Le guerre non scoppiano per pura casualità. Sono il risultato di una serie di azioni studiate per prepararle. Il cosiddetto “casus belli”, spesso presentato come scintilla accidentale, è in realtà un evento costruito ad hoc, preceduto da provocazioni calcolate. Le guerre sono preparate con largo anticipo partendo dalla manipolazione dell’opinione pubblica, dalla disinformazione di regime e con la creazione di un nemico per instillare paura e odio verso altri popoli.

La manipolazione della paura per giustificare il riarmo

La maggior parte delle persone non vuole la guerra perché lo sa che porta distruzione, miseria e la morte dei propri figli. Per questo, prima ancora del riarmo, chi prepara la guerra si preoccupa di condizionare l’opinione pubblica, facendo leva sulla paura. Lo spiegò chiaramente Hermann Göring, gerarca nazista, durante il processo di Norimberga.

Processo di Norimberga. Alla domanda «Come avete convinto il popolo tedesco ad accettare tutto questo?», Göring rispose: «È stato facile e non ha nulla a che fare con il nazismo: ha a che fare con la natura umana. Lo puoi fare in un regime nazista, socialista, comunista, in una monarchia o in una democrazia. L’unica cosa necessaria per rendere schiave le persone è impaurirle. Se riesci a trovare un modo per spaventarle, puoi fargli quello che vuoi».

La comunicazione attuale in Europa ricorda quella di un Paese che si prepara alla guerra, a cominciare dalla creazione di un nemico che, fino a poco tempo fa, non esisteva. È incredibile che la Russia – con cui, fino al 2022, c’erano eccellenti rapporti commerciali, culturali e turistici – sia diventata in pochi mesi un acerrimo avversario. Gli storici, un giorno, sveleranno questa metamorfosi e la tragica irrazionalità che ha portato al conflitto in Ucraina.

Le parole di guerra da Trump ai leader europei

Creato il nemico, il passo successivo è alimentare un clima di paura con un linguaggio sempre più bellicoso. Non a caso, Donald Trump ha rinominato il Dipartimento della Difesa in in un più esplicito Dipartimento della Guerra e ha imposto agli Stati NATO l’aumento delle spese militari dal 2% al 5%. I leader europei si sono subito allineati. Ursula von der Leyen: «La pace è finita, prepariamoci alla guerra ibrida». Andrius Kubilius, commissario UE alla Difesa, ha definito Vladimir Putin il nemico pubblico numero uno, affermando che la Russia prepara un attacco all’Europa nei prossimi 3-4 anni. Per Mark Rutte, segretario generale NATO: «La Russia può attaccare entro cinque anni… Siamo il prossimo obiettivo e già in pericolo». In Francia, il generale Fabien Mandon, capo di stato maggiore, ha dichiarato: «Dobbiamo essere pronti a perdere i nostri figli», mentre il governo ordina agli ospedali civili di prepararsi a flussi di feriti dal fronte. Keir Starmer, premier britannico: «Dobbiamo essere pronti alla guerra».

L’equilibrismo e la prudenza del governo italiano

Parole dal sen fuggite? In altri tempi, forse. Oggi no. Sono concetti ripetuti, circostanziati, voluti: per instillare paura e rendere normale, inevitabile, la guerra. In Italia, il governo usa maggiore prudenza. Giorgia Meloni si barcamena in un equilibrismo complesso tra un sostegno più formale che sostanziale all’Ucraina, gli equilibri interni alla coalizione, l’appoggio alle iniziative di pace di Trump, senza rompere con i “volonterosi” europei.

Mentre il governo di destra-centro sembra frenare sul riarmo – consapevole dell’opposizione dell’opinione pubblica e dei vincoli di deficit e debito – il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella appare invece più convinto. In un recente intervento ha affermato: «La spesa per la sicurezza collettiva è sempre stata poco popolare, ma poche volte come ora necessaria. Anche per dare il nostro decisivo contributo alla difesa comune europea».

Mattarella usa toni sfumati richiamando l’Europa e la difesa comune. Sa bene, però, che la corsa agli armamenti è la strada maestra verso i conflitti. Inoltre è evidente che l’attuale aumento delle spese militari in Europa, non è per una difesa comune, ma per quelle nazionali. D’altronde non potrebbe essere diversamente dato che non esistono gli Stati Uniti d’Europa, né una politica estera comune.

In questo clima bellicoso, ci piacerebbe sentire dai leader europei parole di dialogo e pace, come quelle del compianto Presidente Sandro Pertini: «Si svuotino gli arsenali di guerra, sorgente di morte; si colmino i granai, sorgente di vita per milioni di creature umane che lottano contro la fame».

La pace si costruisce con il dialogo e con parole di pace. La guerra, con parole di guerra.

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