… intanto che in quella battaglia memorabile e grandissima che fu a Campaldino lui (Dante) giovane e bene stimato si trovò nell’armi, combattendo vigorosamente a cavallo nella prima schiera, dove portò gravissimo pericolo…

Così nella sua Vita di Dante scrive Leonardo Bruni (1370-1444), cancelliere della repubblica fiorentina dal 1427, primo biografo a collocare il poeta all’interno della celebre e sanguinosa battaglia di Campaldino (11 giugno 1289), tra la lega guelfa (soprattutto fiorentini) e quella ghibellina (con sede principale ad Arezzo).

La battaglia fu una clamorosa vittoria per Firenze. E lo stesso Dante ha modo di ricordarla, con un cenno fugace, nel canto XXII dell’Inferno:

Io vidi già cavalier muover campo,

e cominciare stormo e far lor mostra,

e talvolta partir per loro scampo;

corridor vidi per la terra vostra,

o Aretini, e vidi gir gualdane,

fedir torneamenti e correr giostra;

quando con trombe, e quando con campane,

con tamburi e con cenni di castella,

e con cose nostrali e con istrane;

né già con sì diversa cennamella

cavalier vidi muover né pedoni,

né nave a segno di terra o di stella.

Dante combatte in prima linea, feditore a cavallo. Probabilmente non fu la sua esperienza in campo. Giuseppe Indizio, uno tra i massimi biografi dell’Alighieri, nel suo recentissimo Vita di Dante (2025), ipotizza che già giovanissimo avrebbe potuto partecipare nelle campagne militari di Prata e di Poggio Santa Cecilia (1285-1286).

Sempre Bruni testimonia di aver letto una lettera di Dante andata perduta, Popule mee, quid tibi feci? e così la riporta in traduzione:

Tutti li mali e gli inconvenienti miei dalli infausti comizi del mio Priorato [1300]; dieci anni erano già passati dopo la battaglia di Campaldino [1289], (…) dove mi trovai non fanciullo nell’armi, dove ebbi temenza molta, e nella fine allegrezza grandissima per li varii casi di quella battaglia.

Questo, per capirci, è il Dante che scrive Tanto gentile e tanto onesta pare, che si chiude nella sua stanza e piange perché Beatrice più non lo saluta; che quasi viene meno, perché scopre che Beatrice è presente nella medesima festa.

Il Dante che nelle sue rime e nel suo libello giovanile di sé dona un’immagine più «fervida e passionata» (Conv. I i 16), l’immagine dell’uomo fragile, sensibile, abitato da visioni, è anche il Dante che sostiene lo scontro impetuoso dei ghibellini, tra grida, ferro, corpi sventrati.

Leggiamo Marco Martinelli nel suo Nel nome di Dante:

Di cosa si sarà reso conto Dante, in mezzo a quel macello? Mentre sei in mezzo a quelle carcasse che si sbriciolano, mentre le budella tutte attorno escono dai corpi come serpenti, mentre un rivolo di sangue si allarga fino a diventare un fiume, un Flegetonte infernale, di cosa si sarà reso contro in mezzo a quei dannati, il feditore non più a cavallo Dante Alighieri?

La battaglia fu una tra le più sanguinose. Il fatto che Dante vi partecipasse come cavaliere in prima linea dimostra anche che il giovane fosse di un certo vigore, considerando che ogni sesto della città forniva per la spedizione non più di una trentina di uomini (e quindi lui fu “selezionato” all’interno di un numero ben maggiore di giovani disponibili).

Dante apparteneva quindi alle truppe scelte. Combatté. Vide il sangue. Probabilmente uccise.

La battaglia vide appunto il trionfo di Firenze, ma anche 1700 morti, innumerevoli feriti e 2000 prigionieri (una quantità tale che per sopperire, data la mancanza di carceri, ci fu l’intervento di privati senza scrupoli che misero a disposizione i loro spazi).

Finisce Campaldino e subito Dante è tra i 400 cavalieri inviati in soccorso di Nino Visconti (nipote del Conte Ugolino), capo dei guelfi pisani nel tentativo di strappare il castello di Caprona.

E anche qui abbiamo una testimonianza diretta di Dante in Inferno XXI:

Per ch’io mi mossi, e a lui venni ratto;

e i diavoli si fecer tutti avanti,

sì ch’io temetti ch’ei tenesser patto;

così vid’io già temer li fanti

ch’uscivan patteggiati di Caprona,

veggendo sé tra nemici cotanti.

Questo a dire che Dante non è certo un poeta pantofolaio, uno di quelli che se ne sta comodo, lui la guerra l’ha vista, l’ha vissuta, l’ha combattuta.

