ἕκαστος οὖν ἡμῶν ἐστιν ἀνθρώπου σύμβολον, ἅτε τετμη­μένος ὥσπερ αἱ ψῆτται, ἐξ ἑνὸς δύο· ζητεῖ δὴ ἀεὶ τὸ αὑτοῦ ἕκαστος σύμβολον. 

Ciascuno di noi, quindi, è una parte d’uomo, dato che è un pezzo tagliato in due da un intero, come le sogliole: ed è per questo che ciascuno cerca sempre il suo pezzo di completamento.

                                                               Platone, Simposio 191d

Riporto qui di seguito l’abstract di un lungo articolo comparso sul sito Huffington Post italiano:

“La Texas A&M University, una delle maggiori università pubbliche degli Stati Uniti, ha chiesto a un docente di filosofia di modificare il programma di un corso che includeva la lettura di alcuni brani del Simposio di Platone. La decisione si inserisce in un contesto di crescente attenzione e controllo sui contenuti didattici legati ai temi di razza e genere, oggetto di forti pressioni politiche e culturali negli Stati Uniti, in particolare da ambienti conservatori vicini all’amministrazione Trump.”

Già altre autorevoli voci, che non cito, sono intervenute a commentare il fatto, la cui gravità è assoluta e preoccupante. Vorrei però svolgere un ragionamento un po’ contro corrente. Innanzi tutto non possiamo negare che in passato anche i nostri testi scolastici siano stati soggetti a prudenziali censure. Ricordo che il mio libro di autori latini di seconda liceo classico (corrispondente all’attuale quarto anno) aveva tagliato la parte finale di una celeberrima ode di Orazio, ritenuta “sconveniente” sul piano morale. E nemmeno si può ignorare che su certi passi di Platone  gravasse (forse non solo scolastica­mente ) una cappa di glaciale silenzio.

E ancora: i docenti di filosofia si sono sempre chiesti per quale motivo fosse prevista dai programmi ministeriali la lettura di un (breve) dialogo di Platone (quasi sem­pre il Critone) o di un’antologia platoniana, ma fosse assolutamente ignorato il mostro sacro che per più di duemila anni ha dominato la filosofia occidentale, ovvero Aristotele. La risposta è nota a chi si è occupato di storia della scuola: Aristotele non piaceva a Gentile. Infine perché la tragedia era accolta nei program­mi e la commedia no? Evidentemente per ragioni morali: Aristofane è per antono­masia il poeta della sconcezza e della provocazione. La scelta delle letture scola­stiche obbediva dunque a criteri di opportunità e condivisione ideologica.

Tutto questo, però, accadeva nella scuola ed era dettato dall’intento di indirizzare e/o non turbare le giovani menti degli adolescenti. Certo sotto questo aspetto la scuola è assai cambiata rispetto al passato; anche nella scuola il principio di libertà è fondamentale, ma va conquistato dal docente insieme con i suoi allievi e il docente non può mai dimenticare che la sua azione deve stare sempre in equilibrio fra la sensibilità dei giovani che gli sono affidati  e il loro desiderio di sapere e comprendere. Ma nelle aule universitarie è diverso. Là si esplica, si deve esplicare in assoluta serenità, proprio quello stile aperto e rispettoso costruito nella scuola. E comunque, ben prima del Sessantotto nell’università non c’era scrupolo di leggere di tutto e di non censurare alcunché. L’università si è sempre considerata immune da limitazioni, blocchi e selezioni. In tale prospettiva è emblematico il motto dell’Uni­versità di Padova:

Universa universis patavina libertas.

Ciò premesso, il fatto che nella patria della libertà in un ambiente universitario ci si debba guardare dal pro­grammare certe letture non solo e non tanto per il timore di urtare la sensi­bilità di qualcuno, secondo il principio del politically correct, ma per paura di essere guardati con sospetto e fastidio da autorità locali o nazionali che detengono il potere di finanziare il funzionamento dell’istituzione, questo timo­re, dicevo, è di una gravità inaudita. Soprattutto ci dà la misura di come oggi gli studi umanistici, in generale, e di filosofia, in particolare, abbiano un compito e una responsabilità che vanno ben oltre il valore puramente teorico e astratto dai più ad essi erroneamente attribuito.

Ebbene, proprio per questo io non sosterrò la tesi che un testo antico non si possa leggere come se fosse contemporaneo e debba piuttosto essere esorcizzato e relegato ad una asettica e inerte dimensione accademica.  La potenza del Simposio, il dialogo di Platone sul quale si è incentrata la questione, è qualche cosa di travolgente che non può non attraversarci e interpellarci nel profondo dell’anima. L’o­scuro magnetismo di Eraclito, la sofferta saggezza di Epicuro, il distaccato “pudore per il futuro” di Orazio, l’energia tremenda della razionalità di Tucidide, l’in­quietu­dine esistenziale di Sofocle, le provocazioni etico-religiose di Euripi­de, le sfide di Eschilo in tema di giustizia e l’insaziabile curiosità di Erodoto sono e saranno sempre una presenza viva e attiva della cultura occidentale.

