Parlare di pace, oggi, significa esporsi all’equivoco. Essere scambiati per ingenui, per custodi di una parola buona per le cerimonie ma inadatta alla durezza del mondo. È da questo rischio, dichiarato fin dall’inizio, che prende avvio l’intervento di Donatella Di Cesare – filosofa, editorialista e saggista italiana, professoressa ordinaria di Filosofia Teoretica all’Università “La Sapienza” di Roma – chiamata a riflettere sull’eredità politica e intellettuale di Alex Langer nel corso del convegno che si è svolto sabato lo scorso weekend a Verona, organizzato dalla Fondazione Toniolo e dal Movimento Non Violento, dedicato al pacifista e ambientalista altoatesino.

Un intervento denso, scandito da un lessico rigoroso e inquieto, in cui la pace non appare mai come un approdo rassicurante, ma come una pratica fragile, sempre incompiuta. Per Di Cesare, Langer appartiene a una tradizione che non nasce dall’armonia, ma dal conflitto. Convivere, nella sua visione, non significa essere d’accordo, ma restare nello stesso mondo senza trasformare la differenza in un progetto di annientamento. La convivenza non è una virtù morale, bensì una fatica politica. Non qualcosa che si proclama o si risolve una volta per tutte, ma un esercizio costante di permanenza sulla soglia.

Da qui prende forma una critica radicale al modo in cui oggi pensiamo la pace, sempre più piegata sulle categorie della guerra. Pace come sicurezza, come deterrenza, come equilibrio armato. In questa semantica, osserva la filosofa, la pace smette di essere una pratica politica e diventa una gestione tecnica della violenza. Non si tratta più di interrompere la guerra, ma di renderla sostenibile, controllabile, permanente sotto altre forme. È in questo slittamento che la guerra rientra nello spazio interno, normalizzandosi come clima, come grammatica del vivere comune. Contro questa deriva, Di Cesare rilancia il tema a lei più caro e che riconosce come centrale anche nel pensiero di Langer: quello della coabitazione. Non come ideale pacificato, ma come unica alternativa reale alla devastazione del mondo.

Professoressa Di Cesare, lei ha affermato che oggi continuiamo a pensare alla pace con le categorie della guerra. Che cosa intende?

«Il problema del nostro tempo non è l’assenza di un desiderio di pace. È che continuiamo a parlarne usando il vocabolario della guerra, le sue logiche, i suoi dispositivi. Pace come sicurezza, pace come deterrenza, pace come equilibrio armato. In questo lessico la pace non viene pensata a partire dalla coabitazione, dalla vita comune, ma sempre dalla minaccia, dal nemico. Così non è più un’alternativa, ma una variante attenuata dello stesso paradigma bellico. Diventa una gestione tecnica della violenza, amministrata e regolata, non un’interruzione della guerra».

Lei ha parlato di “pace armata” come di un mito fragile e pericoloso. Perché?

Donatella Di Cesare

«Perché una pace che ha bisogno costante delle armi per mantenersi è in realtà una tregua armata, sempre sul punto di spezzarsi. La pace armata non riguarda solo l’esterno, i confini o i nemici lontani, ma si rivolge anche all’interno. Gli apparati costruiti in nome della sicurezza esterna diventano strumenti di controllo interno. Il lessico bellico scivola nel linguaggio dell’ordine pubblico, della sorveglianza, della prevenzione. Così la guerra rientra nello spazio interno non come evento eccezionale, ma come clima permanente. E questo comprime lo spazio del dissenso e riduce la politica a una scelta binaria tra sicurezza e tradimento».

In questo quadro lei ha parlato di “necropolitica”. Che cosa significa?

«Parlo di una politica che richiede la morte, che non sa negoziare, che non conosce la diplomazia e che promette protezione ad alcuni e non ad altri. La morte entra nel calcolo politico come mezzo legittimo, non più come scandalo. Si parla di costi necessari, di danni collaterali, di vite sacrificate per un bene maggiore. Questa è la necropolitica: una politica che rende alcuni corpi sacrificabili».

Il tema della coabitazione ha attraversato tutto il suo intervento. Perché è così decisivo?

«Perché una politica della pace non è un’etica delle buone intenzioni, ma riguarda il modo in cui si organizza lo spazio comune. Coabitare non significa eliminare il conflitto né armonizzare le differenze. Significa rinunciare a una fantasia potente e distruttiva, quella della separazione definitiva tra noi e loro. La violenza nasce dal desiderio di decidere con chi può abitare. Ogni volta che l’abitare viene pensato come possesso, come esclusione, come diritto di precedenza, si prepara la violenza».

Lei ha richiamato Hannah Arendt e il tema dell’immunità. In che senso?

«Arendt aveva intuito che il progetto del nazionalsocialismo era proprio questo: decidere con chi coabitare. Il sogno di un abitare purificato, omogeneo, immune. L’immunità è una parola chiave della filosofia politica contemporanea. Vale per gli Stati, per i confini, per le politiche di sicurezza, per la retorica dell’ordine. Ogni fantasia di omogeneità porta con sé una violenza latente».

Quando si parla di Ucraina o di Israele e Palestina, lei invita a non pensare la pace come vittoria. Perché?

«Perché la pace non può essere pensata solo come la fine delle ostilità, ma come ritorno a un abitare condiviso. In Ucraina, come in Israele e Palestina, ciò che la guerra rende evidente è l’incapacità di pensare a una coabitazione. L’idea che un territorio debba appartenere a uno solo, che una lingua o una popolazione debbano essere rese omogenee, prepara di fatto la guerra».

Nel finale del suo intervento lei ha insistito molto sulla “cura delle parole”. Perché oggi è così urgente?

«Perché siamo entrati in una nuova epoca e non abbiamo le parole per nominarla. Non avendo le parole, non abbiamo neppure i concetti e le coordinate per orientarci. Il nostro lessico è ancora quello della modernità e non ci aiuta a capire ciò che accade. Parole come nazionalismo non bastano più. Io parlo di etnocrazia, della riduzione della democrazia a un progetto etnico che offre protezione ad alcuni e non ad altri. Senza un lavoro sul linguaggio, non riusciamo a interpretare fenomeni come il trumpismo o le nuove forme di autoritarismo».

Che ruolo possono avere momenti come il convegno dedicato ad Alex Langer di Verona?

«Possono essere luoghi di cura delle parole. Spazi in cui provare a sottrarre il linguaggio alla paura, alla violenza, alla semplificazione bellica. La pace non è una parola rituale e non viene dopo. È ciò che interrompe, ciò che spezza la grammatica della guerra. Parlare di pace oggi significa assumersi una responsabilità scomoda: difendere l’abitabilità del mondo, non renderlo innocente o puro, ma impedirne la devastazione. È questa, credo, la lezione inquieta e ancora necessaria di Alex Langer».

Alex Langer

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