Le tante occasioni perdute di Verona
Dalla pianificazione come progetto collettivo alla città frammentata: il racconto dell’urbanista Giorgio Massignan tra memoria, politica e poteri forti.

Dalla pianificazione come progetto collettivo alla città frammentata: il racconto dell’urbanista Giorgio Massignan tra memoria, politica e poteri forti.

Verona è una città che ha spesso immaginato se stessa meglio di come poi è riuscita a diventare. I progetti non sono mancati, le visioni nemmeno. A essere venuta meno, nel tempo, è stata la capacità di trasformare quelle idee in scelte coerenti e durature. È questa distanza tra il possibile e il realizzato a emergere con forza dall’incontro che si è tenuto sabato mattina nella sede dell’Accademia dell’Agricoltura di via Leoncino, dove l’urbanista Giorgio Massignan ha presentato il suo libro Il cemento è servito, dialogando con il giornalista Giorgio Montolli.
Più che una presentazione editoriale, l’incontro si è trasformato in una lunga ricostruzione critica della storia urbana recente della città. Un percorso che intreccia pianificazione, politica, interessi economici e trasformazioni sociali, restituendo l’immagine di una Verona che, a più riprese, ha avuto davanti a sé strade alternative senza riuscire a imboccarle fino in fondo.
Nel secondo dopoguerra la pianificazione urbanistica rappresentava uno degli strumenti principali attraverso cui la politica esercitava la propria funzione. C’era bisogno di case, servizi, infrastrutture, e progettare significava dare forma a una risposta collettiva. Anche durante il boom economico, ricorda Massignan, la città cresceva spinta da esigenze reali, pur dentro una frenesia che avrebbe poi mostrato tutti i suoi limiti.

È in quegli anni che il suolo comincia lentamente a cambiare natura. Da supporto fisico della città diventa progressivamente una leva di rendita. L’edilizia e la trasformazione urbana assumono un ruolo centrale nell’economia nazionale, attirando capitali e interessi sempre più forti. La pianificazione prova a tenere il passo, ma già allora mostra crepe evidenti, incapace di rispondere in modo organico ai bisogni sociali più profondi.
Secondo Massignan, “il vero punto di svolta arriva quando i partiti iniziano a strutturarsi per controllare direttamente i grandi flussi economici legati alla trasformazione urbana”. A Verona questo processo assume una forma particolare. Per anni la città vive sotto una sorta di ombrello politico che garantisce una pace diffusa tra interessi diversi. Le tensioni vengono assorbite, mediate, diluite.
Ma quando quell’equilibrio si rompe, la politica perde progressivamente la capacità di indirizzare l’economia. “Non riesce più a governare le trasformazioni urbane e finisce per subirle”, afferma l’architetto. “È da qui che nasce una pianificazione sempre più frammentata, fatta di deroghe, compensazioni edilizie, interventi puntuali scollegati da una visione complessiva”.
Dentro questo quadro, l’esperienza amministrativa guidata dalla sindaca Sironi assume un valore particolare. Un periodo di otto anni (all’epoca il mandato durava quattro anni), che Massignan individua come l’ultimo tentativo coerente di immaginare Verona come un sistema urbano unitario.
La tramvia, pensata come infrastruttura portante del trasporto pubblico, avrebbe potuto incidere in modo strutturale sul traffico e sulla qualità della vita. Il grande campus universitario previsto nell’area di Santa Marta e Passalacqua avrebbe trasformato Verona in una vera città universitaria, con un parco aperto ai cittadini e una forte integrazione tra sapere, ricerca e spazio urbano. L’Arsenale era destinato a diventare la sede del Museo di Scienze Naturali, completando un percorso museale che avrebbe collegato Castelvecchio, il Museo degli Affreschi e altri poli culturali. Palazzo Pompei doveva essere liberato per diventare la sede di Giurisprudenza. Una visione che puntava sulla qualità urbana, sulla cultura, sulla mobilità sostenibile.
Quella visione non si è mai concretizzata. Le amministrazioni che si sono succedute dopo, da Zanotto a Sboarina, hanno compiuto scelte diverse, spesso opposte, cancellando progressivamente l’impianto originario. La tramvia è stata archiviata in favore del filobus, soluzione ritenuta da Massignan meno incisiva. Il campus universitario è stato ridimensionato fino a scomparire, sostituito da residenze e funzioni commerciali. L’Arsenale ha perso la sua vocazione museale e Palazzo Pompei è arrivato a essere messo in vendita, che però non si è mai concretizzata.
Secondo Massignan, non si è trattato solo di un cambio di indirizzo politico, ma dell’abbandono di un’idea di città. Al posto di una strategia complessiva, si è affermata una logica per interventi isolati, spesso guidati più dalle opportunità di mercato che da una riflessione sul bene comune. Le conseguenze di queste scelte si leggono con chiarezza nella struttura urbana attuale. Le periferie, nate in gran parte come aree di edilizia economica e popolare, sono state per anni prive di servizi, spazi di socialità e identità. Quartieri dormitorio, cresciuti senza un vero progetto urbano, che solo nel tempo hanno costruito relazioni e un minimo di spirito comunitario.
Il centro storico ha seguito una traiettoria opposta. Negli anni Settanta ha conosciuto una prima trasformazione che ha espulso i residenti più poveri. Successivamente si è progressivamente direzionalizzato e turisticizzato. Oggi soffre una perdita evidente di funzioni quotidiane, mentre l’abitare diventa sempre più marginale a favore dell’ospitalità turistica, processo che sta rovinando numerose città in Italia e nel mondo.

