Parlare d’amore in prossimità di San Valentino significa inevitabilmente confrontarsi con un tema che riguarda tutti, indipendentemente dall’età, dall’esperienza o dalla formazione culturale. L’amore è qualcosa che ciascuno di noi ha incontrato almeno una volta nella vita, magari con entusiasmo, magari con delusione, spesso con entrambe le cose insieme. Eppure, proprio perché così familiare, rischia di essere dato per scontato, ridotto a sentimento spontaneo, a colpo di fortuna o a semplice questione di chimica. Quando ci innamoriamo, soprattutto da giovani, siamo portati a pensare che “sia capitato”, che sia successo senza un perché, come se il cuore seguisse leggi misteriose e indipendenti dalla nostra storia.

Le psicoterapie, nelle loro diverse declinazioni, ci raccontano invece qualcosa di diverso: l’amore non è mai del tutto casuale. Anche quando i nostri comportamenti affettivi ci appaiono contraddittori o difficili da comprendere, il modo in cui scegliamo chi amare, come amarci e quanto restare coinvolti parla profondamente di noi. Non si ama per errore, e nemmeno quando la relazione si rivela dolorosa o sbilanciata si può dire che l’innamoramento sia stato un incidente. Le relazioni affettive sono piuttosto uno specchio della nostra organizzazione emotiva, dei nostri bisogni, delle nostre ferite e delle nostre risorse.

Da questo punto di vista, molte teorie psicoterapeutiche concordano nel ritenere che la capacità di amare sia un indicatore centrale del funzionamento psichico. Già Sigmund Freud, fondatore della psicoanalisi, affermava che la salute mentale si misurasse nella possibilità di amare e di lavorare. Se trasportiamo questa idea nel tempo dell’adolescenza e della prima giovinezza, potremmo dire che un ragazzo o una ragazza stanno bene quando riescono a investire affettivamente nelle relazioni e, allo stesso tempo, a impegnarsi in qualcosa che dia struttura, continuità e senso alla propria vita. Amare non è quindi solo un’esperienza privata, ma una competenza che si costruisce nel tempo e nel contatto con l’altro.

L’amore, inoltre, non si sviluppa mai nel vuoto. Ogni epoca storica ha espresso un proprio modo di vivere i legami sentimentali, e il nostro tempo non fa eccezione. Oggi viviamo in una società segnata da profondi cambiamenti e da una diffusa instabilità: lavorativa, economica, identitaria. Questa precarietà si riflette inevitabilmente anche nelle relazioni affettive, che diventano più fragili, più revocabili, più esposte alla logica della soddisfazione immediata. L’idea che tutto possa essere cambiato in nome dell’autorealizzazione personale rende più difficile tollerare la fatica che ogni rapporto autentico comporta.

Nella mia esperienza clinica e professionale ho potuto osservare come le difficoltà non sempre uniscano, ma spesso dividano. Quando le persone sono occupate a proteggere la propria sicurezza emotiva di base, resta poco spazio per prendersi cura dell’altro. In contesti di sofferenza, si tende a salvarsi individualmente, e il legame rischia di diventare lasso, intermittente, sacrificabile. L’instabilità relazionale che caratterizza il nostro tempo è figlia di questa crisi più ampia, che ha messo in discussione le certezze del passato senza aver ancora costruito nuovi riferimenti condivisi.

Questo scenario ha ricadute dirette anche sui giovani. Gli adolescenti, pur non essendone consapevoli, reagiscono ai cambiamenti degli adulti di riferimento. Tradizionalmente l’adolescenza è sempre stata il tempo degli amori intensi, esagerati, provvisori, fatti per sperimentare, soffrire e crescere. Oggi, invece, assistiamo a un fenomeno curioso: mentre molti adulti vivono relazioni emotivamente adolescenziali, i ragazzi sembrano talvolta muoversi in direzione opposta. Da una parte incontriamo adolescenti che restano a lungo fuori dai legami, spaventati dall’esposizione emotiva e dal rischio del rifiuto; dall’altra, giovani che entrano precocemente in relazioni stabili, leali, quasi “adulte”, come se qualcuno dovesse assumersi il compito di dare solidità all’amore.

Le psicoterapie ci aiutano a leggere questi movimenti non come segni di incapacità di amare, ma come tentativi di adattamento a un contesto emotivo complesso. I ragazzi di oggi crescono bombardati da immagini di perfezione, da modelli sessuali irrealistici e da una continua richiesta di prestazione, anche sul piano affettivo. Non sorprende che molti di loro siano più cauti, più timorosi, più attenti a proteggere la propria vulnerabilità. In questo quadro, il bisogno di essere amati resta fortissimo, ma spesso viene scollegato dalla reciprocità dell’amare, trasformandosi in una ricerca di conferme più che in un incontro autentico.

Parlare d’amore tra i giovani, allora, significa anche interrogarsi sul ruolo degli adulti come modelli affettivi. Educare all’amore non vuol dire dare istruzioni o controllare le esperienze sentimentali dei figli, ma offrire confini chiari, rispetto dell’intimità e testimoniare che i legami, pur faticosi, possono essere luoghi di crescita e non solo di frustrazione. L’amore non è un caso, ma una responsabilità che si apprende nel tempo, osservando, sperimentando e, talvolta, anche sbagliando. Forse è proprio da qui che possiamo ripartire, se vogliamo restituire all’amore, anche a quello giovane, il suo valore trasformativo e generativo.

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