Il ritorno in grande stile degli U2
Con "Days of Ash" la band di Dublino torna a fare politica attiva, una vocazione mai svanita nella loro lunga carriera, ma che in certi momenti storici ha avuto dei picchi di grande valore. Come in questo caso.

Con "Days of Ash" la band di Dublino torna a fare politica attiva, una vocazione mai svanita nella loro lunga carriera, ma che in certi momenti storici ha avuto dei picchi di grande valore. Come in questo caso.

Non a caso, nel giorno delle Ceneri, in cui nella religione cattolica si celebra la necessità di rinascita attraverso il pentimento e la conversione, la rock band irlandese U2 sorprende il mondo musicale con l’ennesimo gesto politico e con l’uscita di un extended play dal titolo Days of Ash. Questa raccolta di cinque nuovi brani, accompagnata da una poesia intitolata Wildpeace, è “una risposta ai nostri giorni, ispirata dalle molte persone straordinarie e coraggiose che combattono in prima linea per la libertà”, come ha scritto la band di Dublino in un post sui social media.
A differenza di quanto scritto per “Cedars of Lebanon”, brano che chiudeva l’album del 2009 No Line on the Horizon, dove il monologo disincantato di un corrispondente di guerra, tra malinconia e introspezione, tentava di comprimere esistenze complesse in freddi titoli di giornale, nel mini-album di ieri quattro dei cinque brani ritornano alle persone: una madre, un padre e un adolescente le cui vite sono state brutalmente interrotte, oltre a un soldato che preferirebbe cantare ma è disposto a morire per la libertà del suo paese.
Con l’uscita dell’EP Days of Ash, gli U2 tornano a intrecciare musica e impegno civile, riaffermando una vocazione politica che attraversa l’intera loro carriera. A fare da manifesto al progetto è “American Obituary”, brano accompagnato da un videoclip che amplifica il messaggio lirico attraverso un potente impianto simbolico.
Il video alterna immagini dal forte impatto evocativo, dal Campidoglio degli Stati Uniti alla Statua della Libertà, a sequenze che richiamano tensioni sociali, proteste e fratture interne alla società americana. Il contrasto visivo tra i simboli fondativi della democrazia statunitense e le immagini di conflitto civile costruisce un racconto che va oltre la cronaca, trasformandosi in una riflessione sulla distanza tra gli ideali proclamati e la realtà vissuta.
Sul piano testuale, il brano oscilla tra denuncia e speranza. «I peggiori non possono uccidere il meglio di noi, ma possono provarci», canta Bono, in una frase che suona come un’amara constatazione dei tempi attuali. Tuttavia, la tensione non si risolve nel pessimismo: «L’America si ribellerà contro il popolo delle bugie» diventa una dichiarazione di fiducia nella capacità rigenerativa della società civile. Ancora più emblematico è il verso «Ti amo più di quanto l’odio ami la guerra», che rovescia la retorica dello scontro contrapponendo all’odio una forza affettiva e morale capace di superarlo.
Musicalmente, American Obituary mantiene un registro diretto, con una struttura che privilegia l’urgenza espressiva rispetto alla complessità formale. L’arrangiamento sostiene il peso del testo senza sovrastarlo, lasciando che sia la parola a guidare l’ascoltatore. È una scelta coerente con l’impostazione dell’intero EP, che privilegia l’immediatezza e il messaggio.
Nel complesso, il brano si inserisce nella tradizione della canzone di protesta, ma evita toni didascalici: più che offrire risposte, pone interrogativi. In un’epoca segnata da polarizzazioni e narrazioni contrapposte, gli U2 scelgono di tornare al cuore del loro linguaggio originario — quello di una musica che non teme di confrontarsi con la realtà politica e sociale — riaffermando la convinzione che l’arte possa ancora essere uno spazio di coscienza critica e di possibile cambiamento.
Nel mini-album ci sono diverse collaborazioni con artisti. Ed Sheeran partecipa come artista ospite nella traccia “Yours Eternally”, cantando insieme agli U2. La sua presenza è significativa: Sheeran è accreditato come coautore di questa canzone insieme ai membri della band e ad altri autori. Taras Topolia, musicista ucraino e frontman della band Antytila, compare sempre in “Yours Eternally” come voce aggiuntiva. La collaborazione nasce da un incontro tra Bono, The Edge e Topolia a Kiev nel 2022. Adeola, artista nigeriana e componente del gruppo Les Amazones d’Afrique, presta la voce parlata alla traccia “Wildpeace”, un pezzo basato sul poema di Yehuda Amichai inserito nell’EP.
In occasione dell’uscita dell’EP Days of Ash, gli U2 hanno rilanciato Propaganda, la loro storica fanzine ufficiale nata nel 1986 e pubblicata per la prima volta negli anni d’oro del fan club come mezzo diretto di dialogo con i loro fan. La rivista, disponibile in edizione digitale e in tiratura cartacea limitata, si intitola U2 – Days Of Ash: Six Postcards From The Present… Wish We Weren’t Here ed è pensata come complemento narrativo all’EP, offrendo materiali e prospettive che vanno oltre la semplice musica.

