Raccontare l’Africa continua a essere, per gran parte dell’informazione occidentale, un esercizio carico di automatismi: emergenze umanitarie, conflitti improvvisi, povertà strutturale raccontata senza storia e senza contesto. Un racconto che tende a muoversi per immagini isolate, più che per processi, e che finisce per restituire un continente immobile, condannato a una crisi permanente. È da questa distorsione, prima ancora che da una carenza di dati o di attenzione, che nasce il lavoro di Alberto Magnani, giornalista de Il Sole 24 Ore, protagonista dell’incontro organizzato nei giorni scorsi da Nigrizia al Museo Africano, moderato da Roberto Valussi e uno dei volti del prossimo Festival del Giornalismo di Verona, che si terrà alla Fucina Culturale Machiavelli dal 12 al 15 marzo 2026.

A partire dal suo ultimo libro, “Le ali dell’Africa”, Magnani ha proposto una lettura contemporanea fondata su un metodo giornalistico rigoroso e su una scelta precisa di campo: sottrarre il continente tanto all’esotismo narrativo quanto al paternalismo analitico. Ne è emerso un quadro che mette al centro le strutture economiche, le diseguaglianze sociali, le dinamiche politiche interne e i nuovi equilibri geopolitici, mostrando come molte delle fragilità africane non siano il prodotto di una presunta eccezione storica, ma il risultato di rapporti di forza concreti, spesso ancora in trasformazione.

Dal Sudafrica post-apartheid, dove la segregazione razziale ha lasciato il posto a una diseguaglianza economica persistente, alle guerre dimenticate come quella sudanese; dalla gestione delle risorse naturali al ritorno di una sovranità economica sempre più rivendicata; fino alle ambizioni – e ai limiti – dell’integrazione continentale, il dialogo ha attraversato alcuni dei nodi centrali dell’Africa di oggi. Non una mappa rassicurante, ma uno strumento per leggere un continente che non può più essere ridotto a sfondo delle crisi altrui, né a oggetto passivo delle decisioni globali.

Magnani, innanzitutto cosa l’ha spinta a scrivere questo libro sull’Africa di oggi?

Alberto Magnani

«L’urgenza nasce dal desiderio di cambiare il racconto dell’Africa, sia nel metodo sia nei contenuti. Sul piano del metodo, l’aspirazione è di affrancarsi da un approccio esotizzante o emotivo, che spesso confonde giornalismo e storytelling. L’Africa viene spesso raccontata come un altrove letterario, a volte con immagini da romanzo coloniale e luoghi comuni euro e occidente-centrici. Questo linguaggio non è neutro: contribuisce a consolidare stereotipi e a impedire una comprensione più strutturata dei fenomeni».

In che modo questo approccio influenza anche la selezione delle notizie?

«Spesso la cosiddetta “copertura” mediatica si concentra quasi esclusivamente su crisi, guerre e povertà, con una vena paternalistica più o meno consapevole. Il risultato è che alcune dinamiche vengono raccontate solo quando esplodono, ignorandone le premesse e le dinamiche all’origine. Un caso emblematico è quello del Sudan: una guerra devastante, con decine di migliaia di vittime e milioni di sfollati, che per lungo tempo è rimasta ai margini del racconto mainstream occidentale, senza un lavoro di contestualizzazione geopolitica e storica. L’attenzione è cresciuta improvvisamente solo in queste ultime settimane, ma si parla di un conflitto esploso nell’aprile del 2023 e nato da radici e intrecci articolatissimi».

Nel libro affronta il tema delle diseguaglianze. Perché è centrale per capire l’Africa contemporanea?

«Perché troppo spesso quella che viene descritta come povertà è in realtà diseguaglianza. Le risorse ci sono, ma sono distribuite in modo radicalmente sproporzionato. Il Sudafrica è un esempio chiarissimo: è il Paese più diseguale al mondo secondo l’indice di Gini. A distanza di trent’anni dalla fine dell’apartheid, la minoranza bianca continua a controllare la maggior parte delle terre e dei settori economici strategici».

Nel suo racconto utilizza l’esempio dell’industria vinicola sudafricana. Perché è così significativo?

«Perché parliamo di uno dei settori più prestigiosi del Paese, riconosciuto a livello globale. Eppure, solo nel 2019 un imprenditore nero è riuscito ad avere il controllo integrale di una cantina. Questo dato racconta più di tante statistiche come l’apartheid si sia trasformato in una segregazione economica di fatto. Le leggi sono cambiate, ma le strutture di potere sono rimaste in larga parte intatte. Lo si può vedere nella distribuzione tourt court delle terre, nelle fasce reddituali e nei livelli di occupazione, per non parlare della linea di demarcazione fra quartieri ricchi e le township che ancora accolgono una quota robusta di popolazione».

