La notte, nei sistemi autoritari, non è soltanto assenza di luce. È una condizione mentale, una pedagogia del limite, l’abitudine a vivere entro confini tracciati da altri. Night is not eternal, il documentario di Nanfu Wang che sarà proiettato lunedì sera alla Fucina Culturale Machiavelli per il secondo appuntamento di Mondovisioni, giunto alla sua quattordicesima edizione, prende le mosse proprio da questa oscurità stratificata, politica e interiore, per interrogare il senso stesso della libertà nel mondo contemporaneo.

Nanfu Wang conosce il buio dall’interno. Nata e cresciuta in Cina, ha lasciato il suo Paese nel 2011, a 26 anni, quando fare cinema è diventato incompatibile con la possibilità di restare libera. In Cina i suoi film sono proibiti e l’atto elementare di filmare la realtà può trasformarsi in una colpa. Trasferirsi negli Stati Uniti non ha rappresentato solo una scelta professionale, ma un vero e proprio passaggio di campo: dalla sorveglianza alla possibilità di osservare, raccontare, mettere in discussione.

È in questo spazio di libertà conquistata che nasce Night is not eternal, un film che prende forma da un incontro avvenuto nel 2016 a Praga, durante un festival cinematografico. Wang presenta il suo primo documentario, dedicato a un attivista per i diritti umani impegnato a ottenere giustizia per alcune bambine vittime di abusi sessuali in Cina. Tra il pubblico c’è Rosa María Payá, attivista cubana. Alla fine della proiezione, Payá si avvicina alla regista per dirle che in quelle immagini ha riconosciuto la propria storia. Non per analogia superficiale, ma per una somiglianza strutturale: la vita sotto un regime che decide ciò che può essere detto, visto, immaginato.

Da quel dialogo nasce un progetto che si sviluppa nel corso degli anni. Wang segue Rosa María Payá prima a Cuba e poi negli Stati Uniti, a Miami, tra la comunità dei cubani in esilio. Il film non procede per dichiarazioni ideologiche, ma per accumulo di esperienze, frammenti biografici, memorie familiari. La dimensione politica emerge attraverso i corpi, le parole, le attese, i lutti.

Al centro di questa storia si staglia la figura di Oswaldo Payá, padre di Rosa María e uno dei più importanti dissidenti cubani degli ultimi decenni. Per tutta la vita si è battuto affinché a Cuba potessero tenersi elezioni libere e affinché i cittadini avessero il diritto di scegliere da chi essere governati. Più volte candidato al Premio Nobel per la Pace, Oswaldo Payá è morto nel 2012 in un presunto incidente stradale. Da subito la famiglia ha parlato di omicidio. Una verità rimasta sospesa per anni, fino a quando nel 2023 la Commissione Interamericana per i Diritti Umani ha stabilito che agenti statali cubani hanno avuto un ruolo diretto nella sua uccisione e in quella di un altro dissidente che viaggiava con lui.

Nel documentario, le immagini d’archivio di Oswaldo Payá non costruiscono un santino. Sono immagini attraversate dalla fatica, dal tempo, dalla consapevolezza del rischio. Raccontano una dissidenza che non ha nulla di romantico, ma molto di umano: una scelta quotidiana, esposta, che lascia in eredità una responsabilità difficile da sostenere. È quella responsabilità che oggi grava sulle spalle di Rosa María Payá.

Night is not eternal attraversa così la storia recente di Cuba, una storia segnata da illusioni e bruschi risvegli. La morte di Fidel Castro nel 2016, il disgelo diplomatico con gli Stati Uniti, la visita di Barack Obama, l’ampliamento dell’accesso a Internet e la nascita di media indipendenti avevano alimentato la speranza di un cambiamento. Il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca ha congelato quel processo, irrigidendo nuovamente sanzioni ed embargo. La pandemia ha poi fatto precipitare l’isola in una crisi profonda, forse la più grave dalla rivoluzione del 1959.

Il film restituisce una Cuba svuotata di risorse essenziali: mancano cibo, medicinali, elettricità. I blackout, che possono durare anche più di ventiquattro ore, diventano un’immagine concreta di una paralisi sistemica. Le centrali obsolete di epoca sovietica sono il simbolo di un Paese bloccato in un tempo che non riesce più a sostenersi. In questo scenario cresce l’esodo: tra il 2022 e la fine del 2024 oltre 850.000 cubani sono arrivati negli Stati Uniti, in gran parte giovani tra i 20 e i 40 anni. Una fuga che svuota l’isola del suo futuro.

A tutto questo si aggiunge la repressione seguita alle proteste del luglio 2021, quando per un breve momento sembrò che la storia potesse cambiare direzione. Oggi, secondo diverse ONG, a Cuba ci sono quasi 1.200 prigionieri politici, molti dei quali arrestati proprio per aver partecipato a quelle manifestazioni.

Eppure Night is not eternal rifiuta la postura del film disperato. Non promette redenzioni facili, ma conserva una tensione ostinata verso il possibile. Il titolo non è uno slogan, ma una scommessa fragile: la notte può essere lunga, ma non infinita. Forse il cambiamento arriva quando meno lo si aspetta. Intanto, il cinema continua a fare ciò che gli è più proprio: tenere accesa una luce, anche minima, nel cuore dell’oscurità.

Alla fine della proiezione ci sarà il consueto dibattito, curato da Heraldo, con il giornalista Paolo Annechini, esperto di America Latina.

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