C’è un momento, nelle stagioni di crisi, in cui le parole smettono di essere semplice comunicazione e diventano una sorta di cartina di tornasole. Dicono meno di quello che affermano e molto di più di quello che vorrebbero nascondere. Le dichiarazioni di Italo Zanzi, presidente dell’Hellas Verona, arrivano esattamente in questo snodo: alla vigilia della partita contro il Pisa, venerdì sera al Bentegodi, che ha il sapore netto dell’ultima spiaggia, dopo l’esonero di Paolo Zanetti e con la panchina affidata a Paolo Sammarco, uomo della casa, chiamato a una missione che assomiglia più a un atto di fede che a un semplice incarico tecnico.

Zanzi parla tanto, risponde a tutto, non si sottrae alle domande dei giornalisti. Ed è già un segnale. Il filo rosso del suo discorso è chiaro: la crisi è di classifica, non di progetto. Una distinzione che torna come un mantra, quasi a voler separare il presente dal futuro, l’urgenza dal disegno. “Oggi riconosciamo che abbiamo un problema di classifica ma non di progetto”, dice. È una frase che rassicura chi guarda ai bilanci, alle strutture, alla sostenibilità. Ma che inevitabilmente cozza con l’ansia di chi guarda la classifica, il campo, i punti che mancano.

Il presidente rivendica numeri e metodo. Trentacinque milioni spesi tra estate e inverno, ogni euro reinvestito, nessuna fuga di capitali, nessuna società lasciata a se stessa. Presidio, ribadisce, “c’è” e continuerà a esserci. Il sottotesto è evidente: il Verona non è una nave alla deriva, non è un club che brucia risorse per inseguire illusioni. Al contrario, la scelta è quella di evitare investimenti “rischiosi e sbagliati”, di non farsi trascinare dal panico. Una linea che ha una sua coerenza industriale, ma che nello sport, soprattutto quando la retrocessione bussa alla porta, rischia di apparire fredda, distante, quasi astratta.

Il nodo del mercato invernale sta tutto qui. I nuovi ingressi, Lirola, Isaac, Bowie, Edmundusson, non spostano il peso specifico della squadra. Zanzi non lo dice esplicitamente, ma lo lascia intendere quando parla di “giocatori con la giusta mentalità”, di uomini pronti a lottare e non a usare Verona come appoggio temporaneo. È una scommessa culturale prima ancora che tecnica: non il nome, non il curriculum, ma l’attitudine. Resta però la sensazione che questa strategia, razionale sul lungo periodo, chieda oggi un conto salatissimo sul breve.

Il cambio in panchina va letto nella stessa chiave. L’esonero di Zanetti non viene presentato come una bocciatura, ma come una necessità emotiva e ambientale. “Quando è iniziato a mancare qualcosa, abbiamo condiviso la decisione di cambiare”, spiega Zanzi. Sammarco è descritto come l’uomo giusto non perché portatore di rivoluzioni tattiche, ma perché incarna l’identità del club: conosce Verona, conosce i giocatori, conosce il peso della maglia. È una scelta quasi simbolica, che punta tutto sulla scossa psicologica, sull’appartenenza, sull’urgenza del qui e ora. Venerdì non si gioca solo una partita, si misura la tenuta di un’intera visione.

Colpisce anche il modo in cui Zanzi affronta il tema delle cessioni e delle plusvalenze. Il presidente respinge l’idea di un Verona costretto a vendere, ma ammette implicitamente che il modello passa dalla valorizzazione e dalla crescita dei giocatori. “Spesso è importante anche la volontà del calciatore”, dice. È una verità scomoda, soprattutto per una piazza che chiede identità e continuità, ma che fotografa bene la posizione del club nel calcio contemporaneo: non una big, non una provinciale rassegnata, ma una realtà di passaggio, dove trattenere i talenti è più difficile che scoprirli.

Sullo sfondo resta la Serie B, evocata e subito scacciata. Zanzi dice che Presidio sarebbe pronta anche a quello scenario, ma è evidente che la retrocessione rappresenterebbe una frattura profonda, non solo economica. “Sarebbe brutto”, ammette, e dietro quella parola c’è tutto il peso di una stagione che rischia di scivolare via. Il progetto continuerebbe, assicura. Ma nel calcio, si sa, i progetti hanno bisogno di tempo, e il tempo è proprio ciò che al Verona sta mancando.

Le ultime parole ai tifosi sono forse le più sincere. Zanzi riconosce la frustrazione, ringrazia per il sostegno, promette lavoro incessante. “Non alzo bandiera bianca”, dice. È una frase semplice, quasi ovvia, ma necessaria. Perché oggi l’Hellas è sospeso tra due narrazioni: quella di una società che guarda lontano e quella di una squadra che rischia di non arrivare a domani. Venerdì sera, contro il Pisa, queste due dimensioni si incontreranno sul prato del Bentegodi. E lì, più che nei comunicati o nelle conferenze, si capirà se il progetto ha ancora un presente da difendere.

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