La giudice per le indagini Livia Magri si sarebbe dovuta esprimere ieri, giovedì 12 febbraio, sulla richiesta di archiviazione, effettuata dalla Procura di Verona, in merito alla morte di Moussa Diarra. La morte del ragazzo è avvenuta il 20 ottobre 2024, fuori dalla stazione di Porta Nuova di Verona, dove è stato colpito al cuore da uno sparo da parte di un agente della Polfer.

Non vi è stata alcuna archiviazione, ma al momento le indagini non si riapriranno. La GIP, dopo aver ascoltato i legali delle parti, si è riservata la possibilità di decidere e si prenderà ulteriore tempo per farlo.

Questo dopo quasi tre mesi dalla richiesta di archiviazione e dopo aver ricevuto, da parte dei legali della famiglia di Moussa Diarra, un documento di cinquantuno pagine, in cui si oppongono all’archiviazione e, punto dopo punto, né spiegano il motivo. Ulteriore tempo di cui necessità la giudice, che conferma che le facili sentenze non esistono.

Le domande che deve porsi la politica

In questa storia non c’è nulla di ovvio e la politica, in primis, deve porsi delle domande sul proprio ruolo in questa tragedia. Deve farsi domande soprattutto in queste ore in cui si parla dell’approvazione del disegno di legge che prevede il blocco navale ed altri ostacoli che renderanno la vita alle persone migranti ancora più infernale (semmai fosse possibile).

Del resto, c’è di mezzo la morte di un ragazzo maliano di soli 26 anni. Una vita spezzata e prima ancora torturata nel vero senso della parola. Moussa Diarra aveva subito torture nei lager in Libia, gli stesse lager sovvenzionati dai governi italiani ed europei. Una vita difficile, al limite della sopportazione, riuscita a sopravvivere ad un mare che qualche settimana fa ha inghiottito mille persone con storie e passato molto simili a quello di Moussa.

Una vita sopravvissuta al deserto, alle torture e alle umiliazioni che Moussa ha poi ritrovato nei luoghi di lavoro tra Italia, Francia e Spagna. Lavoro che a tratti lo ha reso più uno schiavo che un lavoratore. Umiliazioni quando gli veniva rifiutata la possibilità di prendere in affitto una stanza per la sua proveniente e di ritrovarsi a dormire in capannoni abbandonati. Umiliazioni per elemosinare quei documenti che tardavano ad arrivare, ritardi che gli hanno tolto la libertà di poter tornare dalla madre quando è morto il papà, solo un mese prima di quel maledetto 20 ottobre 2024.

C’è questo e molto altro dietro l’urlo di disperazione di quella notte, quella che ha preceduto la sua morte. Le foto riportate sulle pagine Instagram del Comitato Verità e Giustizia per Moussa Diarra, raccontano di un’ultima notte disumana, l’ennesima della sua vita travagliata. Raccontano di un girovagare per ore per la città. Raccontano di un ragazzo a cui avevano già tolto tutto, la dignità, la libertà di potersi muovere. Gli avevano tolto la possibilità di un vivere sereno, da sempre.

Le domande che deve porsi l’opinione pubblica

Si deve interrogare la politica e soprattutto quegli esponenti della politica che hanno cavalcato il banale algoritmo del pensiero semplice, secondo il quale immigrato vuol dire clandestino, quindi tossico e spacciatore, probabilmente terrorista e ogni altro male del mondo.

Tutte facili sentenze prive di empatia, senza alcuna volontà di provare a capire come si arriva una notte di ottobre, a soli 26 anni, a compiere gesti disperati, a vagare tutta la notte come un’anima in pena, urlando disperazione.

Ecco, la necessità di prendere ulteriore tempo, da parte della GIP, testimonia forse questo. La necessità di provare a capire l’ordine degli eventi, cosa è mancato tra le ipotesi di cura e gestione di una persona fragile e sola dentro una città piena di uomini e donne delle forze dell’ordine, piena di telecamere in grado di narrare il corpo e il disagio di un ragazzo.

