Torna nelle sale un franchise che è la dimostrazione vivente del “o lo ami o lo odi”. Sembra infatti non esista via di mezzo per osservare la mastodontica creatura figlia di James Cameron. Sappiamo ormai come questa saga sia destinata a continuare ancora per molti anni, essendo un progetto a cuore dello stesso autore.

Il sequel rilasciato nelle sale nel 2022, Avatar: La via dell’acqua, è riuscito a salire al terzo posto nella classifica dei film con maggiore incasso di tutti i tempi. I numeri non mentono, il riscontro del pubblico è chiaro: Avatar porta le persone in sala e questo è senz’altro un bene per l’industria moderna.

Trailer ufficiale del film prodotto da Disney e 20th Century Fox

Nel secondo film sono stati introdotti nuovi personaggi, principalmente grazie all’espansione della famiglia del protagonista Jake Sully, interpretato da Sam Worthington fin dal primissimo film nel 2009. In questo nuovo capitolo ritornano nel cast tutti i membri della famiglia, dalla furiosa Neytiri di Zoe Saldana fino al “cucciolo umano” adottato Spider di Jack Champion. Come non menzionare l’ormai onnipresente colonnello Miles Quaritch di Stephen Lang, acerrimo soldato nemico dei Sully.

La novità principale in base alle anticipazioni, alla promozione generale e al titolo stesso del film, è rappresentata dalla nuova popolazione dei Mangkwan, con a capo la tsahik (una sorta di anziana saggia del villaggio, la corrispondente di Neytiri) Varang, interpretata da Oona Chaplin (Il Trono di Spade). L’attesa del pubblico riguardava quindi la presentazione di questa nuova tribù e il loro ruolo all’interno della vicenda, in un terzo film che di fatto conclude la prima trilogia e saga del franchise.

Squadra che vince non si cambia…o forse sì

“I Sully restano uniti, i Sully non mollano mai”. Si parte da questo motto recitato continuamente da diversi membri della famiglia. Il fulcro centrale rimane quello costituito intorno a questo insieme di individui. Il film si presenta fin da subito come una sorta di “Avatar: La via dell’acqua – Parte due”, con il figlio minore Lo’ak che assume la maschera di narratore omnisciente ma soprattutto orante in un tempo futuro verso un tempo passato. Il finale del secondo film era indubbiamente tragico, legato alla perdita del figlio e fratello maggiore Neteyam. Nascono da qui rimorsi, rotture all’interno della stessa famiglia che reagisce male al lutto. “I Sully restano uniti” eppure non sembra essere così. Questo è uno degli aspetti più interessanti e sviluppati meglio, poiché lungo l’opera si entra in forte empatia con ciascun singolo personaggio, chiedendosi quale sarà la prossima scelta e cosa porterà alla famiglia stessa.

Immagine promozionale del film prodotto da Disney e 20th Century Fox

L’opposizione si smembra nella stessa maniera, naturalmente per via della bruciante sconfitta causata dall’alleanza dei Na’vi nel secondo film. La rappresentazione degli umani e delle loro motivazioni non prende degli importanti sviluppi, poiché si fa ancora riferimento alla caccia marina per il raccoglimento di questo prezioso liquido, senza tuttavia approfondire tale aspetto. Anzi lo scopo degli umani prende una nuova piega con lo sviluppo della vicenda, incasinando ancora di più le intenzioni della missione militare.

Le sfaccettature più chiare e particolari arrivano grazie al solito colonnello Quaritch, che prende decisioni d’istinto come un vero e proprio soldato in guerra. Si allea con il nemico per la protezione del suo figlioccio, ma al tempo stesso stabilisce un rapporto con un’altra tribù per poter compiere la sua missione, o meglio, la missione del defunto a cui il suo avatar è legato. Risalta l’interpretazione di Lang in questo sequel, forse poco lodato nei precedenti film. Per quanto ormai ci si chiede quando avverrà la sua definitiva dipartita, alla fine è nata una sorta di affezione della fanbase verso colui che odia gli “azzurroni”, facendo comunque parte della loro razza.

Dramma su uno sfondo inesistente

Se da una parte l’evoluzione dei personaggi è ottima, l’attenzione per il rapporto tra questi è elevata e la regia di alcune scene è già memorabile a distanza di qualche settimana, così non si può dire per il world-building a cui Cameron ci aveva abituati. La popolazione dei Mangkwan non è stata approfondita abbastanza, se non per via di un rancore dalle radici profonde verso la dea guida dei Na’vi. Varang non è nemmeno la tsahik che ruba la scena, visto il drammatico finale riservato a Ronal, interpretata da Kate Winslet. I suoi poteri sono a dir poco prodigiosi e temibili, ma non sembra essere a capo di una tribù con una vera e propria storia. Questo è dimostrato dalla tremenda facilità con cui lo stesso colonnello riesce a utilizzarli per i propri scopi. Sono rimasto colpito dalla presentazione estetica dei Windtraders (“mercanti del vento”) all’inizio dell’opera, per poi doverli salutare fin da subito senza delle informazioni ulteriori sulla loro funzione all’interno dell’enorme ecosistema alieno.

Immagine promozionale del film prodotto da Disney e 20th Century Fox

I due protagonisti del film sono certamente Lo’ak e Spider, poiché l’epilogo vero e proprio si ha nei confronti dello sviluppo del secondogenito e del figlio adottato. Il primo ottiene il riconoscimento compiuto del padre, grazie alla libertà concessa dalla madre adottiva nel trovare la propria strada. Il secondo ottiene la riconoscenza della madre grazie alle sue azioni salvifiche nei confronti del padre adottivo, riuscendo al contempo nell’impresa di legarsi sempre più ai Na’vi grazie al rapporto simbiotico con il pianeta e con Kiri, la figlia adottiva concepita tramite la dea madre Eywa (vista tramite uno sguardo spettacolare realizzato da Cameron). Questo è il frutto di una sceneggiatura senz’altro più elaborata rispetto ai primi due capitoli.

Cosa è stato sacrificato per ottenere ciò? Pandora, ossia il cuore dell’opera che ha reso grande i primi due capitoli. Si è giunti alla fine della prima parte di un viaggio, con la sensazione di non aver assaporato fino in fondo tutto ciò che ci è stato presentato.

© RIPRODUZIONE RISERVATA