La storia di per sé è molto lineare: degli scienziati scoprono un segnale radio proveniente dallo spazio. A questo segnale corrisponde una sezione di RNA che viene ricreato in laboratorio. Da qui, a seguito del morso di un topolino, a valanga ci sarà la propagazione di un virus alieno in grado di trasformare quasi tutta l’umanità in una sorta di “mente collettiva” felice e pacifica. Il “Joining”, “l’Unione”, diventa il nuovo momento zero di una nuova alba per tutta l’umanità.

Tutte le persone si fondono in un hive mind dove tutti sono sincroni, comunicano tramite campi elettromagnetici, si scambiano ogni tipo di esperienza umana (per chiunque sarebbe possibile guidare il Force One o cucinare come uno chef stellato). L’effetto è una società senza conflitti, dolore o dissenso, ma anche senza individualità.

Immune al virus

La protagonista è Carol Sturka (una grandiosa Rhea Seehorn), la quale risulta misteriosamente immune al virus e con lei altri 12 umani in tutto il mondo. Carol è una scrittrice di fantasy a sfondo sentimentale, ma nel suo intimo è una donna sarcastica, dura, cinica. Per lei questa trasformazione mondiale è una minaccia all’umanità, intesa nella sua libertà individuale.

Il suo scopo, lungo le puntate, è salvare l’umanità da questa utopia felice, invertendo il processo, mentre affronta isolamento e conflitti etici. La serie esplora temi quali l’individualità contro collettività, libero arbitrio, l’intelligenza artificiale (parlare con gli “Altri” è come parlare con con Google e chat gpt), il tutto condito con omaggi a classici, uno su tutti, esplicitamente dichiarato, L’invasione degli ultracorpi.

La relazione con il Paradiso dantesco

Ho trovato la serie molto bella, con dei tempi “anti-televisivi”, ironica il giusto, e densa di spunti filosofici ed esistenziali. Qui si ferma la mia analisi sulla serie. Mentre la guardavo, trovavo innumerevoli eco (credo inconsapevoli) relativi al Paradiso dantesco e alla dinamica relazionale interna alle anime.

L’unione collettiva nella serie propone un’umanità ecologica, la quale non si ciba non solo di alimenti animali, ma nemmeno di piante o di frutta che non sia caduta spontaneamente dagli alberi (e questo comporterà risvolti paradossali e grotteschi).

Il Joining ha abolito la proprietà privata, il possesso, e sostituisce l’“io” con un “noi” felice, ma totalizzante.

Agli occhi di Carol, gli “Altri” incarnano un’utopia distopica, eppure non abbiamo più crimini, guerre o consumi dannosi, con desideri esauditi collettivamente e risorse ottimizzate (bisonti sui campi da golf, ospedali minimali grazie a conoscenza condivisa, dormire assieme per evitare sprechi o consumi energetici). L’ecologia emerge dal rifiuto della violenza (nemmeno su mosche), ma l’individualità svanisce in un “noi” paziente che assimila gli immuni, evocando dilemmi sulla libertà rispetto all’armonia forzata. Critici notano il contrasto con l’egoismo umano pre-virus, ponendo la felicità collettiva come trappola manipolatoria.

Empireo e Candida Rosa

Questi sono i punti di maggior contatto proprio con gli ultimi canti del Paradiso dantesco, quelli dedicati all’Empireo e alla Candida Rosa.

L’Empireo è un non luogo. Un rompicapo mentale. Si pone fuori da ogni categoria spazio-temporale. È il centro di un mondo trascendente del quale il nostro universo ne è fallace riflesso. Eppure, al tempo stesso diventa traguardo ultraterreno, ma soprattutto realizzazione di un regno in questa vita, modello di partecipazione civile, attiva e militante.

Ecco, quindi, che il Paradiso diventa un regnare assieme (miei i corsivi): Purg. XXI, 24: “ben vedrai che coi buon convien ch’e’ regni”.