Alcuni punti da chiarire secondo i legali

Il poliziotto non si era dotato volutamente di taser né di sfollagente, due strumenti che il poliziotto stesso dichiara di non farlo sentire in sicurezza. Ma utilizzarli, averli con sè, avrebbero permesso una gestione meno violenta del momento critico. Il momento in cui il poliziotto e Moussa Diarra si erano trovati ravvicinati.

Senza questi strumenti il poliziotto ha usato l’unico strumento che, interpretando le sue parole, lo fa sentire in sicurezza: la pistola. Questo nonostante la sua trentennale esperienza in polizia.

Foto del Comitato Verità e Giustizia per Moussa Diarra –
Il poliziotto mentre segue Diarra

Il non essersi dotato di questi strumenti è uno dei punti su cui si basa il documento di cinquantuno pagine, in cui gli avvocati e le avvocate della famiglia Diarra, si oppongono alla richiesta di archiviazione. Convinti che si sarebbe evitata la morte di Moussa se il poliziotto si fosse dotato almeno dello sfollagente. Inoltre il poliziotto non era dotato di casco e altre protezioni, ma aveva preso con sé solo il cappellino.

Tra gli altri punti, i legali chiedono spiegazioni sul perché il poliziotto, come ammette, abbia mirato al torace, quindi verso parti vitali del corpo. Avrebbe potuto mirare alle gambe, dove, colpendolo avrebbe comunque neutralizzato Diarra ma senza ucciderlo.

Nel lungo documento viene evidenziata sproporzione tra l’utilizzo della pistola e un coltello da cucina. Una pistola contro una posata da cucina di 11 centimetri di cui il perito balistico non scrive nulla sulla capacità di trafiggere la consistente divisa del poliziotto. Da verifiche effettuate dai legali di Diarra, risulta che sarebbero serviti diversi minuti per poterla forare.

La condotta dell’agente la notte precedente

Sempre nel documento i legali evidenziano dubbi anche sulla condotta dell’agente nelle ore che hanno preceduto la sua entrata in servizio.

L’agente è entrato in servizio alle 7 del mattino, circa dieci minuti dopo sparerà a Moussa. Lui stesso riferirà di essersi recato in stazione già intorno alle 6.30, quindi mezz’ora prima di prendere servizio.

Durante la notte, quindi qualche ora prima, il suo telefono viene agganciato da diverse e distanti celle telefoniche della Valpolicella e poi di Verona. Questo denota che, la notte precedente all’accaduto, l’agente non ha dormito o ha dormito molto poco.

Dai documenti delle indagini però emerge che al poliziotto non è stato eseguito alcun esame per constatare il suo stato tossicologico e se fosse totalmente lucido al momento della sciagura. Eppure, gli alcoltest vengono effettuati sistematicamente quando una persona viene fermata banalmente in macchina.

“Il 20/10/2024 l’utenza effettuava numeroso traffico sia durante la notte dove agganciava le celle della zona Valpolicella che durante la mattina quando inizia ad agganciare le celle di Verona”. 

Questi e altri elementi riportati nel documento di opposizione all’archiviazione evidenziano che le indagini potevano essere svolte meglio. Si sarebbe potuto effettuare indagini più approfonditamente anche verso il poliziotto, quindi, e non solo verso Diarra, di cui è stato scandagliato il passato, dei suo trascorsi in Francia, il presente qui in Italia. Mentre sul poliziotto non si è indagato nemmeno sulle sue condizioni psicofisiche di quella mattina.

Ci sono elementi su cui è necessario quindi fare degli approfondimenti, cercare di capire di più. Situazioni ambigue su cui è opportuno indagare meglio.

Perché nulla è scontato, nulla è lineare, in nessuna storia giudiziaria, anche in quella che riguarda la morte di Moussa Diarra. Una vicenda su cui qualcuno voleva emettere una sentenza già il 20 ottobre 2024 ma dopodiché sono emerse una serie di situazioni che hanno innescato dubbi e le necessità di indagare a fondo. Indagini necessarie e dovute come in ogni Stato di diritto, in ogni democrazia.

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