Le notizie ci interessano poco e, quando le leggiamo, non ci fidiamo di quello che raccontano. Secondo il Digital News Report Italia 2025, negli ultimi nove anni la quota di persone molto o estremamente interessate alle news nel nostro Paese è scesa dal 74% al 39%, mentre solo poco più di un terzo, il 36%, dichiara di fidarsi di ciò che legge.

Un dato che si inserisce in un contesto tutt’altro che rassicurante: il World Press Freedom Index 2025 di Reporters Sans Frontières segnala il peggior livello degli ultimi dieci anni per la libertà di stampa globale. A questo si aggiunge una situazione politica internazionale sempre più tesa che, soprattutto dopo il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, mostra una crescente ostilità verso il mondo accademico e, in particolare, verso i media pubblici.

Perché proprio adesso, in un anno così delicato, interesse e fiducia verso le notizie sembrano calare costantemente? In un 2025 segnato da un arretramento globale della democrazia e della libertà di parola, quale ruolo ha avuto la crisi dell’informazione e del giornalismo? E, soprattutto, cosa ci attende nel 2026?

Guerre e politica, ma io domani vado a lavorare lo stesso

Le notizie che scegliamo di leggere o ascoltare si inseriscono in un contesto di vero e proprio sovraccarico di informazioni e stimoli, al quale siamo sottoposti ogni giorno. Se queste ci appaiono distanti o poco rilevanti rispetto alla nostra vita quotidiana, che senso ha aggiungerle al carico già enorme che il nostro cervello deve gestire? In questo modo, il fenomeno della news avoidance, la scelta di evitare le notizie, non è più solo una reazione passeggera, ma diventa una strategia consapevole: un modo per ridurre lo stress emotivo e proteggersi dall’eccesso di informazioni che ci circonda.

Nello specifico, il report evidenzia come gli italiani si allontanino dalle notizie soprattutto perché percepite come troppo concentrate sulla politica (31%) e, ancor più, su guerre e conflitti (34%). Temi che non solo sentiamo distanti ma che, per una quota consistente di persone, hanno un impatto diretto e negativo sull’umore: quasi un terzo dichiara di evitare le notizie proprio per questo motivo (31%). A prevalere è la sensazione di essere schiacciati da un flusso continuo e incessante di informazioni (29%), un flusso di cui spesso non ci si fida nemmeno, tanto che il 27% evita le news perché non considera affidabile ciò che viene raccontato.

A completare il quadro delle motivazioni principali c’è la percezione di un’informazione inutile, che alimenta un senso diffuso di impotenza: guerre lontane sulle quali sembra impossibile intervenire, una politica che ripropone ciclicamente le stesse idee e gli stessi errori, una crisi economica percepita come permanente. A tutto questo si aggiunge la difficoltà di comprendere davvero le notizie: linguaggi complessi, toni distaccati e poco empatici rendono i contenuti lontani, poco accessibili e spesso estranei alla nostra vita quotidiana.

Quindi non ci interessa più lottare per diritti e libertà?

Il calo dell’interesse per notizie su politica e conflitti sembra riflettere una popolazione meno coinvolta nelle questioni sociali e civili, un fattore che sicuramente contribuisce al deterioramento della democrazia. Il legame tra informazione e partecipazione è infatti diretto: un cittadino informato può incidere sulle scelte collettive, portare la propria visione nell’“urna” e contribuire a costruire uno Stato che rispecchi bisogni e aspirazioni della maggioranza.

Proteste in Nepal – settembre 2025

In questo senso, è evidente come un Paese in cui la fiducia nell’informazione è bassa, soprattutto verso quella diffusa dai politici, ne risenta anche sul piano democratico. La sfiducia verso il sistema informativo si traduce in disaffezione, distanza dalla politica e indebolimento dello Stato di diritto. Non sorprende, quindi, il netto calo dell’affluenza alle elezioni regionali del novembre 2025, che si è fermata a una media del 43,6%, contro il 57,6% del 2020.

