Una comunicazione che non perda l’umano, capace di responsabilità, memoria e relazione. È questo il filo rosso che ha attraversato la mattinata di sabato 24 gennaio, promossa dal Servizio comunicazioni della Diocesi di Verona in occasione della giornata dedicata a san Francesco di Sales, patrono dei giornalisti e degli operatori della comunicazione.

Una riflessione aperta e in divenire che guarda alle sfide del presente con attenzione e consapevolezza unendo comunicazione, intelligenza artificiale ed educazione intrecciando prospettive ecclesiali, culturali e sociali.

La crisi di credibilità dell’informazione

L’incontro si è svolto alla Casa madre delle Sorelle della Sacra Famiglia la cui storia è stata condivisa da suor Rita Boni con l’intervento ampio e articolato di Paolo Ruffini, prefetto del Dicastero per la comunicazione il quale ha parlato di crisi di credibilità dell’informazione, fake news, ricerca del consenso sui social, rapporto tra libertà e tempo, tra conoscenza e sapienza. Ruffini ha invitato i presenti ad attivare un deciso cambio di paradigma dicendo che «non bisogna avere paura, ma accettare la sfida senza passività, andando oltre ogni tecnicismo che riduce l’educazione». Un richiamo a essere persone pronte a non subire la tecnologia, ma a gestirla attraverso un approccio etico e umanistico.

È stato richiamato anche il pensiero di papa Leone XIV, grazie al Messaggio per la LX Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, pubblicato proprio al termine dell’incontro e significativamente intitolato Custodire voci e volti umani. Custodire la parola che per Ruffini diventa chiave di lettura per interepretare il compito della comunicazione oggi: custodire talenti e storie, incontri e relazioni, il bene e il bello. Una custodia che contrasta l’autoreferenzialità e costruisce comunione.

La sfida dell’AI per custodire voci e volti umani

A completamento la riflessione del vescovo Domenico Pompili, che ha saputo porre a confronto intelligenza artificiale e mente umana, sottolineando ciò che rende quest’ultima irriducibile a qualsiasi algoritmo. La mente naturale sa essere incarnata perché coinvolge il corpo nel suo insieme; capitalizzata perché porta in sé la storia del rapporto tra tecnica e umanità;  capace di riflessione e autoconsapevolezza; finalizzata perché orienta le proprie azioni verso un fine. Quattro caratteristiche che spiegano perché la sfida dell’AI non possa essere affrontata in solitudine, ma richieda un lavoro comune per custodire voci e volti umani.

La mattinata si è conclusa con la visita alla Biblioteca Leopoldina Naudet curata dal bibliotecario Alberto Savoia. Tra i testi che danno voce e riconoscimento a molte autrici del passato e non solo è emerso il valore di un luogo di cultura che sempre più diventa spazio di dialogo e di rete, capace di connettere realtà locali e nazionali a partire dal tema della donna e del suo ruolo nella storia della fede.

Un incontro che ha saputo ricordare come comunicare non significhi soltanto trasmettere informazioni bensì assumersi la responsabilità di educare, custodire e umanizzare, soprattutto in un tempo attraversato da profonde trasformazioni tecnologiche.

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