Il Paradiso è una cittadinanza comune e continui sono i riferimenti in questo senso (miei i corsivi):

  • Purg. XXXII, 100-102: “Qui sarai tu poco tempo silvano;/ e sarai meco sanza fine cive/ di quella Roma onde Cristo è romano”;
  • Purg. XIII, 94-96: “O frate mio, ciascuna è cittadina/ d’una vera città; ma tu vuo’ dire/ che vivesse in Italia peregrina”;
  • Par. XXIV, 43 “Ma perché questo regno ha fatto civi/ per la verace fede, a gloriarla, di lei parlare è ben ch’a lui arrivi”;
  • Par. VIII, 115-117: “Ond’ elli ancora: “Or dì: sarebbe il peggio/ per l’omo in terra, se non fosse cive?”/“Si,” rispuos’ io; “e qui ragion non cheggio.” 

Il Paradiso diventa la realizzazione di quello che Hannah Arendt chiamava “felicità pubblica”.

Dove pubblico va a contrapporsi a privato, ma in chiave arendtiana.

Come leggiamo in “Vita activa”: “privato” va inteso “nel suo originario senso di deprivazione”. Privato perché ci “priva” di qualcosa, “vivere una vita interamente privata significa prima di tutto essere privati delle cose essenziali a una vita autenticamente umana: essere privati della realtà che ci deriva dall’essere visti e sentiti dagli altri” (miei i corsivi).

La felicità privata diventa una felicità chiusa, individualistica e antirelazionale.

Il cortocircuito dei nostri giorni

In questi nostri giorni, dove il privato esplode nel trionfo della privacy, vediamo un cortocircuito tra pubblico, massa, dimensione sociale e agire politico.

Agire politico che viene sottilmente liquidato a favore di una felicità privata, borghese e consumistica.

In questo modo la “società di massa, benché fomenti e sfrutti economicamente il desiderio individuale di una vita felice, offre ben poche occasioni agli individui per esperire quel tipo particolare di emozione politica che Arendt chiama felicità pubblica” (così acutamente Adriana Cavarero nel suo Democrazia sorgiva).

L’immagine della Candida Rosa offre l’idea di un legame politico, che vede le persone godere di questa emozione che è al tempo stesso collettiva e individuale, che nasce dall’esperienza dell’essere in relazione.

Hannah Arendt direbbe in between.

E tutto questo sappiamo bene essere un vero e proprio Inferno secondo la logica della società dei consumi.

Nella Candida Rosa, anime e angeli formano petali di luce rivolti a Dio, tutte le vite paradisiache (vite vere, piene) si realizzano nel loro essere collettivi e individuali.

A Carol verrà affidata una “Beatrice”, Zosia, con funzioni di guida, ma anche capace di creare una connessione affettiva e sentimentale. Zosia compartecipa a tutta la sapienza di tutta l’umanità, dal croquet alle conoscenze astronomiche; proprio come la Beatrice dantesca, umile – forse anche anonima donna fiorentina – che in quanto vita beata, è sintonizzata alla somma sapienza, ed è in grado di argomentare su temi teologici, politici, etici come magistra infallibile e sovrana. Beatrice è il Cristo. Zosia è l’Umanità.

Non solo, uno degli sketch ricorrenti nella serie è che un personaggio solista che si staglia dalla dinamica dell’Unione, si rivolge a Carol individualmente e poi un gruppo di “Altri” risponde coralmente, con timing perfetto.

Questo nel Paradiso è ricorrente.

Allo sdegno di Pier Damiani (Paradiso XXI) corrisponde l’urlo delle anime contemplanti. Alla gioia delle anime venusiane corrispondono gli interventi solistici di Carlo Martello, Cunizza e Folco da Marsiglia.

Per certi versi è la singolarità di Carol a attivare l’individualità, la differenziazione degli “Altri”, così come è Dante a far sì che Beatrice, San Bernardo, San Tommaso e gli altri emergano nella loro personalità. Ma in un certo senso Beatrice non è solo Beatrice. È una Beatrice che assomma a sé l’esperienza dell’umano e del divino.

