La sala della Palazzina Masprone, nel quartiere Stadio, è piena anche se non pienissima, come invece capitato in passato, in epoche più “tese”. Paolo Berizzi torna a Verona per presentare la sua ultima fatica letteraria, Il libro segreto di CasaPound, e l’atmosfera è densa di una storia che in questa città non è mai neutra. A moderare l’incontro è Tiziana Valpiana e sul palco siedono Guido Papalia, già procuratore della Repubblica, e Andrea Castagna, presidente provinciale dell’ANPI. La cornice è civile e attenta, ma la memoria del 2019, quando qui fuori si radunarono centinaia di neofascisti per contestarlo, resta sospesa come un contrappunto silenzioso.

Berizzi parte dalla materia viva del suo libro: la voce inedita di un militante interno, “la gola profonda” che per la prima volta squarcia il velo sul funzionamento reale di CasaPound. Il giornalista descrive una struttura piramidale fondata sul culto della forza, una rete di finanziatori insospettabili e un clima politico che negli anni ha reso quell’organizzazione sempre più disinvolta. E quando parla di Verona, il pubblico capisce che non si tratta di una digressione: la città, dice, resta un laboratorio nazionale della destra radicale, un luogo dove cultura politica, gruppi organizzati e nostalgie trovano ancora terreno fertile.

Berizzi, partiamo dal cuore del libro: questa fonte che racconta CasaPound dall’interno. Chi è e perché ha deciso di parlare?

«Non è un pentito, non è uno che ha cambiato idea. È un fascista che resta fascista, e proprio per questo la sua testimonianza è così importante. Si è sentito tradito da una gestione padronale, da un potere familistico che non corrisponde all’immagine epica che il movimento vuole dare di sé. Ha visto cose, dinamiche, violenze e distorsioni che lo hanno spinto a rompere il silenzio. Per vent’anni abbiamo cercato chi mettesse i soldi, chi tirava le fila. Questa fonte ha fatto cadere quel muro.»

Il libro mostra un livello di violenza interno ed esterno che raramente era emerso con tale precisione. Perché è così centrale?

«Perché la violenza non è un incidente di percorso. È un metodo. La fonte lo dice chiaramente: “La violenza è il nostro metodo fondativo”. CasaPound non è un gruppo folcloristico di nostalgici. Ha una struttura paramilitare, gerarchica, con punizioni, espulsioni, prove di forza. E fuori dal palazzo ha costruito una reputazione fatta di aggressioni, spedizioni punitive, controllo del territorio. È una cultura politica e fisica insieme.»

Una delle rivelazioni più sorprendenti riguarda i finanziatori. Chi c’è dietro CasaPound?

«La rete è molto più ampia di quanto immaginassimo. Parliamo di professionisti, imprenditori, avvocati, persone che hanno ruoli nei loro territori e in certi casi anche nelle istituzioni. Non parliamo di quattro nostalgici che passano la colletta il sabato sera. Parliamo di contributi regolari a sezioni, eventi, attività culturali, sportive, associative. E parliamo di finanziamenti in cinque città diverse: Roma, Milano, Torino, Firenze e Verona. Il punto non è solo chi dà i soldi, ma il clima politico che permette a certi finanziamenti di circolare senza timore.»

A proposito di clima politico: nel libro sostiene che CasaPound oggi si senta protetta. In che senso?

«Non sto dicendo che ci sia un filo diretto con Palazzo Chigi. Ma quando al governo c’è un partito che sulla scheda elettorale espone la fiamma che arde sulla tomba di Mussolini, il messaggio che arriva è chiarissimo: l’immaginario neofascista non è più un tabù. È stato normalizzato. Il linguaggio della destra radicale è entrato nel discorso pubblico, e questo produce un effetto di protezione. CasaPound si sente legittimata. Si sente coperta.»

Questa normalizzazione riguarda anche Verona?

«Verona è uno dei centri vitali della destra radicale italiana. Lo è da decenni. C’è un humus culturale e politico che altrove non è così presente. Nel 2019, quando venni qui, ci furono duecento neofascisti schierati fuori da questo stesso edificio che volevano impedirmi di presentare un altro mio libro. E c’erano tanti poliziotti in assetto anti-sommossa. Un intero quartiere blindato per la semplice presentazione di un libro. Una cosa del genere non mi era mai capitata in nessun’altra città d’Italia. Ma gli episodi, qui, non si contano: aggressioni, presidi, simbologie, infiltrazioni nell’associazionismo, nello sport, nella notte veronese. Verona non è una parentesi. È un laboratorio nazionale.»

Tiziana Valpiana ha richiamato l’attenzione sul ruolo delle istituzioni. Quanto conta in una città come questa?

«Conta moltissimo. Quando la memoria democratica viene diluita, quando si finge che certi simboli siano solo folklore, si crea il terreno perfetto perché gruppi organizzati prosperino. Le istituzioni dovrebbero essere un argine, non un amplificatore. Verona ha avuto e ha figure coraggiose, ma ha anche conosciuto stagioni in cui la sottovalutazione è stata evidente.»

Nel libro racconta un paradosso quasi grottesco: il ruolo delle donne in CasaPound. Che cosa emerge davvero?

«Ufficialmente valgono poco o nulla. La retorica interna vuole il maschio guerriero, la virilità, la forza. Ma la realtà è che alcune donne gestiscono pezzi fondamentali dell’organizzazione: amministrazione, comunicazione, logistica. Fanno un lavoro silenzioso, decisivo, mai riconosciuto. Il movimento che predica la centralità del maschio si regge su un lavoro femminile invisibile. Un’ipocrisia totale.»

CasaPound ha tentato di bloccare il libro con diffide e minacce legali. Perché tanto nervosismo?

«Perché il libro li espone. Li mostra per ciò che sono, senza filtri. La contestazione sul simbolo di copertina era un modo per provare a fermare l’uscita. Hanno mandato diffide, lettere, pressioni. Ma è stato un boomerang. Hanno generato una curiosità enorme. E poi c’è stata quella recensione involontaria sui social: “non compratelo, fa schifo”. È la miglior sintesi della loro crisi.»

Papalia e Castagna hanno parlato di responsabilità civile e memoria democratica. Che cosa significa, per lei, raccontare CasaPound oggi?

«Significa difendere la realtà. Significa restituire agli italiani un quadro che troppo spesso viene manipolato, ridotto, normalizzato. CasaPound è un fenomeno politico, radicato, che ha relazioni, soldi, sedi, contatti e un linguaggio che dialoga con parti della destra istituzionale. Raccontarlo non è militante. È semplicemente necessario.»

Foto di Ernesto Kieffer

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