La Supercoppa doveva essere la vetrina globale del calcio italiano. È diventata, più modestamente, il manifesto dell’insipienza e della smania di apparire di chi oggi guida il carrozzone. Protagonisti involontari di un film grottesco che avrebbe potuto essere frutto del genio di Mario Monicelli.

Gli esportatori di “brand” hanno raccolto esattamente ciò che in molti – anzi, tutti – avevano provato a suggerire loro di evitare. Fare peggio era difficile. A partire da Riyad, dove il pubblico presente non è andato oltre quello che si sarebbe potuto garantire senza sforzi anche a Benevento o a Trieste, con la differenza che lì, almeno, il tifo non sarebbe stato di plastica e sembrato confezionato sottovuoto. Un colpo d’occhio che da solo raccontava il senso della Supercoppa in Arabia Saudita: un evento senza identità e senza appartenenza. Solo soldi, peraltro nemmeno sufficienti a riempire uno stadio da 26 mila posti.

Senza contare l’immagine restituita. Quella di un prodotto distante ed artificiale anche per gli occhi meno attenti. Un’operazione che, nelle intenzioni della Lega Serie A, avrebbe dovuto rappresentare un salto di qualità internazionale e che invece ha finito per raccontare un calcio sempre più scollegato dal proprio contesto naturale. Un flop soprattutto simbolico: l’evento che doveva rafforzare il brand Serie A in realtà lo ha impoverito agli occhi di chi lo segue.

Forse a divertirsi davvero sono stati soltanto i vacanzieri della Lega: dirigenti, accompagnatori e addetti ai lavori che hanno trasformato l’operazione in una sorta di viaggio premio in Arabia Saudita. Forse, chissà a voler simboleggiare una fuga dai problemi reali del calcio italiano.

Il vero capolavoro, però, è arrivato subito dopo. Milan–Como a Perth, Australia. Un’idea presentata come rivoluzionaria, inevitabile, addirittura fondamentale per il futuro. Spiegata con enfasi a calciatori e tifosi, poveri ignoranti incapaci di comprendere la modernità del progetto. E infatti nessuno l’ha capita. Perché i motivi contrari erano evidenti: sportivi, logistici, regolamentari, culturali.

Eppure si è andati avanti. Prima lo spiegone saccente, poi l’ufficializzazione dai toni solenni. Infine, dopo pochi giorni, il dietrofront. Goffo, improvviso, imbarazzante. La partita non si farà. Come se nulla fosse.

Prima l’espansione globale come destino ineluttabile. Poi, quasi sottovoce, “la Supercoppa tornerà al format precedente”. Dopo Perth, anche Riyad diventa già un ricordo.

Tradotto: “indietro tutta”, per dirla alla Renzo Arbore, con la sensazione però di aver assistito a un capolavoro di Mario Monicelli. La Serie A non ha bisogno di inseguire trovate estemporanee e gite esotiche per sembrare moderna. Avrebbe piuttosto bisogno di idee e pragmatismo, coerenza e – magari anche – rispetto per il proprio pubblico. Quello vero.

Foto da Unsplash di Othmane Ferrah

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