Capelli folti bianchi, aria da eterno ragazzo, alla soglia dei 73 anni Jim Jarmusch porta sullo schermo l’essenza del suo cinema. Il regista americano ribadisce la volontà di proporci la sua visione di cinema indipendente che non accetta soluzioni di comodo e non si fa irretire dal mainstream.

La pellicola Father Mother Sister Brother ha ricevuto il Leone d’Oro alla 82ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia. Un film tripartito,  che inquadra tre brevi situazioni in tre differenti luoghi (New Jersey/Stati Uniti, Irlanda/Dublino e Francia/Parigi) in cui madri, padri, sorelle e fratelli si incontrano e si relazionano.

Che cosa realmente si mette in gioco nelle prospettiva del regista? Partiamo dagli attori, come ricorda Jarmusch, nell’intervista a Laurent Tirard nel volume L’occhio del regista. 25 lezioni dei maestri del cinema contemporaneo: “La cosa più importante è il lavoro con gli attori. Influenzerà il tuo modo di girare […] Il valore della mia inquadratura, il posto in cui metto la macchina da presa sono funzionali al movimento degli attori.”

Ed ecco allora combinare con dovizia gli spazi, i movimenti di macchina, i campi/controcampi usati con attenzione e ancora i dialoghi surreali e i mini sketch, c’è il gusto della frammentazione, l’amore per un discorso che procede per increspature, i dialoghi pensati sui movimenti degli attori. Tutti gli attori sono splendidi, la spontaneità recitativa è continua e l’umorismo trattenuto è coinvolgente.

Anche il secondo episodio mantiene la medesima dose di ironia in cui le piccole bugie e le incomprensioni prendono forma: pare quasi che siano proprio le relazioni in divenire a permettere la realizzazione della situazione. Non c’è mai la voglia del racconto ma la messa in scena dei momenti che offrono delle possibilità recitative e di inquadratura che spesso prendono il sopravvento, ma più sovente rimangono assopite solo accennate.

L’ultimo episodio vede l’incontro di fratello e sorella nell’appartamento dei loro genitori a Parigi, deceduti in un incidente, una sorta di lungo scavo nella memoria senza flash-back ma con la parola che incontra la plasticità dei corpi dei due protagonisti. Le innumerevoli inquadrature dall’alto (plongée) scardinano la minima possibilità che si instauri una storia, una trama, tutto assume i contorni sfumati di momenti che si rincorrono, lungi dal voler instaurare un discorso generazionale genitori/figli, l’idea è quella di offrire spunti, idee, riflessioni senza porgere facili interpretazioni e consegnando allo spettatore il compito di elaborare il proprio pensiero autonomo.

La colonna sonora composta da Jarmusch, che ospita la fantastica cantante Annika Henderson, è funzionale, con brevi brani dai timbri morbidi dal sapore etereo, chitarra e tastiere minimali che scandiscono e si accoppiano con efficacia a ogni inquadratura.

In un mondo sempre più frenetico, fagocitato dai social. il cinema dell’artista americano si fonda sulle relazioni, sulla scrittura cinematografica fluida, fondata sui silenzi. L’atteggiamento è fenomenologico: cogliere, registrare il reale, quello che sta accadendo intorno senza forzare o concedere facili interpretazioni. Un cinema che nasce dalla voglia di offrirsi senza paura ne costrizioni e che ha, come intento, quello di ricordarci quando è il momento di rallentare.

Regia: Jim Jarmusch. Con: Tom Waits, Adam Driver, Mayim Bialik, Charlotte Rampling, Cate Blanchett, Vicky Krieps, Sarah Greene, Indya Moore, Luka Sabbat, Françoise Lebrun.

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