Sì, Zosia ricorderà che tra i suoi cibi preferiti c’era il gelato al mango, ma al tempo stesso, sa stimare in tempo reale quante persone nascano e muoiano sulla Terra.

È una sorta di teatrino a beneficio dei non contagiati: i quali possono mantenere la parvenza di avere una mamma, un figlio, una moglie, con la propria personalità. Ma queste personalità sono potenziate. Maggiorate dall’Unione globale e condivisa.

Nella serie, gli “Altri” mostrano connessione emotiva attraverso ricordi condivisi, empatia collettiva e tentativi di “guarire” il dolore altrui, spesso con toni pazienti e unificanti che evocano un amore impersonale ma onnisciente.

Nei lunghi dialoghi tra le due donne, Carol rimprovera a Zosia di dire “noi”, invece che “io”, costringendo l’interlocutrice a pause e numerose auto-correzioni.

Così è anche in Dante.

Nel cielo di Giove (Paradiso XIX) le anime dei giusti si dispongono davanti a Dante come un’enorme aquila, una creatura multipla e collettiva.

Dante scrive:

E quel che mi convien ritrar testeso,

non portò voce mai, né scrisse incostro,

né fu per fantasia già mai compreso;

ch’io vidi e anche udi’ parlar lo rostro,

e sonar ne la voce e «io» e «mio»,

quand’ era nel concetto e ’noi’ e ’nostro’.

Ovvero, quello che avvenne davanti al poeta aveva dell’incredibile, il becco dell’aquila diceva “io” e “mio”, quando avrebbe dovuto dire “noi” e “nostro”.

La situazione è speculare, ma identica.

Anche in questo caso la condizione tra gli “Altri” e le anime beate è identica.

Non abbiamo una massa (ovvero un pensiero anonimo standardizzato, senza personalità), bensì una pluralità (sempre in termini arendtiani). Tanto le voci che compongono sincrone la voce dell’aquila, tanto i saluti corali dei vicini di casa di Carol, non rappresentano una moltitudine, ma rimangono “uniche e plurali”.

E questa pluralità non va intesa in chiave moderna, come difesa della libertà di espressione, rispetto delle differenze, relativismo culturale e etico; bensì nel riconoscimento che l’universalità che “si apre alla concretezza delle differenze, non smentisce l’ontologia dell’individuo” (sempre parola della filosofa Cavarero, nel suo A più voci).

Questa condivisione tra anime, che non è concepibile all’Inferno, dove le anime sono ammassate paratatticamente, accatastate assieme, e se attivano interazioni, sono interazioni di natura bestiale; questa condivisione che diventa attivazione di un cammino di rinascita in Purgatorio, qui in Paradiso diventa spazio politico. Ogni essere umano è “diverso da tutti quelli che vissero, vivono e vivranno”.

Da Dante ad Arendt

In altri sensi tanto in Dante, quanto in Arendt, lo spazio politico diventa lo spazio relazionale fra esseri unici e, perciò stesso, plurali.

Altro punto di contatto.

Quando uno degli altri è colto da una forte reazione emotiva, l’intera umanità è in preda a convulsioni (con ripercussioni catastrofiche su scala mondiale).

Così in Paradiso XXVII, mentre San Pietro si arrabbia nei confronti del Vaticano, più intento al denaro che alla salvezza spirituale, tutto il cielo si arrabbia, “trascolora”, diventa rosso, le anime si indignano, in perfetta compartecipazione emotiva con Pietro, vera e propria comunità in coesione affettiva.

Ma veniamo a quello che per me è il tema centrale della serie.

Nell’episodio 3 (Granate) c’è un dialogo illuminante tra Carol e Zosia che riporto integralmente:

Z: “Scusaci Carol, abbiamo un imperativo biologico.”

C: “Quello che fate voi non ha alcun senso. Lo sai? Vogliamo renderti felice, dite. La tua vita ti appartiene, dite. Libero arbitrio. Ho tutto questo libero arbitrio, ma insomma, forse ho libero arbitrio fino a un certo punto?