Quanto pesano queste diseguaglianze sulla stabilità politica del Paese?

«In maniera decisiva. Sono una delle cause principali del declino dell’African National Congress, che alle elezioni del 2024 ha perso per la prima volta la maggioranza assoluta e si è trovata costretto a scendere a patti con il partito liberale e “bianco” della Democratic Alliance. Il partito di Mandela ha vissuto per anni di una rendita morale, ma l’incapacità di riequilibrare davvero il paese ha prodotto una frattura profonda tra aspettative e realtà. È la stessa disillusione o, meglio, cesura generazionale che scandisce le proteste in tutta l’Africa dei cosiddetti Born free: i giovani nati in epoche successive agli anni della liberazione e in rotta con i partiti che ne hanno capitalizzato la memoria, un sentimento esploso in maniera più “istituzionale” alle urne o con rivolte come quelle che hanno scosso il Mozambico nel 2024».

Un altro tema chiave è la cosiddetta “maledizione delle risorse”. È davvero una condanna inevitabile?

«No, ma è una questione strutturale. Paesi ricchissimi di materie prime restano dipendenti dall’export di quelle stesse risorse e faticano a industrializzarsi. Oggi vediamo tentativi di uscita da questo schema. In Nigeria, ad esempio, la nuova raffineria lanciata dal miliardario Aliko Dangote ha permesso di intensificare i ritmi di lavorazione del petrolio e arrivare, per la prima volta, all’export di carburante raffinato. È un segnale positivo, ma ancora insufficiente a cambiare il modello economico del paese».

Accanto alla diversificazione emerge anche un nuovo “sovranismo delle risorse”. Di cosa si tratta?

«I governi africani stanno cercando di esercitare un maggiore controllo sulle proprie materie prime. Lo fanno in modi diversi: il Botswana tenta di acquisire la maggioranza di De Beers, la Repubblica Democratica del Congo rinegozia i contratti sul cobalto e blocca temporaneamente le esportazioni per influenzarne il prezzo. Poi ci sono approcci più radicali, come quelli delle giunte militari nel Sahel, che revocano licenze o arrestano manager stranieri. Tutte queste strategie rientrano nella stessa tendenza: una maggiore capacità di azione degli Stati».

Ma questo controllo porterà benefici reali alle popolazioni?

«È la grande domanda aperta. Non possiamo ancora dirlo. In alcuni casi, come il Burkina Faso, si intravedono segnali contraddittori: da un lato riforme economiche e tentativi di risanamento, dall’altro repressione, chiusura verso l’esterno e derive autoritarie. Di certo, con tutti gli abusi e le opacità a loro carico, le giunte saheliane sembrano comunque rappresentare o cogliere un’esigenza di cambiamento rispetto a leadership politiche stanche e “democrazie” più nominali che sostanziali».

Che ruolo giocano attori esterni come la Cina?

«La Cina ha costruito una rete di rapporti finanziari e infrastrutturali profonda, dominata da una strategia controversa sui prestiti: si parla di oltre 180 miliardi di dollari erogati nell’arco di un paio di decenni, con accuse annesse sulla loro opacità o condizioni capestro. Oggi Pechino sta cambiando strategia, puntando su investimenti più mirati, soprattutto nel digitale e nelle rinnovabili. Le critiche occidentali hanno basi fondate, ma sarebbe ipocrita ignorare che anche molti investitori occidentali hanno imposto condizioni durissime. Il punto è sempre lo stesso: capire quanto spazio di manovra riescono a conquistare i paesi africani».

Guardando al futuro, quale può essere una prospettiva concreta di sviluppo per il continente?

«L’integrazione economica è una delle sfide decisive. L’Area di libero scambio continentale africana punta a creare un grande mercato interno, riducendo barriere e burocrazia. Oggi i Paesi africani commerciano più con l’estero che tra loro, ed è un paradosso enorme. Se funzionerà, questa integrazione potrà stimolare infrastrutture, mobilità, connessione digitale. Ma senza un’integrazione politica più solida, il percorso resta fragile».

Alberto Magnani e Roberto Valussi durante l’incontro che si è tenuto presso la Sala Africa del Museo Africano di Verona

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