Da giorni le strade di Teheran e delle principali città iraniane sono attraversate da proteste represse con una violenza sistematica. Arresti di massa, spari contro i manifestanti, esecuzioni sommarie e migliaia di morti raccontano la risposta di un regime che continua a governare attraverso il terrore.

Il potere teocratico guidato da Ali Khamenei mostra ancora una volta il suo volto più sanguinario, incapace di offrire soluzioni politiche e sociali a una popolazione stremata. In questo contesto, le mobilitazioni attuali non appaiono come un’esplosione improvvisa, ma come l’ultimo stadio di un conflitto profondo e strutturale tra lo Stato e la società iraniana.

Pegah Moshir Pour, attivista per i diritti umani (protagonista della terza edizione del Festival del Giornalismo di Verona) e voce della diaspora iraniana in Italia, analizza le radici di questa rivolta, il ruolo delle nuove generazioni, i limiti della risposta internazionale e le prospettive, ancora incerte, di una possibile transizione.

Pegah, le proteste di questi giorni non sono un episodio isolato. Che continuità vede con le mobilitazioni del 2022–2023 e con le ondate di dissenso che periodicamente attraversano l’Iran da decenni?

L’attivista iraniana Pegah Moshir Pour

«Se guardiamo alla storia dell’Iran dal 1979 a oggi, l’elenco delle proteste è lunghissimo. La differenza è che per decenni non sono state raccontate, né dai media internazionali né, soprattutto, dall’interno del Paese. Oggi vediamo una partecipazione trasversale, che coinvolge tutti i ceti sociali. Il 28 dicembre, per esempio, i commercianti hanno chiuso le serrande del Gran Bazar di Teheran. È stato un messaggio politico prima ancora che economico: il Bazar è il cuore del mercato interno, il riferimento reale per la vita quotidiana degli iraniani. Dire ‘così non si può più vivere’ in quel luogo significa rompere un equilibrio storico.»

A quasi cinquant’anni dalla Rivoluzione del 1979, che bilancio si può fare del rapporto tra il regime e la società iraniana, soprattutto guardando alle nuove generazioni?

«Le generazioni nate dopo la guerra Iran-Iraq, quindi dopo il 1988, sono totalmente fuori dalla logica del regime. Non accettano il servizio militare obbligatorio, le restrizioni, il velo imposto, le norme morali che servono solo a impedire una vita normale. Non hanno nemmeno una vera vita digitale: i profili social vengono sequestrati, chi parla di educazione sessuale o di corpo femminile viene perseguitato. Il regime controlla tutto, dalla nascita fino a dopo la morte. È un potere invasivo, totalizzante, che queste generazioni rifiutano in blocco.»

La repressione è durissima: arresti di massa, processi sommari, condanne a morte. È solo una dimostrazione di forza o il segnale di una crescente fragilità del sistema?

«La repressione è l’unica risposta che il regime ha sempre saputo dare. Ma oggi è più contrastata che in passato, perché il popolo non ha più nulla da perdere. Per questo parliamo di una guerra: una guerra della popolazione contro il regime e contro le forze di sicurezza, i Pasdaran e i Basij, un corpo paramilitare feroce che risponde solo alla Guida suprema. Sparano munizioni da guerra, spesso alla testa. Eppure non riescono più a spegnere il dissenso.»

In Occidente l’Iran viene spesso identificato esclusivamente con il suo regime. Quanto questa semplificazione oscura la realtà di una società istruita, giovane e profondamente critica?

«Per anni abbiamo visto solo l’Iran che il regime voleva mostrare. È per questo che nell’immaginario collettivo l’Iran appare distorto. Dal 2022, dopo l’uccisione di Masha Amini e con lo slogan ‘Donna, vita, libertà’, il mondo ha iniziato a vedere un’altra realtà: una società giovane, istruita, con un fortissimo senso critico e politico. Non è un caso che in Iran ci siano tantissimi content creator: raccontare le città, la vita quotidiana, è anche un modo per sottrarsi alla narrazione ufficiale.»

Foto da Pixabay

Vivendo in Italia, che ruolo sente di avere come attivista e come parte della diaspora iraniana in questo momento storico?

«Come attivista dei diritti umani credo molto nel diritto internazionale e nel ruolo dell’Europa. Ma come diaspora vivo ogni giorno la complessità delle richieste e delle visioni diverse: etniche, religiose, politiche. Non esiste un’opposizione esterna unica. C’è chi guarda a Reza Pahlavi come garante di una transizione, chi, come Shirin Ebadi o Jafar Panahi, chiede un referendum immediato dopo la caduta del regime. Parliamo di un Paese enorme, 92 milioni di abitanti, con differenze profondissime. Questa frammentazione interna si riflette anche all’estero.»

Guardando al futuro, è ancora possibile immaginare una transizione verso un Iran libero e non teocratico, o lo scenario resta bloccato da equilibri interni e internazionali?

«La secolarizzazione è un punto condiviso da tutte le diaspore: la religione deve uscire dalla sfera civile. Ma gli scenari di transizione sono complessi. Il rischio è una guerra civile, anche perché il potere economico e militare è in mano ai Pasdaran. Senza un intervento politico serio e unitario della comunità internazionale, potrebbero prendere il potere dopo Khamenei, portando a una militarizzazione ancora più dura del Paese.»

Cosa può e dovrebbe fare oggi la comunità internazionale, e in particolare l’Europa, per sostenere concretamente la popolazione iraniana senza rafforzare il regime?

«L’Europa è stata chiara: espulsione dei funzionari del regime, stop ai compromessi, rifiuto della negoziazione. È fondamentale non trattare con degli assassini. Il fatto stesso che il regime chieda di negoziare dimostra la sua difficoltà nel contenere il dissenso interno. Bisogna insistere sul rilascio immediato dei prigionieri politici, sul fermo degli abusi, con un messaggio duro e unanime.»

In termini pratici, cosa significa oggi “non abbandonare l’Iran”? Quali forme di sostegno sono davvero utili, anche da parte dei cittadini e dell’informazione?

«Significa mettere da parte le ideologie personali e stare con il popolo iraniano. In Italia ci sono studenti e lavoratori iraniani in uno stato psicologico fragilissimo, che non riescono a contattare le famiglie. L’Italia dovrebbe essere una casa che abbraccia. E poi serve attenzione a non cadere nella polarizzazione dei social. Oggi non è il momento di decidere che Iran verrà domani: oggi dobbiamo essere dalla parte della libertà. Il resto lo deciderà il popolo, quando sarà finalmente libero di farlo.»

Il quartiere Narmak a Tehran i manifestanti hanno sequestrato diversi veicoli appartenenti alle forze Basij e IRGC e hanno dato fuoco davanti alla moschea di Haft Hoz . Foto dal Profilo Facebook di Pegah Moshir Pour

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