All’alba del 24 febbraio 2022, mentre i motori dei blindati ruggivano verso la frontiera, un conflitto che covava da otto anni, tra l’annessione della Crimea e la guerra a bassa intensità nel Donbass, si trasformava nella più grande guerra europea dal 1945.

Le prime ore sembrarono scritte da un manuale militare: l’assalto all’aeroporto di Hostomel, il tentativo di aprire un varco rapido verso Kyiv, l’illusione di una conquista lampo. Poi la realtà. Ad aprile Mosca si ritira dal nord, lasciando dietro di sé città ferite e immagini che si imprimono nella memoria collettiva, come indelebili cicatrici: Bucha e Mariupol su tutte, divenute simbolo di un orrore che non ha bisogno di aggettivi.

La guerra cambia pelle. Avanza a sud e a est, mentre dopo l’estate le forze ucraine riconquistano territori, ribaltando per un momento la narrativa dell’inevitabilità. Ma è un lampo dentro una tempesta lunga. Il conflitto scivola lentamente nella dimensione più crudele: la guerra d’attrito. Non più rapide avanzate, ma metri contesi, logoramento sistematico, un tritacarne che nel 2023 consuma uomini, mezzi, speranze.

Questa guerra, si dice, è destinata a cambiare tutte le guerre. Il fronte non è più soltanto linea di trincee ma spazio saturo di tecnologia. Il ronzio costante dei droni sostituisce il silenzio teso dell’attesa. La morte diventa precisa, osservata, guidata. Viene prodotta su scala industriale e diffusa in tempo reale sugli schermi. E ci si abitua, ineluttabilmente, a qualcosa a cui è impossibile abituarsi. È una trasformazione che riguarda non solo la tattica ma anche la percezione stessa del conflitto. La nostra percezione, quella dei meri osservatori. E infatti qui la distanza tra chi combatte e chi guarda si assottiglia inesorabilmente, senza mai annullarsi.

Le stime sulle perdite raccontano una dimensione umana devastante: centinaia di migliaia di soldati russi morti secondo valutazioni indipendenti; decine di migliaia di caduti riconosciuti da Kyiv, con conteggi che, nelle ipotesi più estese, crescono drammaticamente. Tra morti, feriti e prigionieri, il totale degli uomini travolti dal conflitto sfiora cifre che evocano le grandi guerre del Novecento.

Ma oltre la tristissima conta dei morti, c’è la sostanza politica e simbolica. Per il Cremlino, la posta in gioco non è soltanto territoriale. Sopprimere l’identità ucraina, riaffermare un dominio sulla propria sfera di influenza: obiettivi che riportano alla superficie categorie che si credevano archiviate da tempo. E che, invece, sono tornate alla ribalta. Non soltanto per colpa di Putin, ma anche di altri dittatori o pseudo-tali, sparsi dall’America all’Asia.

Ucraina indomita

Quattro anni dopo, l’Ucraina appare esausta ma irriducibile. Resiste sotto il peso di un dolore che non è più emergenza ma condizione quotidiana. Alla fatica si somma un sentimento sottile e corrosivo: la paura dell’abbandono. Gli ondeggiamenti della politica americana, le incertezze europee, la lentezza delle decisioni strategiche alimentano una sensazione che in guerra pesa quasi quanto la scarsità di munizioni.

E intanto il fuoco continua ad aumentare. Negoziato dopo negoziato, tregua evocata dopo tregua mancata, la logica dell’attrito si impone con la sua verità brutale: vincerà chi avrà più risorse da consumare nell’incendio. Non necessariamente chi avrà più ragione, ma chi potrà resistere più a lungo al logoramento.

L’Europa, spettatrice coinvolta e inquieta, si trova davanti a uno specchio che riflette domande scomode. Che cosa significa sicurezza in un Continente che pensava di aver archiviato la guerra su larga scala? Quale equilibrio tra diplomazia, deterrenza, sostegno? E soprattutto: quanto a lungo può durare una guerra che sembra non voler finire, mentre ridefinisce confini, alleanze, linguaggi?

A quattro anni dall’inizio dell’invasione, il conflitto tra Russia e Ucraina non è soltanto una tragedia geopolitica. È una frattura culturale, morale, generazionale. Un evento che costringe l’intera Europa a ripensare se stessa, alla propria memoria, alla propria idea di futuro.

Si parlerà di questa “guerra senza fine” anche al prossimo Festival del Giornalismo di Verona, nell’incontro in programma il 15 marzo alle 11.30 alla Fucina Machiavelli con Cristiano Tinazzi e Nataliya Kudryk, oltre alla moderazione di Ada Pagliarulo.

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