Ettore, Emil, Dana… storie da raccontare
Dalla Shoah agli avvenimenti odierni. Il senso del Giorno della Memoria, oggi, lo troviamo in storie che continuano a parlarci.

Dalla Shoah agli avvenimenti odierni. Il senso del Giorno della Memoria, oggi, lo troviamo in storie che continuano a parlarci.

Certi pezzi sono difficili da scrivere. Il Giorno della Memoria, in questa rubrica, è sempre stata l’occasione per raccontare storie di uomini e donne, sportivi e sportive, che hanno vissuto sulla propria pelle la tragedia della Shoah. Chi l’ha attraversata, chi l’ha combattuta e chi, purtroppo, non ha potuto vederne la fine. L’anno scorso erano stati Leone Efrati e i pugili del Ghetto.
Oggi, però, questo appuntamento ha un peso diverso. Sui pensieri, prima che sulle parole scritte. Perché negli ultimi mesi la parola “genocidio” l’abbiamo tutti pronunciata troppo spesso. Perché la storia sembra andata in cortocircuito. Pagine che ritornano e altre che, invece, vengono strappate.
In questo vortice di avvenimenti, immagini distopiche e disagio personale è difficile tenere tutto chiuso all’interno di un solo capitolo. Di una sola epoca. Provo allora a rifugiarmi nelle storie. Eccone alcune.
Giovane virgulto della borghesia milanese di inizio Novecento, con una laurea in giurisprudenza, amante della musica e della letteratura, Ettore Castiglioni scopre presto che la sua predilezione è verso le vette innevate. Tra le due guerre si dedica anima e corpo all’alpinismo. Vivendolo non come atto di estremo eroismo, ma con il gusto poetico di chi, in adolescenza, ha ammirato George Mallory e non può che restare affascinato dalla fine dello scalatore britannico, stretto in un abbraccio eterno tra le pareti dell’Everest.

Nel 1943 Castiglioni viene richiamato alle armi. Come sottotenente degli alpini, è istruttore presso la scuola militare alpina di Aosta. Dopo l’8 settembre compie la scelta che ne segnerà il destino. Assieme a quattordici ex allievi costituisce, in Valpelline, una formazione partigiana che organizza spedizioni oltre il confine con la Svizzera per mettere in salvo vittime e profughi del nazifascismo. Tra questi Giulio e Luigi Einaudi.
Lo arrestano in territorio elvetico sul finire del 1943. Rientra in Italia e, qualche mese dopo, prova a tornare in Svizzera per portare diari e oggetti personali al nipote Saverio Tutino, lì internato. Lo fa clandestinamente e sotto falso nome. Scoperto e nuovamente arrestato, il 12 marzo 1944 Ettore Castiglioni tenta la fuga vestito solo con coperta e lenzuola, senza scarpe, scendendo attraverso il Passo del Forno verso la Valmalenco. Il freddo non gli lascia scampo. Il corpo verrà trovato solo tre mesi più tardi, a giugno, e ora riposa nel cimitero di Tregnago (VR).
Il 14 giugno 1992, l’assedio di Sarajevo è iniziato da poco più di due mesi. Le milizie serbe hanno già preso il controllo del quartiere di Grbavica e, in quel momento, stanno facendo irruzione all’interno di una casa, picchiando e umiliando un anziano residente.

Nessuno interviene, tranne Goran Čengić, vicino del vecchio ed ex stella della nazionale jugoslava di pallamano. Vera e propria gloria cittadina. Si mette in mezzo. Purtroppo non sa che a capo di quel manipolo di paramilitari c’è Veselin Vlahović, il “mostro di Grbavica”, cacciatore di musulmani e cattolici tra le strade del quartiere. Portano via sia lui che l’anziano vicino.
Čengić allora aveva un figlio di quattro anni, ed era serbo. Avrebbe potuto fingere di non vedere, tapparsi le orecchie e salvarsi. Da quel giorno, invece, si perdono le tracce di entrambi. Silenzio e oblio, la condanna più atroce. La famiglia ha pianto la sua scomparsa per anni. Nel 2001 i resti Goran Čengić sono stati rinvenuti in una fossa comune.
Con un cognome così, non c’è neanche bisogno di chiedere. Julius Baumann è ebreo, ma è anche arbitro degli Stuttgarter Kickers, una delle squadre di maggior successo nel sud della Germania, a cavallo tra gli anni ‘20 e i ‘30. Dopo il 1933, con l’obbligo di legge di escludere ebrei e marxisti dalle società sportive, deve lasciare il club, ma non abbandona la città.

