Tutti già sappiamo quanto è avvenuto all’Università di Verona: il figlio dell’ex Rettore Nocini è divenuto professore ordinario giovanissimo, a seguito di una procedura conclusasi pochi giorni dopo il  passaggio di consegne con la nuova Rettrice Leardini. È stato l’unico partecipante al concorso interno bandito dall’Ateneo. Aveva al proprio attivo, nonostante la giovane età, moltissime pubblicazioni, molte delle quali firmate insieme a numerosi altri autori, tra i quali in diversi casi anche il padre.

La nuova Rettrice, in Senato Accademico, ha sostanzialmente detto due cose. La prima è che, da una prima indagine interna, sembrerebbe che tutti i passaggi formali della procedura siano stati regolari. La seconda è che si tratta però di una vicenda che crea all’Università e alla stessa Rettrice forte disagio, una vicenda che non dovrà mai più ripetersi, ha detto.

A seguito degli esposti che sono stati presentati, vi è in primo luogo da aspettarsi, e da auspicare, che la regolarità formale di tutta la procedura venga verificata con rigore, in ogni aspetto, da parte di un’Autorità terza. Dobbiamo a questo proposito essere grati del fatto che viviamo in un sistema nel quale nessuno può ritenersi esente da controlli esterni. Nemmeno l’Università, che pure gode di margini di autonomia assai elevati.

Vi è poi, peraltro, l’aspetto sostanziale. In una società aperta e democratica, non possiamo considerare “normale” che il figlio del Rettore uscente vinca, giovanissimo, una procedura di concorso di questo tipo, alla quale era il solo partecipante. Questo non è normale a prescindere dai meriti del candidato, che non abbiamo motivo qui di mettere in discussione. Non è normale perché chiunque esercita un potere deve dare garanzie di assenza di conflitto di interessi.  Non è normale perché la disciplina sui conflitti di interesse deve essere interpretata in senso sostanziale, non formalistico: non basta che il passaggio finale della procedura sia avvenuto pochi giorni dopo la sostituzione del Rettore per escludere, di per sé, l’esistenza di un fenomeno di “Parentopoli” all’interno dell’Ateneo. Del resto, il forte disagio manifestato dalla nuova Rettrice non può che significare questo. E, se non significa questo, non significa nulla.

Siamo abituati a pensare che la democrazia comporti essenzialmente votazioni libere, e potere alla maggioranza. Almeno altrettanta importanza, in una democrazia moderna e costituzionale, va però attribuita alla “accountability” di ogni potere: ogni potere deve rendere conto in dettaglio del proprio operato e rispondere nel merito alle critiche.

Questo vale, oggi, per l’Università di Verona. Occorre sapere se e quali garanzie contro i conflitti di interesse fossero attive, se e perché non abbiano funzionato, quali modifiche si apporteranno per il futuro. E occorre che l’indagine su questo venga affidata a una Commissione composta anche da terzi esterni all’Università, con un mandato preciso, tempi definiti e l’impegno a rendere pubbliche le conclusioni.

Non è solo, né principalmente, una questione di leggi e regole. È anche, e soprattutto, una questione di buone pratiche, che una comunità di valore come quella universitaria deve saper adottare in via preventiva, per evitare di essere anche solo sfiorata dal sospetto – fondato o infondato che sia – di favoritismi.

Vi è infine, per concludere, un aspetto culturale da considerare. Riguarda i genitori. Lasciamo andare i nostri figli. Non costruiamo per loro una vita accanto a noi, con l’illusione che sia per essi più facile. Una vita così non sarebbe la loro vita, sarebbe una vita nell’ombra. E nulla è facile nell’ombra di altri e nel disagio. Sarebbe auspicabile che il giovane professor Nocini avesse uno scatto di orgoglio, e, rinunciando alla posizione acquisita a Verona, dicesse: “Abbiamo sbagliato, ma sono uno studioso di valore, e saprò dimostrarvelo altrove”.

© RIPRODUZIONE RISERVATA