Z: “Carol, se passeggiando in riva al lago tu vedessi qualcuno annegare, non gli lanceresti un salvagente? Certo che lo faresti. Non ci penseresti, non aspetteresti, non cercheresti il consenso di nessuno. Lo lanceresti e basta.”

C: “Quindi adesso io starei annegando?”

Z: “È solo che non lo sai.”

C: “Beh. Vi hanno fatto il lavaggio del cervello. Insomma, cosa potrebbe esserci di così grandioso in questa vostra fusione mentale? Lasciami indovinare. È uno scenario bellissimo, e voi non provate altro che appagamento. Solo ondate su ondate di beatitudine e pace, ed è tutto perfetto. È come vivere all’interno di una cartolina, ogni secondo delle vostre giornate. In pratica, è sempre uno speciale di Rick Stevens, no? Stronzate del genere?”

Questo è centrale nella serie, tanto quanto nel poema di Dante. Proprio al centro del Purgatorio, ovvero nel centro della Commedia, Dante discute prima con Marco Lombardo e poi con Virgilio sui due pilastri che reggono il sistema dell’aldilà: amore e libertà. Come possiamo essere liberi e amare al tempo stesso?

Se noi siamo destinati per natura, fin dal nostro concepimento, al bene, al vero amore, in che modo la libertà, il dono più grande che Dio ha dato all’essere umano, può far sì che l’uomo e la donna rinuncino alla felicità per scegliere consapevolmente un inferno eterno?

Eppure, ad un certo punto, quasi come un colpo di scena, le anime beate parleranno a Dante di predestinazione. Sembra quasi che Dio scelga in anticipo chi verrà salvato e chi no. Forse anche contro la volontà della persona stessa (interessante in questo senso il commento al Paradiso di Raffaele Pinto, edito da Edimedia).

Sicuramente sono temi complessissimi, per chiunque si occupi di teologia, filosofia, dantistica e sono temi ambigui, sdrucciolevoli, che non possiamo risolvere in un articolo, ma vengono posti. Così come vengono posti in una serie, che ha il coraggio di non preoccuparsi dell’intrattenere o del divertire, ma di fare anche scelte apparentemente non convenzionali e porre questioni di grande complessità.

Termino integrando un’interessante riflessione che ho trovato su The Italian Review dal titolo provocatorio ma efficace: Perché faccio il tifo per l’Alveare?

L’autore, Francesco D’Isa, difende gli “Altri” come Bodhisattva realized (ovvero superamento dell’Io illusorio), vede Carol come nevrotica attaccata al samsara, ad una sorta di egotismo occidentale (e io aggiungo borghese-capitalistico).

Quello che per Carol (e forse anche per l’autore della serie) è una distopia da combattere e convertire, in una lettura buddista potrebbe rovesciare il racconto:gli Altri sono Bodhisattva che dissolvono l’illusione dell’Io (svabhava), realizzando Shunyata – beatitudine senza trauma, dove “non c’è nessuno a cui le cose accadano”. Carol difende il dolore come “suo, ennesima forma di possesso.

Nella Candida Rosa, così come nell’Unione, la relazione è piena. Tutti sono fusi, ma non confusi, in una vibrazione costante di pluralità.

La visione di Dante (che è distopica per i nostri tempi) è una visione – così come per gli “Altri” che si contrappone a un Occidente “ubriaco di sé”, specchio dell’individualismo occidentale.

Quello che propone PLUR1BUS assieme al Paradiso dantesco è una sorta di parabola involontaria: orrore non è perdere l’Io, ma crederlo reale – vera e propria “sindrome dell’arto fantasma”.

Dante e Arendt propongono un “noi” partecipativo eterno; l’Alveare estingue il narcisismo per una nuova forma di felicità. Una felicità scomoda.

E voi da che parte state: con Carol o con Dante e gli Altri?

© RIPRODUZIONE RISERVATA