, come woke e pro-pal. Si tratta di manomissione delle parole, e quelle non sono le uniche, ha sottolineato Gheno, perché anche l’innocuo aggettivo “petaloso”,  che nel 1916 prestò il fianco a fior di polemiche, è usato ora in forma offensiva in un‘accezione che rimanda a poca importanza del nome di riferimento. Ci sono parole che nascono con valenza positiva e poi ne assumono una negativa assegnata dall’opposizione politica, nel caso, per l’appunto, di woke.

Stesso procedimento usato per creare dubbi e paure intorno alla cosiddetta ideologia gender, anche se nessuno ha mai spiegato bene che cosa sia. Insomma si pone il problema della responsabilità correlata alla libertà d’espressione e su questo punto Gheno è stata molto decisa: «Io non penso che la libertà d’espressione ci debba de-responsabilizzare rispetto all’uso delle parole», ha affermato, per poi aggiungere: «Secondo me, si deve partire dal presupposto trasversale secondo il quale quando si sceglie di usare determinate parole si deve essere consapevoli delle conseguenze che quegli atti linguistici producono in noi e nel mondo circostante».

La Sala Incontri della BCC Valpolicella Benaco dove si è svolto l’appuntamento con Vera Gheno – Foto di Corrado Benanzioli

Poiché la società funziona per convenzioni, quella linguistica è una delle tante, in quest’ottica le parole che offendono non sono espressione di libertà e sovente  a usarle «Sono persone bianche, di sesso maschile, cisgender, eterosessuali, senza disabilità» ha chiarito Gheno  «Ma guai a definirli cisgender, si adombrano […] Rifiutano un etichetta che mette cis e trans sullo stesso livello, eppure sono gli stessi che hanno la pretesa di etichettare tutti gli altri» .

C’è poi il problema della nostra massiccia presenza sui social e dell’interazione veloce che porta a commenti affrettati, poiché non si legge più di una volta, ma si scorrono soltanto le notizie o i contenuti che l’algoritmo presenta per tenerci  costantemente collegati.

Riportando il discorso sulla lingua e il suo funzionamento, Gheno ha precisato: «Il fatto che tante persone siano infastidite dai cambiamenti linguistici è perché nessuno ha mai spiegato loro che sia naturale». Citando il linguista Tullio De Mauro, ha ricordato che sosteneva  avessimo bisogno di tre elementi linguistici per comunicare: il dialetto che lega alle origini, l’italiano che permette di agire nel nostro mondo, scuola e lavoro, e poi le altre lingue (come l’inglese o lo spagnolo), come fossero rami dell’albero che vanno in tutte le direzioni e permettono di andare oltre la dimensione del nostro paese.

Per concludere la cronaca necessariamente parziale di un incontro ricco di suggestioni, una citazione dal libro di Vera Gheno che quasi ha lo stesso titolo dato all’evento, Potere alle parole. Perché usarle meglio (Einaudi, 2019) e che lei stessa ha richiamato nella conferenza: “Propongo l’adozione, per tutti noi, di tre parole chiave: dubbio, riflessione e silenzio. In primo luogo coltiviamo il dubbio fecondo, perché è alla base della possibilità di continuare ad aumentare le proprie competenze e conoscenze […] Oltre a questo, riprendiamoci il lusso della riflessione, benché oggi tutto sembri spingerci a credere che la velocità nella comunicazione sia essenziale […] Manca ancora l’ultimo punto, quello di cui in questo libro, denso di parole, abbiamo forse parlato troppo poco: la rilevanza del silenzio. Non occorre avere sempre un’opinione su tutto, non occorre riempire ogni vuoto con le parole. Abbiamo la possibilità di scegliere, al momento giusto, di stare zitti.”

Vera Gheno, Giampaola Zanotti, Presidente della Pro Loco di Marano di Valpolicella, ed Ernesto Kieffer – Foto di Corrado Benanzioli

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