La pubblicazione, composta da circa 52 pagine, include interviste esclusive con figure direttamente coinvolte nel progetto — come il regista ucraino Ilya Mikhaylus, autore del cortometraggio legato al brano Yours Eternally, il produttore Pyotr Verzilov e il musicista e soldato Taras Topolia, oltre a contenuti originali dei membri della band e ai testi dei brani contenuti nell’EP
In quasi cinquant’anni di carriera, gli U2 hanno sfruttato la loro fama per sostenere cause sociali e politiche, alternando canzoni iconiche di protesta, come “Sunday Bloody Sunday”, brano che denuncia la violenza politica in Irlanda del Nord, o “Walk On”, dedicata alla leader pro-democrazia Aung San Suu Kyi durante la sua detenzione, a partecipazioni a eventi di beneficenza internazionale e una presenza diretta nel dibattito politico globale, soprattutto attraverso le iniziative di Bono. Il loro impegno si estende dagli anni ’80 fino alle battaglie contemporanee su diritti umani, giustizia sociale e responsabilità politica. In ‘Days of Ash‘ la band riporta attivamente l’attenzione sui casi di ingiustizia sociale, violenza statale e guerra, segnando un esplicito ritorno all’impegno civile nella loro musica.
Nel corpo di “U2 – Days Of Ash: Six Postcards From The Present… Wish We Weren’t Here” gli U2 ribadiscono una visione politica e umanitaria radicata nel rispetto dei diritti umani e della dignità dei popoli. Nel numero celebrativo, Bono, The Edge, Adam Clayton e Larry Mullen Jr. affidano alla carta una dichiarazione che suona come un manifesto: «Crediamo in un mondo in cui i confini non vengano cancellati con la forza, dove cultura, lingua e memoria non vengano zittite dalla paura. «Dove la dignità del popolo non è negoziabile». Parole che riflettono le tensioni geopolitiche contemporanee e collegano il nuovo lavoro discografico a una precisa visione etica. Questa posizione non è presentata come una semplice “presa di posizione temporanea” o come una moda politica, ma come una convinzione profonda, coerente e duratura su cui la band fonda il proprio impegno artistico e morale.
Anche di fronte all’ennesima iniziativa in campo musicale a sostegno della libertà, la domanda che sorge spontanea ai più disillusi è se, in questi tempi geopolitici agghiaccianti, la musica impegnata abbia ancora senso. Verosimilmente nel 2026 non occupa più la posizione centrale che aveva negli anni ’60 con Bob Dylan o negli anni ’80 con gli U2, quando il rock era uno dei principali megafoni generazionali. Oggi il panorama è frammentato: il dibattito politico passa attraverso social network, podcast, creator digitali. Le canzoni non sono più l’unico né il principale spazio di mobilitazione collettiva. Eppure proprio questa frammentazione rende la musica impegnata ancora significativa, per almeno tre ragioni.
In un’epoca di comunicazione rapida e polarizzata, una canzone può offrire complessità emotiva. Non è un tweet, non è un post: è un racconto, una presa di posizione che lavora sull’empatia più che sull’argomentazione, rallentando il discorso pubblico. Costruisce memoria. Molti eventi politici vengono dimenticati nel flusso continuo delle notizie. La musica, invece, sedimenta. Brani come “Sunday Bloody Sunday” sono rimasti nella memoria collettiva più di molti editoriali dell’epoca. Nel 2026, trasformare un fatto in canzone significa provare a fissarlo nella coscienza culturale.
Non mobilita masse, ma crea comunità. La musica impegnata oggi non genera movimenti di massa come in passato, ma consolida comunità già sensibili a determinati temi. Funziona meno come detonatore e più come collante identitario.
Certo, esistono dei limiti. In un contesto polarizzato, l’artista che prende posizione rischia di rivolgersi solo al proprio pubblico. Inoltre, l’iperesposizione politica può apparire opportunistica se non supportata da coerenza e continuità. La domanda, quindi, non è tanto se abbia ancora senso, ma che tipo di senso abbia. Nel 2026 la musica impegnata non cambia governi, ma può ancora cambiare percezioni. Non sostituisce l’azione politica, ma può nutrire immaginari, dare voce a chi non ne ha, ricordare che dietro le statistiche ci sono persone.
Finché esisteranno conflitti, disuguaglianze e tensioni sociali, esisterà anche il bisogno di raccontarli. La musica, per sua natura, rimane uno dei linguaggi più potenti per farlo.

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