Eppure, nonostante questi segnali, non si può dire che democrazia e diritti abbiano smesso di interessarci. Il 2025 è stato, infatti, un anno storico, segnato da numerose e imponenti mobilitazioni popolari a difesa delle libertà civili e politiche, spesso guidate da giovani della Gen Z. In Italia le piazze sono tornate a riempirsi, in particolare in relazione alla crisi di Gaza. Guardando oltre i confini nazionali, invece,  esempi significativi arrivano da Paesi come Marocco, Kenya e Perù, ma soprattutto da Madagascar e Nepal, dove le proteste hanno portato al collasso dei governi in carica.

Il calo di interesse per le notizie a livello globale non può quindi essere interpretato come disinteresse verso le questioni sociali e collettive. In Italia come nel resto del mondo continuiamo a lottare per i nostri diritti e per le nostre libertà.

L’articolo migliore? Quello con più like

Le cause del calo di interesse e fiducia verso le notizie non sembrano dunque legate a una crisi valoriale, ma a fattori più concreti e pragmatici. È quanto emerge dai dati del World Press Freedom Index 2025 di Reporters Sans Frontières (RSF) e del Reuters Institute Digital News Report 2025, che delineano un sistema dell’informazione mondiale sotto pressione, segnato da due problemi strutturali: la fragilità economica e la frammentazione digitale.

La crisi finanziaria delle testate è ormai un fenomeno trasversale, soprattutto a causa del dominio dei Big Tech (Google, Apple, Meta, Amazon e Microsoft) che intercettano una quota crescente dei ricavi pubblicitari un tempo destinati ai media. Nel 2024 sono stati spesi 247,3 miliardi di dollari in pubblicità sui social media, +14% rispetto all’anno precedente, sottraendo risorse vitali al giornalismo più tradizionale.

Questa debolezza economica rende le redazioni più vulnerabili a pressioni politiche e tentativi di influenza, alimentando un ulteriore calo della fiducia del pubblico. Di conseguenza quello che facciamo è rivolgerci sempre più ai social network e ad altri aggregatori: l’informazione è più veloce, ma appare tanto affidabile quanto quella del giornalismo istituzionale, e può essere fruita tra altri contenuti senza appesantire la nostra attenzione.

Il servizio di Google News

Ne nasce un ecosistema disperso, dove l’informazione assume sempre più una forma video: la quota di persone che si informano tramite video social è salita dal 52% nel 2020 al 65% nel 2025. In questo modo il legame non si crea più con la testata o il giornale, bensì con la personalità che vediamo nel contenuto. Di conseguenza, la parola di singoli influencer comincia a plasmare sempre di più il dibattito pubblico, superando il ruolo dei media tradizionali e rendendo più labili i confini tra informazione, intrattenimento e attivismo.

Tuttavia, non è il mezzo in sé a essere una minaccia: i social e i video sono strumenti preziosi, utilizzati con efficacia anche da giornalisti professionisti e divulgatori autorevoli. Il problema risiede nelle dinamiche della “creators economy”: un sistema accelerato e fortemente centrato sull’individuo che, per velocità e frammentarietà, espone più facilmente al rischio di disinformazione.

In questo scenario, distinguere tra notizie verificate e contenuti manipolati diventa complesso, specie con l’avvento dell’IA: secondo il report il pubblico ne accetta l’uso, ma teme una perdita di trasparenza e accuratezza.

Quindi, il nodo centrale della questione sembra essere il modello di business del giornalismo, ancora troppo dipendente dalla pubblicità. Nell’ecosistema digitale, questa dipendenza spinge le testate a inseguire click e like per attrarre inserzionisti. Le notizie diventano così una merce prodotta rapidamente e in grandi quantità, con calo di qualità e fiducia, contribuendo a ridurre l’interesse per le notizie e ad alimentare il fenomeno della news avoidance.

