Ultimo, o se si preferisce ultimo ex aequo. Cambia poco. L’Hellas Verona è ancora lì, inchiodato a quota 14 punti insieme al Pisa, quando il campionato entra nella sua fase decisiva e le giornate che restano sono 17, non un’eternità ma neppure un lampo. Il problema è che il tempo, da queste parti, ha smesso da un po’ di essere un alleato. Scorre, e basta.

Gennaio doveva essere il mese della svolta o almeno del respiro più ampio. Un calendario non tenerissimo ma nemmeno proibitivo, con Torino, Lazio e Bologna al Bentegodi e Napoli e Cremonese in trasferta. Squadre di livello, certo, ma tutte affrontabili se l’obiettivo è la salvezza. Il bilancio, invece, racconta di due soli punti, paradossalmente arrivati lontano da casa, mentre il Bentegodi ha continuato a restare muto. Una somma che non cambia la sostanza e lascia il Verona fermo, mentre attorno le altre si muovono.

A Cremona, lunedì pomeriggio, si è visto però qualcosa di diverso. Complice un’emergenza ormai strutturale tra infortuni e squalifiche, ma anche per una scelta precisa di Paolo Zanetti, l’Hellas ha cambiato pelle passando a un interessante 4-3-3. Una mossa che non ha prodotto il gol tanto atteso, ma che ha almeno scalfito l’inerzia. Davanti, Sarr, Giovane e Gift Orban hanno provato a dividersi il campo e i compiti, non sempre con tempi perfetti. A volte si sono sovrapposti, a volte hanno dovuto abbassarsi molto per dare una mano, rinunciando a lucidità offensiva. Non è stata una sinfonia, ma nemmeno rumore casuale. Piuttosto un abbozzo, una traccia da sviluppare.

Il rammarico resta doppio se si guarda al confronto diretto con la Cremonese. Tra andata e ritorno sono arrivati due 0-0 che, ai punti, stanno stretti al Verona. In entrambe le occasioni i gialloblù avrebbero meritato decisamente qualcosa in più, se non altro per volume di gioco e occasioni create. Allo Zini, però, ci si aspettava, forse, un furore diverso. Non tanto ordine o equilibrio, quanto quella fame quasi scomposta che spesso accompagna le squadre con l’acqua alla gola. La necessità di fare punti salvezza, e di cominciare a farli subito, avrebbe chiesto un altro tipo di intensità emotiva, soprattutto nel finale di gara, anche dentro una partita oggettivamente molto complicata dalle assenze.

Il problema è che il copione si ripete. Ogni settimana si arriva al bivio con la stessa frase sospesa nell’aria: “se non vinciamo questa, siamo in B”. Poi la partita scivola via, tra una sconfitta o un pareggio che serve a poco, e il discorso si rimanda alla domenica successiva. Nel frattempo, le altre corrono. La Fiorentina, com’era prevedibile, ha trovato continuità. Parma e Cagliari hanno iniziato a fare punti pesanti, anche contro avversari più attrezzati. Il Verona no. E il calendario, che non aspetta nessuno, propone ora una sfida casalinga (lunedì sera alle 20.45) contro l’Udinese che diventa già spartiacque, di quelli che non si possono sbagliare.

Pol Lirola – Foto dal profilo Facebook dell’Hellas Verona

Nel mezzo c’è il mercato, unico luogo dove in questo momento si può provare a immaginare un cambio di scenario. L’arrivo di Lirola (nella foto) dal Marsiglia (ed ex di Sassuolo, Fiorentina e Frosinone) va anche in questa direzione. Un esterno di fascia con esperienza, struttura fisica e una certa abitudine a contesti complicati. A Cremona ha già debuttato, mostrando personalità e gamba, offrendo a Zanetti un’alternativa credibile ai vari Frese, Bradaric e Belghali. Non è una rivoluzione, ma un tassello certamente utile alla causa.

Il nodo resta il centrocampo. È lì che il Verona continua a perdere qualcosa, tra il filtro davanti alla difesa e la capacità di accompagnare l’azione offensiva. Bernede sta attraversando un buon momento di forma, ma non può bastare da solo a tenere insieme una squadra che fatica a dare continuità al proprio gioco. Serdar, il leader tecnico di questa squadra, ha dato importanti segnali di ripresa nell’ultimo turno, ma è ancora lontano dalle sue prestazioni migliori. In attesa che torni un giocatore di fantasia come Suslov, servono rinforzi, e servono in fretta.

Perché il tempo, come detto, non aspetta. E a forza di ripetersi che c’è ancora margine, il rischio è quello di scoprire, un giorno non troppo lontano, che il margine si è dissolto. Come un’occasione sprecata davanti alla porta, vista scorrere via senza la cattiveria necessaria per trasformarla in qualcosa di concreto.

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