La grottesca situazione creatasi in occasione della prima verifica del nuovo modello di “filtro” per l’accesso ai corsi di laurea in medicina ci offre il destro per una riflessione su un problema di portata gigantesca, del quale nessuno sembra occuparsi seriamente in questa strana stagione storica, nella quale le questioni internazionali e l’economia (indubbiamente di grande importanza) sembrano mettere in secondo piano tutti gli altri aspetti della vita vissuta.

Il Professor Andrea Bellelli, docente ordinario di Biochimica all’Università “La Sapienza” di Roma, in un intervento di raro nitore su “Il Fatto Quotidiano” del 5 dicembre u. s.[1] spiega bene cosa è accaduto: «Una catastrofe di questo genere dimostra che la modalità di esame prevista dalla riforma è inadeguata al suo scopo (…) Per poter assegnare ad un esame universitario la funzione aggiuntiva di prova concorsuale, le legge prevede un esame scritto, uguale in tutta Italia, con 16 domande “a completamento” (frasi nelle quali manca una parola, che lo studente deve aggiungere) e 15 quiz (“a crocette”).» Qui, dunque, secondo il professore (ne riassumo il pensiero) sta il “bug” che ha fat­to saltare il sistema. I corsi preparatori svolti dai diversi docenti sarebbero stati mirati al ragionamento e alla riflessione, mentre la prova prevista dalla legge è stata tarata su aspetti meramente nozionistici e privi di logica coerenza con il percorso formativo seguito.

Non conosco nei dettagli la legge, ma non esito a riconoscere in quanto afferma il Professor Bellelli una prassi analoga a quella adottata per i test preliminari ai concorsi a preside o a ispettore del Ministero dell’Istruzione (nelle sua varie fasi onomastiche). Siamo, cioè, alle solite: a fronte di un impegno che vogliamo credere serio dell’univer­sità il sistema amministrativo procede con le sue regole: una sventagliata di test basati su valori quantitativi a fronte di percorsi calibrati su aspetti qualitativi. Vedremo comunque che cosa succederà al secondo appello previsto per il 10 dicembre di quest’an­no. Dai dati che le stesse università hanno diffuso pare che la disciplina più difficile sia risultata Fisica, cosa che non sorprende affatto, essendo Biologia e Chimica più discorsive e quindi più facilmente imbrigliabili in test di tipo nozionistico. La Fisica, ancor più della Matematica, esige una assoluta e lucida capacità di ragionamento, per cui non è da meravigliarsi che di fronte a test nozionistici si sia verificato il maggior numero di cadute.

Fin qui il ragionamento fila. O, meglio, sembra filare. A chi, infatti, da qualche anno si occupa di scuola, e in particolare di orientamento alle facoltà scientifiche, la débâcle studentesca di fronte a questa prima verifica non suscita particolare meraviglia. E qui sta quel grande problema di cui si parlava all’inizio. Si tratta della qualità della nostra scuola e della sua reale capacità di conciliare due componenti tra loro difficilissime da integrare: l’istruzione di massa e la qualità degli apprendi­menti. Per fare questo occorrono visioni pedagogiche avanzate, modalità organizzative totalmente diverse da quelle attuali e un investimento di risorse gigantesco.

La nostra scuola, infatti, non esige un semplice ritocchino, un restyling, come si dice, ma una radicale profonda ristrutturazione, e la questione non è più procrastinabile. Fra gli aspetti problematici occupa una posizione preminente il modo in cui si insegnano le materie (parlare di pedagogia della secondaria di secondo grado sembra una cosa da marziani) e quindi la questione centrale è la formazione degli insegnanti, cosa che questa università, non sa fare. È troppo dire che nei test di medicina l’università ha raccolto ciò che ha seminato? Forse a Medicina, forse alla “Sapienza” si insegna come dice il Professor Bellelli, ma l’espe­rien­za diretta dei quasi dieci anni nei quali ho coordinato per il sistema scolastico veneto il Progetto Lauree Scientifiche e la ben più lunga frequenza delle aule scolastiche, prima come docente e poi come dirigente di formazione umanistica, mi hanno aiutato a capire come l’imposta­zione didattica del­l’università sia caratterizzata da un’esasperata attenzione per i dettagli e una rarissima capacità di offrire allo studente “in uscita” una visione di sistema delle proprie discipline. Non c’è da meravigliarsi quindi se siamo di fronte a un disastro.