Il “paradosso” italiano

Le dinamiche descritte dai due report internazionali trovano una conferma concreta anche nel panorama italiano. L’apparente paradosso emerge dai dati del Digital News Report Italia 2025: gli italiani dichiarano un basso interesse per le notizie, ma continuano a informarsi con grande frequenza. Il 59% afferma infatti di leggere o ascoltare notizie più volte al giorno, un dato che colloca l’Italia tra i Paesi con i livelli più alti di fruizione.

Ne emerge un rapporto con l’informazione sempre più frammentato e accelerato, in cui gli algoritmi contano più della selezione consapevole delle fonti. Ci informiamo spesso, ma in modo rapido e superficiale, con una crescente preoccupazione per la disinformazione online. Gli italiani individuano negli influencer (42%) e nei politici nazionali (37%) le principali fonti di notizie false o fuorvianti, allineandosi con i trend globali. Eppure, il fatto che quasi un terzo degli intervistati (28%) includa anche i giornalisti professionisti tra le possibili fonti di disinformazione, restituisce l’immagine di un rapporto sempre più fragile e sfiduciato con il giornalismo in Italia.

Il valore della nostra informazione

Il 2026 non si prospetta meno complesso per la democrazia e il giornalismo, come dimostrano l’attacco americano al Venezuela del 3 gennaio e l’arresto di 14 giornalisti nel Paese nei soli due giorni immediatamente successivi all’offensiva. In un contesto così critico, come può avvenire un cambiamento nel modo in cui ci informiamo? Cambiare radicalmente un modello di business così consolidato appare complesso, ma il punto di partenza potrebbe essere semplice: dare valore alla nostra informazione.

Restituire valore al giornalismo e al modo in cui lo fruiamo è il primo passo per distinguere l’informazione di qualità dal rumore di fondo di quelle ‘voci urlanti’ che sfruttano gli algoritmi per emergere, senza arricchire davvero il nostro sguardo sul mondo. Il punto di partenza è il nostro pensiero critico: educarci a leggere e interpretare le notizie per usare il nostro potere di “consumatori finali” e pretendere contenuti migliori.

Le proteste negli Usa contro l’attacco americano al Venezuela

Dare valore significa quindi investire tempo e risorse, anche economiche. Tempo per affrontare davvero le notizie, selezionare fonti di riferimento e avere la libertà di provarne di nuove; denaro per sostenere il lavoro di giornalisti e professionisti preparati, riconoscendo dignità al loro lavoro. È un impegno importante, soprattutto in una società sempre di corsa e più povera di quella precedente. Tuttavia, rappresenta anche la forma di protesta più concreta verso i problemi strutturali del nostro modo di informarci – velocità eccessiva, frammentazione e risorse ridotte – che rischiano di allontanarci dall’informazione e, con essa, dalla democrazia e dai nostri diritti. 

In questa prospettiva, anche aspetti come la frammentarietà delle fonti e il culto della personalità possono essere letti in modo differente. La prima, infatti, apre ad una maggiore ricchezza di punti di vista e modalità di fruizione, capaci di avvicinare anche chi normalmente non si interessa all’informazione o a specifiche tematiche. Il culto della personalità, invece, può tradursi anche in un legame più diretto con il “creator” dell’informazione, permettendo di empatizzare con il suo lavoro e il suo impegno, e facilitando anche il sostegno economico al suo operato.

Per questo dare valore al modo in cui ci informiamo potrebbe essere il miglior proposito per un 2026 iniziato sotto i peggiori auspici.

In uno scenario globale dove la voce del singolo sembra contare sempre meno di fronte alle logiche di dominio delle superpotenze, e dove la più grande democrazia del mondo non esita a invadere Stati sovrani per interessi puramente economici, l’informazione di qualità diventa un atto politico. Rifiutare le narrazioni urlate e le semplificazioni virali non è solo una scelta di consumo, ma una forma di resistenza. Perché la libertà di pensare con la propria testa, di interpretare i fatti e di distinguere cosa per noi è giusto e soprattutto ingiusto, resta l’espressione più alta di democrazia.

© RIPRODUZIONE RISERVATA