Uno dei capitoli più duri riguarda il consumo di suolo. I dati citati da Massignan parlano chiaro: Verona e la sua provincia sono tra le aree più cementificate del Veneto e d’Italia. Ettari di territorio agricolo sono stati trasformati, spesso giustificando nuovi interventi con presunte esigenze produttive.
In particolare, la logistica emerge come uno dei motori principali di questa nuova stagione di consumo di suolo. Poli logistici, capannoni, grandi insediamenti sorgono anche in presenza di aree già disponibili, alimentando una spirale che privilegia la rendita rispetto alla qualità del territorio. Un modello che, sottolinea l’urbanista, “offre poche prospettive occupazionali qualificate e spinge molti giovani laureati a cercare altrove il proprio futuro”. D’altronde, si chiede, perché studiare tanto per poi finire a lavorare in un brutto polo logistico di periferia?
Un altro tema centrale è il ruolo crescente dei poteri economici organizzati. Fondazioni bancarie, associazioni di categoria, grandi operatori immobiliari hanno acquisito nel tempo un peso decisivo nelle trasformazioni urbane. La pianificazione, anziché fissare regole chiare, si è spesso adattata a queste spinte, piegandosi a varianti e deroghe.
Secondo Massignan, le leggi urbanistiche stesse presentano maglie troppo larghe, che consentono interpretazioni flessibili e interventi difficilmente riconducibili a un reale interesse pubblico. Le compensazioni edilizie diventano così uno strumento ordinario, capace di svuotare il concetto stesso di bene comune.
Il racconto arriva infine all’attualità. Le promesse di partecipazione e di contenimento del consumo di suolo avanzate dalla nuova amministrazione, osserva Massignan, non hanno ancora trovato riscontro nelle scelte concrete. L’esempio della Marangona, ovviamente, è il primo che viene fatto. E anche il rapporto con l’informazione locale appare problematico. Il dibattito pubblico sui grandi temi urbanistici si è progressivamente ristretto, lasciando poco spazio a un confronto aperto e approfondito sulle trasformazioni della città.
Il cemento è servito è, in definitiva, un libro che parla a tutti i veronesi. Racconta luoghi familiari, trasformazioni visibili, scelte che hanno inciso sulla vita quotidiana. Ma è anche un testo che invita a riflettere sul futuro, mostrando come nulla sia inevitabile.
Le tante occasioni perdute di Verona, a partire dalla stagione della sindaca Sironi, non sono solo un esercizio di nostalgia. Sono il metro con cui misurare ciò che la città avrebbe potuto essere e che, forse, può ancora provare a diventare. A condizione di restituire centralità alla pianificazione pubblica, alla competenza e a una visione capace di anteporre il benessere collettivo alla rendita.

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