La massa dei nostri ragazzi, non ha menti in grado di tollerare la quantità dei dati necessaria a svolgere un ragionamento complesso. Il rapporto fra tipologia del percorso formativo e verifica è talmente condizionante per l’esperienza scolastica dei nostri giovani, che una sfasatura come quella verificatasi produce disastri. I nostri ragazzi, che abbiano frequentato il classico, lo scientifico, l’istituto tecnico per la biologia o la chimica, sono in grandissima maggioranza caratterizzati dalla stessa impostazione: si apprende ciò che è utile, non si apprende ciò di cui non si capisce il senso e il senso critico è interpretato come logica coerenza di ciò che si studia con la verifica alla quale si dovrà rispondere per ottenere i crediti necessari a superare con un buon punteggio l’esame di stato. L’idea dello studio come dimensione personale e solitaria di impegno, costanza e, diciamolo pure, sacrificio, non appartiene, salvo casi eccezionali, spesso oggetto di derisione, all’orizzonte della gran parte degli studenti.

Ecco perché ha ragione il Professor Bellelli. Dopo decenni di calibratura, di progressivo e bradisismico assestamento dei test per l’accesso a Medicina non aveva nessun senso, magari nella prospettiva di facilitare la verifica, cambiare il sistema. Fino allo scorso anno i ragazzi, che provenissero dal classico o dall’istituto tecnico per geometri, dall’istituto tecnico per i ragionieri o dal liceo scientifico, se volevano fare medicina, iniziavano a prepararsi sui modelli di test disponibili sul mercato, sin dalla quarta, se non dalla terza superiore. Su quelli si esercitavano e su quelli poi erano capaci di misurarsi. Bisognava forse semplicemente abbassare il coefficiente di sufficienza per aumentare gli ammessi. Cosa troppo facile e troppo calibrata su una realtà reale.

Ciò premesso come pensiero mirato al problema specifico, rimane la grande questione del livello generale di preparazione dei nostri studenti soprattutto dei licei, il cui degrado è ormai insostenibile e non più trascurabile. Si tenga presente che non di rado nelle discussioni che ho affrontato con le famiglie, in tema di orientamento, più volte ho sentito dire che il figlio o la figlia non erano in grado di sostenere il peso di un istituto tecnico e quindi per questo venivano avviati in direzione dei licei, soprattutto verso quelli caratterizzati da discipline narrativo-discorsive e non applicativo-operative. Insomma, una scelta di parcheggio temporaneo in attesa di una maturazione personale che consentisse di effettuare una valutazione più ponderata per l’università.

D’altronde con la presenza di più di quindici modelli-base e di oltre una ventina tra varianti e potenziamenti, i licei sono enormemente più attrattivi degli istituti tecnici o professionali, e sono diventati il locus amoenus di rassicurante tutela per famiglie e studenti. Il fatto è che gli italiani sono severi scolasticamente con i figli degli altri, sono dalla parte dei docenti esigenti con i figli degli altri, non sono disposti ad accettare serenamente le caratteristiche apprenditive dei propri figli, se queste non rispondono alle loro attese.

Ma su questo torneremo e parleremo anche dell’ultima polemica accesasi sul liceo classico dopo una lettera accorata di una neuropsichiatra infantile al direttore del Corriere della Sera.


[1]https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/12/05/riforma-test-medicina-disastro-universita-notizie/8218379/

© RIPRODUZIONE RISERVATA