Esiste un modo di fare impresa che non fa rumore, non cerca titoli né inseguimenti di espansioni spettacolari, ma che nel tempo costruisce una presenza solida, riconoscibile, quasi familiare. Eurotecnica è una di quelle realtà che a Verona hanno accompagnato silenziosamente il lavoro quotidiano di uffici, studi professionali e aziende. Fondata nel 1971, si prepara oggi a celebrare i suoi 55 anni, mentre la città attorno è profondamente cambiata: nei quartieri, nelle abitudini, nel modo stesso di lavorare. Eppure, alcuni legami non si sono mai spezzati. A raccontarli è Chiara Bighignoli, figlia di uno dei due fondatori, entrata in azienda nel 1999: oggi lei coniuga memoria e futuro, in un equilibrio fatto di responsabilità, radicamento e cura delle relazioni.

Cinquantacinque anni di storia non sono pochi. Come nasce Eurotecnica e in che Verona prende forma?

«Nasce in una Verona molto diversa da quella di oggi. Mio padre, Remigio Bighignoli, apre nel 1968 un negozio di articoli per il disegno tecnico di fronte all’istituto Cangrande. Era un luogo frequentato da studenti, geometri, tecnici, in una zona del centro storico che allora era pienamente vissuta anche dal punto di vista lavorativo. Parallelamente mio padre era agente di commercio per le macchine da ufficio. In quegli anni incontra Mario Zanovello, padre del mio attuale socio Paolo, che svolgeva la stessa attività. Da lì nasce l’idea di unire le forze: nel 1971 viene fondata Eurotecnica, inglobando il negozio che poi, col tempo, verrà sganciato dall’attività principale».

Il centro storico è stato il primo orizzonte dell’azienda.

«Sì, i primi uffici erano in via Pallone, poi ci siamo spostati sempre all’interno della stessa zona. Era una Verona in cui molte attività avevano ancora sede dentro le mura. L’azienda è cresciuta soprattutto in relazione ai servizi di assistenza, e sul rapporto diretto con i clienti. Nel 2006 ci siamo trasferiti in Zai, seguendo anche lo spostamento naturale del tessuto produttivo della città».

Oggi siete di fronte a un nuovo passaggio, con il cambio di sede.

«Resteremo sempre in Zai. È un cambiamento importante ma coerente. Avremo spazi più funzionali, un magazzino più grande, uffici e un piccolo showroom interno. Non sarà più una sede con vetrine su strada, ma un luogo pensato per lavorare meglio. Non è un’idea di crescita quantitativa, ma di organizzazione».

Eurotecnica è rimasta una realtà di dimensioni contenute. È una scelta che ha a che fare con il territorio?

«Assolutamente sì. Oggi l’azienda conta, oltre a me e al mio socio Paolo Zanovello, quattro collaboratori, ed è una dimensione che abbiamo mantenuto nel tempo. Molti collaboratori hanno lavorato qui fino alla pensione. Questo crea una continuità che a Verona viene riconosciuta: i clienti tornano e trovano volti noti, persone che conoscono la loro storia. È un modo di stare nella città che richiede tempo, pazienza e coerenza».

Lei è entrata in azienda nel 1999, con un percorso molto diverso da quello imprenditoriale classico.

«Vengo da una formazione artistica. Ho fatto il liceo artistico a Verona, poi la scuola di disegno anatomico a Bologna, una realtà molto specialistica con sede all’Istituto Rizzoli. È stata un’esperienza importante, molto rigorosa. Ho provato anche l’Accademia di Belle Arti, poi sono rientrata a Verona e ho cercato di inserirmi in ambito sanitario, facendo anche il corso da tecnico di radiologia. L’ingresso in azienda non è stato automatico, ma nel tempo ho trovato un mio ruolo che ha saputo ben integrarsi con le competenze del mio socio Paolo».

Qual è il valore che più di tutti ha permesso a Eurotecnica di attraversare più generazioni di clienti veronesi?

«La continuità del servizio. È la base di tutto. Abbiamo clienti che lavorano con noi da quarant’anni e oggi seguiamo i loro figli. Questo accade perché il rapporto non è mai stato puramente commerciale. Conta molto anche il modo in cui lavoriamo internamente: i tecnici sono quotidianamente nelle aziende, negli studi, negli uffici della città. Portano in azienda una visione concreta di ciò che Verona chiede e di ciò che cambia».

In un periodo di grandi acquisizioni e concentrazioni, avete scelto di restare indipendenti.

«Sì, ed è una scelta consapevole. Oggi ci sono aziende di grandi dimensioni che cercano di acquisire realtà imprenditoriali piu’ piccole. Per noi significherebbe perdere identità. Restare un’azienda familiare, radicata a Verona, vuol dire anche sentire una responsabilità verso le persone che lavorano qui con entusiasmo e dedizione, e verso il territorio. Non ci siamo mai snaturati e non abbiamo intenzione di farlo ora».

Questo legame si riflette anche nel vostro impegno nello sport e nella cultura.

«Sì, è un impegno che nasce dallo stesso principio: se crediamo in un progetto, lo seguiamo nel tempo. Con il Buster Basket collaboriamo da 17 anni ed è un’esperienza che considero molto significativa dal punto di vista sociale, perché permette davvero a tutti di giocare. Durante il periodo del Covid ho pensato che, se fosse stato necessario, avrei sostenuto quel progetto anche personalmente pur di non interromperlo. Lo stesso vale per altre realtà sportive e culturali della città».

Negli ultimi anni avete aperto anche l’azienda a momenti di incontro culturale.

«Dal 2019 abbiamo iniziato a organizzare incontri su temi che non erano direttamente legati alla nostra attività. L’idea era creare occasioni di confronto, far entrare le persone in azienda non solo per lavoro. Il primo incontro è nato quasi come un esperimento, poi è arrivato il Covid ed abbiamo dovuto adeguarci con forme di incontro a distanza. Poi gli incontri sono proseguiti in presenza e, in occasione dei 55 anni organizzeremo qualcosa di speciale».

Fare impresa oggi in Italia è più complesso rispetto al passato?

«Sì, soprattutto per il peso della burocrazia e della gestione amministrativa. Per una piccola impresa ogni adempimento sottrae tempo al rapporto con i clienti. Anche la tassazione rende difficile valorizzare il lavoro delle persone. Eppure, le piccole imprese restano la struttura portante del tessuto economico italiano».

Guardando al futuro, che cosa vi augurate per Eurotecnica e per la città?

«Di continuare a fare bene il nostro lavoro, con particolare attenzione alla qualità del nostro lavoro. Stiamo avviando un percorso sulla sostenibilità, intesa anche in senso sociale e organizzativo. L’obiettivo è migliorare passo dopo passo, coinvolgendo chi lavora con noi. Eurotecnica è nata a Verona e a Verona vuole restare. Se dopo 55 anni siamo ancora qui, è perché questa città, in qualche modo, ci ha sempre riconosciuto come parte del suo tessuto».

Carlo Alberto Tenchini di Sharp premia per i 50 anni di attività Chiara Bighignoli e Paolo Zanovello (al centro con la targa)

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