Ci sono persone che fanno bene il proprio lavoro. E poi ci sono persone che, mentre lavorano, cambiano silenziosamente il modo in cui una città può immaginare se stessa. Simone Zambrin appartiene alla seconda categoria.

ItagnolTv: ©Walter Cainelli

La nostra redazione di Heraldo lo ha scelto come Veronese dell’Anno non per una singola impresa, non per un titolo, non per una fotografia da copertina. Nel suo percorso riconosciamo un’idea di Verona che non ha paura di muoversi, di rischiare, di aprire spazi invece di difendere confini.

C’è una generazione che viene spesso raccontata come distante, distratta, disillusa. Una generazione a cui si attribuisce l’indifferenza come tratto distintivo, come se il disimpegno fosse una sua colpa originaria. Simone Zambrin smentisce questo racconto nel modo più semplice e più radicale possibile: vivendo in modo coerente.

«Mi chiamo Simone Zambrin, sono di Verona, anche se oggi non vivo più stabilmente in città. Il mio percorso mi ha portato a muovermi molto, soprattutto per motivi legati all’attivismo e all’impegno civile», racconta. «Questo mi ha permesso di stare più tempo in Italia, di riallacciare rapporti con movimenti del territorio e di costruire legami che oggi sono una parte importante della mia vita». 

Zambrin non è un “personaggio”: è una presenza. Una di quelle che non cercano il centro della scena ma che, quasi senza dichiararlo, ne modificano la geografia. In un contesto spesso prudente fino alla paralisi, lui ha scelto un’altra strada: quella della costruzione quotidiana, paziente, concreta. Non proclami, ma processi. Non slogan, ma relazioni.

«Sono cresciuto in un contesto attraversato da un forte fermento politico. Non era qualcosa di teorico o distante: era parte della quotidianità», spiega. «Questo ha inciso profondamente sul mio modo di vedere il mondo e sulle scelte che ho fatto negli anni».

ItagnolTv: ©Walter Cainelli

La madre di Simone è di origine croata, suo padre veronese: “una doppia appartenenza che mi ha insegnato a guardare oltre i confini.
La sua è un’innovazione che non fa rumore, ma lascia segni. Parla il linguaggio del presente, ma non vive di mode. Traduce la complessità in pratiche accessibili, mette in dialogo mondi che a Verona tendono a ignorarsi: impresa e cultura, creatività e territorio, ambizione e responsabilità. Lo fa senza snobismo, senza posa, senza retorica.

Ma per capire davvero Zambrin bisogna tornare un po’ indietro, alla sua giovinezza.

«Per molto tempo il mio impegno è stato più individuale, anche dentro il contesto familiare. L’attivismo organizzato, come esperienza di movimento vero e proprio, è arrivato solo negli ultimi anni», racconta. «Da lì ho iniziato a capire che tipo di lotta volevo portare avanti e con quale approccio».

Da studente ha legato presto l’idea di futuro a quella di giustizia, di pace, di diritti. Non per ideologia, ma per prossimità: perché le vite non sono concetti, sono corpi, storie, ferite. Da lì nasce la sua militanza civile, il suo sguardo lungo, il suo modo di stare nel mondo senza neutralità comode.

La vicenda della Flotilla – che lo ha visto tra i partecipanti di una missione civile per la pace, bloccata prima di raggiungere Gaza – non è un episodio isolato, ma la conseguenza naturale di questo percorso. Non un gesto simbolico, ma un atto coerente. Un modo concreto di dire che la vita viene prima delle bandiere, che la dignità umana viene prima delle appartenenze, che il coraggio non è urlare, ma esporsi.

ItagnolTv: ©Walter Cainelli

«Ho fatto parte di una missione che ha ricevuto molta attenzione mediatica, ma quello che mi interessa sottolineare è che non è nata dal nulla. È stata il frutto di un lavoro lungo e profondo sul territorio, fatto di mobilitazione, relazioni, costruzione quotidiana. Non è stato un gesto simbolico: è stato un processo».

In tempi in cui la parola “valore” viene spesso usata come slogan vuoto, Zambrin la restituisce al suo significato originario: valore come responsabilità, come cura, come scelta di campo per la vita e non per la guerra.

«Il carcere mi ha dato una coscienza più profonda di ciò che stiamo affrontando. Non si esce uguali da certe esperienze».
«Ho incontrato un livello di disumanità che non avevo mai visto prima. È stato qualcosa che mi ha costretto ad assumere un atteggiamento diverso, più duro, più difensivo. Ti prepara a essere considerato “nemico”, e questo è qualcosa che ti cambia».

La Flotilla non è per lui un gesto isolato, né un capitolo da archiviare. È l’inizio di un processo che continua a interrogare la società in cui viviamo.

«Non è una solidarietà astratta verso un popolo lontano», sottolinea. «Sono scelte politiche che permettono la violenza, che riguardano anche la nostra società, qui e ora».

ItagnolTv: ©Walter Cainelli

«Le lotte sono molto legate tra loro», spiega. «Quello che succede altrove ci riguarda molto più di quanto pensiamo»  .

È una visione che rompe l’idea di un attivismo settoriale, chiuso nei propri confini tematici. La pace, i diritti, la giustizia non sono compartimenti stagni: sono un unico campo di forze che si tengono insieme e in questo orizzonte si colloca il riconoscimento come Veronese dell’Anno. Un riconoscimento che, nelle mani di Simone, perde immediatamente ogni patina celebrativa per diventare qualcos’altro: un dispositivo di responsabilità.

«Mi sento onorato di questo premio, ma non lo considero qualcosa di individuale», afferma. «È un riconoscimento che voglio condividere e dedicare a tutte le persone che, da anni, si battono ogni giorno per la dignità, i diritti e la libertà» «Non è una solidarietà astratta: sono scelte politiche che riguardano anche la nostra società». «È cruciale che questo lavoro continui e che nascano azioni sempre più ampie».

Il “Veronese dell’Anno”, nelle sue parole, non è più un titolo, ma una soglia: un punto da cui ripartire per parlare di chi resta invisibile.

«Lo dedico ai movimenti, alle persone che lavorano sul territorio, a chi continua a lottare anche quando non si vede», dice. «A chi è in carcere, a chi è in sciopero della fame, a chi non ha voce ma continua a resistere»

In un tempo che premia il rumore, noi abbiamo scelto una voce che lavora in profondità.

In una città che spesso ha paura di muoversi, abbiamo scelto qualcuno che accende possibilità.

Simone Zambrin è il Veronese dell’Anno 2025 per la redazione di Heraldo.

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