A Verona, da qualche tempo, sembra di ascoltare in loop il celebre brano di Gian Pieretti del 1967: qualunque cosa faccia – oppure non faccia – il primo cittadino Damiano Tommasi, qualcuno è pronto a tirargli “le pietre”. Una reazione riflessa, quasi automatica, che spesso scavalca i fatti e trascura il perimetro delle responsabilità.

Succede in questi giorni con la polemica surreale sullo striscione natalizio alla torre dei Lamberti, una decisione presa in questo 2025 dalla Sovrintendenza, istituzione nominata direttamente dal Governo. E succede ogni giorno quando si parla di sicurezza, tema che, piaccia o meno, è principalmente nelle mani del Prefetto, altra figura designata da Roma. Roma che sul tema da un anno promette fondi e risorse che poi non arrivano mai.

Si può criticare l’amministrazione Tommasi, e ci mancherebbe. Ma almeno sarebbe utile criticare ciò che dipende davvero dal Sindaco e dalla sua Giunta.

Bacanal controverso

In questo clima teso, il caso del Bacanal del Gnoco è emerso come il segnale di un problema più profondo: a Verona, alcuni hanno gestito potere, fondi e tradizioni come fossero beni personali, dimostrando una sorprendente resistenza al principio stesso di trasparenza. Ogni anno, il Comitato del Bacanal del Gnoco amministra tra i 300 e i 400 mila euro, di cui circa 250 mila provenienti dal Governo e 150 mila dal Comune. Si tratta di cifre rilevanti che richiederebbero un rigore amministrativo rigoroso, ma tale rigore è mancato.

Ad agosto, il Governo ha revocato i contributi per il 2023 e il 2024, richiedendo la restituzione di mezzo milione di euro: due membri del Comitato, tra cui il presidente Valerio Corradi, non risultavano incensurati. Un chiaro mancato rispetto delle norme sui finanziamenti pubblici. In una situazione normale, ci sarebbero state scuse, dimissioni e un passo indietro per salvaguardare l’immagine del Carnevale veronese. Qui, invece, nulla di tutto ciò è accaduto.

Il Comitato ha scelto una via diversa: difendere la propria posizione a ogni costo, cercando alleanze politiche in Parlamento e ottenendo una rapida modifica della norma che vietava contributi ai comitati con membri non incensurati. Una modifica che ha avuto l’effetto di una soluzione improvvisata, più che di una vera riflessione sul modello di gestione delle tradizioni popolari.

Foto di Osvaldo Arpaia

Parallelamente, il Bacanal ha cercato di spostare il centro del dibattito: secondo loro, non è stato il Comitato a commettere un errore, bensì il Comune che vorrebbe soffocare la tradizione. Questa tradizione è già stata oggetto di polemiche simili, legate allo spostamento dei mercatini da Piazza Erbe (per motivi di sicurezza pubblica) e alla “stella” di Piazza Bra, di proprietà privata.

Una narrazione ribaltata ancora una volta, che ha trovato parziale ascolto in città ed è stata accompagnata da un gesto clamoroso: la registrazione al Ministero del marchio e della maschera del Papà del Gnoco. Come se la tradizione fosse un bene privato e non un patrimonio condiviso.

La ciliegina sulla torta: il Giardino d’Estate

Il quadro si completa con la gestione del Giardino d’Estate, trasformato in uno spazio per feste e somministrazione di cibi e bevande senza le necessarie autorizzazioni, fino alla revoca inevitabile della concessione. Anche in questo caso, le regole sono state percepite come un’ingiustizia subita, anziché come garanzia di equità e legalità.

Nel cuore di tutto questo, l’amministrazione Tommasi ha svolto ciò che ogni governo responsabile dovrebbe fare: incrementare la trasparenza, ristabilire l’ordine e garantire il rispetto delle norme. È un impegno che raramente porta risultati immediati, poiché la legalità non fa tanto rumore quanto il conflitto, ma crea un ambiente più sano e duraturo.

Se esiste un modo autentico per proteggere Verona, i suoi abitanti e le sue tradizioni, è proprio questo: smettere di interpretare le regole come un attacco e riconoscere le responsabilità per quello che sono. Perché, prima di lanciare pietre, è fondamentale capire davvero chi è il loro vero destinatario.

Foto di Osvaldo Arpaia

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