Eppure questi episodi che avrebbero sicuramente dato lustro a un poeta condannato a morte da Firenze, e ritenuto nemico, vengono poco esaltati da Dante stesso. Quasi riportati con imbarazzo. Per lo più evitati. Nella Commedia giusto le terzine sopra ricordate. Non un accenno a Vita nova. Lì campeggia solo la storia d’amore verso Beatrice. Lì il vero nemico, hostis terribilis, è Amore che signoreggia il cuore di Dante come un tiranno. Non un accenno nelle altre opere, dove a Dante non interessa apparire come il soldato, ma bensì come il filosofo, il linguista, il pensatore politico.

Dante che potrebbe presentarsi degnamente come un guerriero, un eroe, un salvatore della patria, preferisce dare di sé un’altra immagine. Più intima. Forse più alta. E la Commedia non è il poema della forza, ma il poema delle relazioni, della concordia, della speranza. La Commedia è il grande poema della pace.

Così scrive Mario Aversano (Dante poeta della pace):

E “Vangelo della Pace” è la sua Commedia: perché di pace parla ognuna delle cento unità che la compongono, a chi le avvicini con più cura. (…) Pace da intendersi nella lettera e nello spirito della Conversione.

La Commedia è il poema che disprezza la guerra e la violenza. Soprattutto guerra e violenza che sono il prodotto della brama violenta. E per fare questo non ha timore di denunciare pubblicamente i responsabili.

Bonifacio VIII, l’uomo più potente del tempo (oggi potrebbe essere un Putin o un Donald Trump), è colui che, invece che portare la pace (in quanto autorevole guida spirituale di tutta la cristianità), più di tutti ha l’animo ammalato, corrotto dall’ «antica lupa» (Purg. XX, 10).

Il papa invece che pensare alla pace è smanioso di far guerra:

Lo principe d’ i novi Farisei,

avendo guerra presso a Laterano,

e non con Saracin né con Giudei,

ché ciascun suo nimico era cristian

E ancora Dante nel suo Monarchia:

la cupidigia, noncurante del bene dell’uomo in assoluto, mira a beni accidentali, mentre la carità, indifferente a ogni altro bene, mira a Dio e all’uomo, cioè al bene dell’uomo. E poiché fra tutti i beni umani vivere nella pace ha il primo posto, come si diceva di sopra, e in questo senso agisce al di sopra di tutto e prima di tutto la giustizia, sarà la carità a dare il maggior vigore alla giustizia, e con maggior forza quella giustizia che è più forte di un’altra (Mon. I, ix,14).

La vera ricchezza, è vivere nella pace. E mai come oggi questo messaggio ci sembra così vero e urgente. La pace è l’unico bene per l’uomo. Ma la pace può esserci solo a condizione che ci sia la giustizia. Una giustizia mossa da amore. Da un sentimento di pietas.

Al contrario la cupidigia, il voler possedere e possedere senza limite, senza misura, è la più grande nemica di questa pace. Non a caso la lupa, si presenta proprio come la «bestia sanza pace» (Inf. I, 58).

La denuncia di Dante è una denuncia veemente, accorata, perché solo con forza possiamo gridare il bisogno di un cambiamento. Di un nuovo spirito che sappia irrigare di pace e tranquillità («sopore tranquillitatis et pacis irrigare velitis» (Ep. I, 8) un mondo sconvolto, frammentato.

In una lettera riportata a noi tramite un autografo del Boccaccio, la cosiddetta Epistola del monaco Ilaro leggiamo (in traduzione):

Quando lo vidi (Dante), poiché sino ad allora era ignoto sia a me che agli altri miei confratelli, gli chiesi che cosa volesse (o che stesse cercando). Allora egli, dopo aver osservato con circospezione i confratelli con me, disse «pace».

La lettera potrebbe essere falsa. Ma che la pace sia davvero il cuore del messaggio e della Commedia lo vediamo da un altro indizio che potrebbe avere del sensazionale.

Il poema è di 100 canti, quindi il L canto è il canto centrale di tutto il poema, ovvero il canto XVII del Purgatorio, canto dove Virgilio tiene una lezione magistrale sull’amore e sull’ordinamento del secondo regno. Ma è sorprendente scoprire che in un canto di 139 versi, il suo centro, ovvero la sua metà, è all’incirca tra i versi 68-69, dove con stupore leggiamo:

… Beati

pacifici, che son sanz’ ira mala!

Speriamo che questa beatitudine, che questo essere «pacifici», costruttori di pace, non sia solo l’augurio disperato di un poeta di settecento anni fa; ma che sia anche l’orizzonte di questo nostro futuro.

© RIPRODUZIONE RISERVATA