Lasciare ai classici la loro originalità con i loro aspetti meno gradevoli (per esempio, l’antifemminismo di Aristotele e la scurrile comicità di Aristofane) non significa farne dei vessilli ideologici per posizioni che ledono la nostra sensibilità, ma cogliere anche l’alterità di pensieri e posizioni che possono essere lette, interpretate e vissute con diversa angolazione. In passato la disinvolta capacità di Platone di parlare dell’amore omosessuale creava sicuramente problemi in una società preoccupata di uniformare le tendenze personali a canoni di controllo omogenei e condivisi, oggi invece ci appare in modo completamente diverso e può persino assumere un forte valore educativo.

Ma in Platone leggiamo anche riflessioni sul potere e la forza, nonché sulla legittimità che “i pesci grandi mangino i pesci piccoli” secondo la più brutale legge di natura, in palese contrasto con la sua apertura in campo sessuale. Ebbene di fronte a ogni posizione dei classici ci si deve atteggiare con la consape­volezza che la responsa­bilità del pensiero è nostra e vediamo rappresentata in essi, quasi come in un laboratorio, la vicenda storica di un modo di vivere e concepire la vita talora tradotto in azione e talaltra rimasto pura progettualità; in qualche caso frutto di laboriosa conquista, in qualche altro riflesso di una mentalità comune ancor oggi difficile da estirpare; per questo possiamo coglierne rischi, potenzialità e limiti.

Dei classici ha paura chi non ha tempra morale, chi non conosce quella modalità dell’esistere e del pensare che ho già su queste colonne definito  “percezione dialet­tica della realtà“, ovvero la capacità di cogliere sempre in tutte le situazioni, in tutte le posizioni di pensiero, in tutti gli atteggiamenti e le scelte politiche i diversi aspetti e il valore degli Opposti come fattori essenziali del nostro divenire e princìpi che inducono al rispetto degli avver­sari o degli antagonisti. La letteratura greca ha questa straordinaria caratteristica: all’inizio dell’esperienza storico-culturale del­l’Occidente Europeo essa affronta una gamma di questioni che ancor oggi sono al centro della nostra attenzione e fonte spesso delle nostre inquietudini. Non ci si misura con i Greci come se fossero ingenui protagonisti di un’età primitiva e rozza. Ricordo in proposito la patetica, tragicomica, arrogante battuta del Conte Attilio, alla mensa di Don Rodrigo, sugli antichi Romani, ma ancor più valida se riferita ai pensatori e ai poeti greci:

Anselm Feuerbach, Il simposio di Platone

Che hanno a far con noi gli ufiziali degli antichi Romani? gente che andava alla buona, e che, in queste cose, era indietro, indietro.[1]

La sensazione è invece che “indietro, indietro” siano oggi certe posizioni culturali che pretendono di dettare le linee di un nuovo pensiero, incapaci di misurarsi dialetticamente con visioni diverse dalle proprie, ma soprattutto che si sia smarrita completamente, da parte di chi guida le nazioni – anche le più forti – quella avvedutezza e quella capacità di leadership che si basano sulla cultura, sulle idee, sulla valorizzazione del dialogo e del confronto. Chi vuole un pensiero unico, da destra come da sinistra, da sopra e da sotto, non ama i classici, in particolare i classici greci, la cui capacità di sconvolgere è intatta a distanza di più di duemila anni.

Chi tenta di limitare la libertà di espressione culturale e spirituale sembra non aver mai incontrato non solo gli Antichi Autori, ma nemmeno i Moderni Maestri dell’U­manesimo e dell’Illuminismo, per i quali ogni limitazione al pensie­ro e alla scienza costituiva una violazione grave della dignità dell’uomo. Pico della Mirandola, Giordano Bruno, Montesquieu, Voltaire, Kant in campo umani­stico, Galileo, Carte­sio, Newton, Leibniz in quello scientifico sono i continua­tori di una linea dialettica di autonomia, libertà e ricerca senza paura, a costo della vita, che discende dall’anima greca, la cui forza dirom­pente ancor oggi è in grado di turbare i sonni delle menti indolenti di chi fana­ticamente non vede al di là del proprio ristretto orizzonte e/o concepisce il potere come narcisistica affermazione di sé, non come dimensione di responsabilità e servizio.

No, non dobbiamo leggere i classici con distaccata freddezza. Dobbiamo piuttosto conoscere i loro tempi storici, i loro ambienti di vita e di relazioni per comprendere le loro posizioni, il loro pensiero, anche quando urta con il nostro, con la nostra sensibilità, con la nostra ideologia. Nei classici, greci in particolare, si rispecchiano anche il permanere delle nostre fragilità, i tratti indelebili ed essenziali che riemergono dalla nostra specifica naturalità, al di là dei fattori culturali che tentano di imbrigliarli e di correggerli. Questo ci aiuterà a vedere come quello che Tucidide chia­ma τὸ ἀνθρώπινον, ovvero il “fattore umano”, non sia, come erroneamente si dice, “sempre uguale”, ma abbia delle costanti che, pur nella variazione e nei mutamenti della dimensione storica contingente, sono comparabili con le nostre esperienze e i nostri problemi. Lévi-Strauss  parlerebbe di dialettica fra struttura e storia, ma…. chissà se chi tenta di mettere il bavaglio a Platone ha letto e compreso Lévi-Strauss.

Diciamocelo: non ci saremmo aspettati dalla cultura e dalla classe dirigente degli Stati Uniti d’America una caduta di stile (per usare un pietoso eufemismo) che sa di oscurantistica superficialità. Un segnale chiaro come dell’Europa e della sua capacità di rigenerarsi non si possa ancora (forse mai) fare a meno.


[1] I Promessi Sposi cap. V

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