Stati Uniti, Canada e Messico 2026 ha già il sapore di una competizione generazionale. Sarà il Mondiale degli addii: Cristiano Ronaldo per chiudere la carriera platinando il gioco del calcio, Lionel Messi per difendere il titolo con l’Albiceleste e Neymar Jr per un last dance in verdeoro, andando così a chiudere il cerchio di una generazione calcistica irripetibile. Sarà però anche il Mondiale di Donald Trump, già al centro del deterioramento dell’equilibrio geopolitico mondiale e presidente del principale Paese ospitante: gli Stati Uniti d’America.

L’appello di Danimarca, Svezia e Germania

Sono mesi che l’equilibrio geopolitico mondiale si va distruggendo sempre più. Donald Trump, Presidente degli Stati Uniti d’America, si è reso protagonista di affronti diretti a numerosi Stati sovrani europei, alimentando una tensione che con la minaccia dell‘invasione della Groenlandia ha raggiunto i suoi picchi più estremi.

Alcune settimane fa, infatti, in seguito all’affronto di ulteriori nuovi dazi da indirizzare ai Paesi a difesa della Groenlandia (territorio appartenente alla corona danese), Danimarca e Svezia hanno presentato l’ipotesi di un’auto-esclusione dal campionato del mondo. Infatti, secondo un sondaggio riportato dal portale BT, il 90% dei cittadini danesi pare essere favorevole al boicottaggio del Mondiale. Sondaggio che ha avuto terreno fertile anche nella vicina Svezia, dove da ormai un anno esistono diversi gruppi che si mobilitano per un mini-embargo a danno dei prodotti statunitensi, invitando i partecipanti a non acquistarne. Ricordiamo che entrambe le formazioni non hanno ancora la qualificazione in tasca, ma dovranno passare dal turno play-off di fine marzo.

Per quanto riguarda la Germania, invece, il portavoce di tale proposta è Oke Göttlich, vice-presidente della Federcalcio Tedesca (DVB) e presidente del St.Pauli. Il dirigente ha aperto, almeno sul piano teorico, alla possibilità di un boicottaggio del Mondiale come forma di pressione politica, sostenendo che anche il calcio non possa più considerarsi estraneo al contesto geopolitico che lo ospita. Secondo Göttlich, partecipare senza prendere posizione rischierebbe di legittimare dinamiche e scelte politiche controverse, mentre un gesto forte, anche solo evocato, servirebbe a riaffermare i valori di responsabilità e coerenza che lo sport dovrebbe rappresentare.

Infatti, la memoria storica dei Giochi di Hitler a Berlino nel 1936 è la dimostrazione di come sport e propaganda vadano spesso di pari passo. E proprio i tifosi del St.Pauli, riconosciuti a livello mondiale come la frangia più estremista (di sinistra) nel panorama calcistico, si sono esposti poche settimane fa in merito al riconoscimento della Federcalcio Groenlandese.

È infatti recente il rifiuto ricevuto dalla CONCACAF, Confederazione calcistica del Nord e Centro America, che ha respinto la richiesta della Federazione groenlandese di entrare a farne parte, di fatto escludendola nonostante lo sport più praticato sull’isola sia proprio il calcio. Era stata rifiutata anche dalla Uefa nel 2015. Sicuramente non ci si aspetta che una squadra groenlandese possa alzare la Champions League o la CONCACAF Champions Cup, ma il riconoscimento di un organo calcistico che ne regoli il campionato resta imprescindibile come atto politico a sostegno della Groenlandia.

Oke Göttlich, vicepresidente della DFB e presidente del St.Pauli

La questione ICE

Oltre alle tensioni di politica estera, la gestione interna della sicurezza e dell’immigrazione negli Stati Uniti è diventata un altro nodo critico in vista del Mondiale 2026. L’amministrazione statunitense ha intensificato le misure restrittive, comprese quelle affidate al Department of Homeland Security e alle forze come ICE, sul fronte del controllo dell’immigrazione e della sorveglianza interna.

A pesare sul dibattito c’è anche la stretta sull’immigrazione avviata da Washington a partire da gennaio 2026, che ha portato al blocco dei visti per cittadini di 75 Paesi, tra cui Iran ed Egitto, nazioni già qualificate al Mondiale. Una decisione che, pur riguardando formalmente i flussi migratori, solleva interrogativi concreti sulla gestione dei visti per atleti, staff, media e tifosi, alimentando timori su possibili esclusioni e su un clima poco compatibile con un evento che si proclama globale.

L’impressione è quella che l’atmosfera di spensieratezza che solamente il calcio estivo è in grado di trasmettere venga convertita in esercitazioni paramilitari volte a consolidare le forze di sicurezza disposte nei pressi degli stadi. Un Mondiale che, dopo la poco apprezzata pausa invernale di Qatar 2022, riporterà la competizione calcistica più saliente ed apprezzata allo scoccare della stagione più attesa dell’anno, nella speranza che siano le storie che si celano dietro ogni partita a farne da padrona, e non delle estreme disposizioni di sicurezza interna.

Le parole di Infantino su Donald Trump

«Oggettivamente, se lo merita [il premio FIFA per la pace]. Qualunque cosa possiamo fare per contribuire alla pace nel mondo, dovremmo farla, e per questo motivo, da tempo pensavamo di dover fare qualcosa per premiare chi fa qualcosa».

A rendere ancora più controverse le parole di Gianni Infantino post assegnazione del Premio FIFA per la Pace è un rapporto personale con Trump che appare ormai consolidato e tutt’altro che episodico. Il presidente della FIFA ha difeso con convinzione la scelta di attribuire al presidente statunitense un riconoscimento legato alla pace, in un clima che molti leggono come di palese vicinanza politica e simbolica.

Un legame già emerso pubblicamente la scorsa estate, quando Infantino e Trump sedevano fianco a fianco in tribuna per la finale del Mondiale per Club, immagini che avevano fatto il giro del mondo sollevando interrogativi sulla neutralità dell’istituzione calcistica. Il Mondiale per Club, giocatosi sempre negli States, era stato infatti visto dalla maggioranza come un’anticipazione in piccolo di ciò che si sarebbe visto con il Campionato del mondo dell’estate 2026. E così effettivamente è stato.

In questo contesto, la presa di posizione del numero uno della FIFA non è solo una dichiarazione d’intenti, ma un segnale politico chiaro che ha di fatto svuotato di significato l’ipotesi di un boicottaggio concreto, rendendo evidente come la linea ufficiale dell’organizzazione sia quella di un allineamento al Paese ospitante e alla sua leadership.

Donald Trump e Gianni Infantino

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