Baumann resta a Stoccarda e mette tutte le sue energie a disposizione della comunità ebraica, soprattutto i più giovani. Nella valle di Feuerbach realizza un campo sportivo a loro dedicato, poi anche una piscina per bambini. Durante il periodo più duro della persecuzione nazista, ai cittadini ebrei è vietato di andare al cinema o a teatro. Baumann allora inaugura quella che chiamò “l’ora colorata”. Uno spettacolo di varietà messo in piedi nella palestra di Hospitalstrasse n.36, per permettere ai giovani della comunità di partecipare e trovare svago.
Nel 1939 un visto per l’Inghilterra potrebbe portarlo lontano da paure e repressioni. Baumann non si muove e, anzi, nasconde persone in palestra e le rifornisce di cibo fingendosi trasportatore di mobili. Viene tradito da uno dei suoi aiutanti e arrestato dalla Gestapo. È l’ottobre del 1942. Julius Baumann viene prima condotto a Welzheim e poi deportato nel campo di concentramento di Mauthausen. Lì troverà la morte. È passata solo una settimana dall’arresto quando le sue ceneri tornano a Stoccarda.

Dana ed Emil, moglie e marito, sono nati lo stesso giorno. Il 19 settembre 1922, in quella che ancora si chiama Cecoslovacchia. Lei è una grande giavellottista, oro e argento olimpici. Lui “uno dei più grandi esseri umani che abbiano corso su pista”, come scrisse il Times. Dana di cognome fa Zátopková mentre Emil, l’avrete già capito, è la “locomotiva umana” Zátopek. 4 ori olimpici e 18 record mondiali. Colui che raccolse il testimone del leggendario Paavo Nurmi.
Emil e Dana sono miti dello sport nel loro paese e, come consuetudine oltre la cortina di ferro, sono anche membri del Partito Comunista. Con le rispettive carriere terminate da anni, firmano entrambi il Manifesto delle 2.000 parole di Vaculìk e, nel 1968, sono impegnati durante la “Primavera di Praga” a sostegno di Dubček. Pagheranno a caro prezzo il loro attivismo.

Nessuno torce loro un capello. Quando Mosca soffoca nel sangue le velleità cecoslovacche, Emil e Dana vengono puniti con una vera e propria morte civile. Lui viene mandato a Jachymov, confine con la Germania, a spaccarsi la schiena nelle miniere di uranio per sei anni, prima di tornare a Praga e lavorare come spazzino. A Dana, dopo un iniziale licenziamento, viene tagliato lo stipendio nell’associazione dove lavora come capo allenatrice.
Non avranno mai più spazio nella vita pubblica del loro paese. Alla caduta del Muro le condizioni di salute e semi-indigenza della coppia impedirono loro di avere un ruolo attivo negli anni successivi. Emil Zátopek muore all’alba del nuovo millennio. Dana Zátopková se n’è andata nel 2020, a 97 anni. Entrambi non hanno mai ritirato la loro firma sul Manifesto delle 2.000 parole.
Come Ettore, Goran, Dana, Julius ed Emil ce ne sono stati tanti, e tante. In ogni anno della nostra storia. Uomini e donne che, quando tragedie e ingiustizie bussano alla porta, scelgono di non voltare lo sguardo. In quella scelta sta, probabilmente, il valore che dobbiamo dare oggi al Giorno della Memoria.
Fermarsi al racconto del male e della Shoah rischia di trasformare il ricordo in qualcosa di statico. Una sorta di museo a cui far visita di tanto in tanto per auto consolarci e sentirci meglio con noi stessi. La memoria, invece, deve essere viva. Deve attraversare il tempo e unire le epoche. Per dare la giusta profondità alle tragedie e praticare la dignità ogniqualvolta questa venga messa in discussione.
Quindi il senso di questo pezzo, forse, sta proprio qui. Sapere che certe storie continuano a parlarci. E che, allora, vale sempre la pena di raccontarle.
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