A quasi mezzo secolo dalla Rivoluzione del 1979, l’Iran si trova oggi davanti a un bivio storico. Quell’evento, nato come sollevazione popolare contro la monarchia dello Scià Mohammad Reza Shah Pahlavi, avrebbe dovuto aprire la strada a libertà, giustizia sociale e indipendenza. Invece, si è trasformato in uno dei più grandi inganni politici del Novecento mediorientale.

Nel 1979, una vasta coalizione composta da marxisti, movimenti di sinistra influenzati
dall’Occidente e dal clero sciita guidato dagli ayatollah, si unì contro lo Scià. Nessuno — o quasi — immaginava che, al termine di quella rivoluzione, il potere sarebbe finito interamente nelle mani del clero religioso. Ancora meno prevedibile fu il destino dei gruppi di sinistra: furono proprio loro, insieme a molti rivoluzionari laici, a diventare le prime vittime del nuovo regime, tra arresti, torture ed esecuzioni di massa. A cosa è servita, dunque, quella “rivoluzione”?

Quarantasette anni di repressione e distruzione

Nei 47 anni successivi, l’Iran ha attraversato alcune delle pagine più dolorose della sua storia
moderna. La guerra Iran-Iraq negli anni Ottanta ha causato la morte di centinaia di migliaia di giovani iraniani, sacrificati in nome di un’ideologia fanatica. Parallelamente, il regime dei mullah ha avviato una brutale repressione interna: esecuzioni di massa, eliminazione degli oppositori politici e persecuzione di chiunque avesse compreso di essere stato ingannato.

Negli anni successivi, l’isolamento internazionale e la repressione sistematica hanno consolidato un sistema fondato sul fondamentalismo islamico e sulla negazione delle libertà individuali. Il regime non si è limitato a imporre la propria ideologia entro i confini nazionali, ma l’ha esportata nella regione e oltre, attraverso reti e milizie proxy, destabilizzando interi Paesi.

Prima del 1979: il progetto di uno Stato moderno

Per comprendere appieno la situazione attuale, è necessario guardare indietro. Nel 1925, con l’ascesa al trono di Reza Shah, nacque la dinastia Pahlavi. Dopo oltre 1300 anni di dominio islamico, l’Iran iniziò gradualmente a riscoprire la propria identità persiana: lingua, cultura, arte e senso nazionale furono rilanciati come pilastri dello Stato.

Dopo l’esilio forzato di Reza Shah, suo figlio Mohammad Reza Shah proseguì e rafforzò questo progetto di modernizzazione. In 53 anni di dinastia Pahlavi, l’Iran conobbe uno sviluppo senza precedenti: infrastrutture, istruzione, diritti delle donne e crescita economica trasformarono profondamente il Paese.

Tuttavia, questa indipendenza crescente e la volontà di agire nell’interesse del popolo iraniano generarono forti ostilità internazionali. La Rivoluzione del 1979 non fu solo il risultato di dinamiche interne, ma anche di interferenze esterne. In un clima di caos, lo Scià non ebbe altra scelta che lasciare il Paese.

Foto da Unsplash di Foroozan Faraji

Oggi: una nuova consapevolezza popolare

Oggi, parlare di un possibile “rinascimento iraniano” non è un’illusione romantica, ma una
constatazione basata sui fatti. Il popolo iraniano non ha mai smesso di opporsi al regime, ma per decenni la sua voce è stata soffocata o ignorata. Oggi, grazie a Internet, ai social media e alla comunicazione globale, la verità non può più essere nascosta. Milioni di iraniani sono scesi in piazza per reclamare ciò che è stato loro negato per decenni: vita, identità, dignità e libertà. Questa volta è diverso. La partecipazione è più ampia che mai,
trasversale per età e classe sociale, e soprattutto caratterizzata da una chiarezza politica senza precedenti.

Il messaggio è uno solo: cambiamento radicale. Sempre più manifestanti invocano il ritorno dei Pahlavi come simbolo di unità nazionale e continuità storica. Il Principe Reza Pahlavi, in esilio da 47 anni, non ha mai smesso di sostenere il suo popolo e ha dichiarato la propria disponibilità a guidare una transizione per liberare definitivamente l’Iran dal fondamentalismo religioso.

L’Iran si trova oggi a un passo da una svolta storica. Dopo decenni di repressione, sacrifici e silenzio imposto, il popolo iraniano ha ritrovato la propria voce. Se questo momento verrà colto fino in fondo, il Paese potrebbe finalmente avviarsi verso un nuovo rinascimento: la rinascita di una nazione antica, fiera e libera.

Oggi più che mai, il popolo iraniano ha bisogno di essere visto, ascoltato e sostenuto. Da quattro giorni il regime ha interrotto l’accesso a Internet e alle linee telefoniche, nel tentativo di isolare il Paese dal mondo mentre continua a reprimere brutalmente le proteste, arrivando a massacrare i propri cittadini. Il silenzio e l’indifferenza, in questo momento, equivalgono a complicità.

Non possiamo rimanere spettatori. Ognuno di noi è chiamato a fare la propria parte, a diffondere la verità e a sostenere una popolazione che lotta per i diritti fondamentali. Perché la causa del popolo iraniano non è solo la loro: è la causa di tutti coloro che credono nella pace, nella libertà e nella dignità umana.

Hana Namdari
Giornalista e attivista iraniana

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