Entro la fine di ogni anno, il Parlamento deve approvare la cosiddetta legge di bilancio, che contiene le previsioni di incasso e di spesa dello Stato per l’anno successivo. Si tratta di un documento fondamentale, che determina le strategie di tassazione da adottare e i settori in cui investire il denaro pubblico. Non sono dettagli tecnici, ma politica allo stato puro.

Il problema è che, da un lato, servirebbe aumentare la spesa pubblica per sanità, scuola, ricerca e altro ancora; dall’altro, si vorrebbe ridurre la tassazione. Le due cose, ovviamente, sono fra loro contrastanti, stante l’esigenza di equilibrio di bilancio e le ferree regole europee. Tuttavia espandere la spesa pubblica senza alzare le tasse è possibile, e le ricette per farlo non mancano: a cominciare dalla lotta all’evasione fiscale.

Recuperare risorse dall’evasione fiscale

Nell’ultima relazione del MEF sull’economia non osservata (dati 2022, pubblicata nel 2025), si stima un’evasione di 102,7 miliardi di euro tra tasse e contributi. È una cifra immensa, che da sola risolverebbe problemi di deficit e debito pubblico. Secondo l’Agenzia delle Entrate, nel 2024 sono confluiti nelle casse dello Stato 33,4 miliardi di euro grazie al recupero dell’evasione: 2 miliardi in più rispetto al 2023.

In percentuale, l’evasione sul dovuto è in calo, dal 19,6% nel 2018 al 17% nel 2022 (i valori del 2020 e 2021 sono anomali per il blocco economico causato dalla pandemia Covid-19). Si tratta comunque di livelli troppo alti, con un recupero significativo ma lento, non ancora decisivo per i prossimi anni. Da decenni, la lotta all’evasione è una bandiera sventolata da governi di ogni colore, ma l’importo da recuperare resta elevatissimo.

La seconda ricetta è la tassazione patrimoniale. Da un punto di vista strettamente economico, la tassazione dovrebbe riguardare solo i redditi percepiti, non i patrimoni posseduti. Tuttavia, le disuguaglianze sociali su redditi e patrimoni sono diventate così scandalose che una tassa sui beni non è più un tabù. Di patrimoniali ne esistono già alcune: la più nota è l’IMU (sulle seconde case, con introiti destinati ai Comuni), seguita da imposte di bollo, di registro, ipotecarie, catastali e di successione. Complessivamente, nel 2024, queste hanno generato introiti per 51,2 miliardi di euro.

Una patrimoniale per ridurre le disuguaglianze?

Si tratta di tasse piatte, con aliquote fisse indipendenti dal valore del patrimonio, quindi non progressive come invece quelle IRPEF. Ad esempio, l’IMU non distingue tra chi possiede una sola seconda casa e chi detiene un vasto patrimonio immobiliare. Analogamente, l’imposta di bollo sui patrimoni finanziari è una percentuale fissa dello 0,20% annuo sul valore di conti deposito e dossier titoli.

Maurizio Landini, segretario della CGIL, ha proposto un’aliquota dell’1,3% sui patrimoni complessivi superiori a 2 milioni di euro, che genererebbe un gettito addizionale di 26 miliardi annui. Gli interessati, come afferma Landini, sarebbero 500.000 contribuenti, ovvero circa l’1% della popolazione, a vantaggio del restante 99%. Proposte simili, con qualche variante, arrivano anche dal M5S, da AVS e da Elly Schlein, segretaria del PD, per i quali la patrimoniale va considerata a livello globale o almeno su base europea.

Le grandi ricchezze hanno una tassazione regressiva

Il problema di fondo è che, in Italia e non solo, maggiore è la ricchezza detenuta, minore è la tassazione effettiva sui redditi. Le aliquote IRPEF sono si progressive, ma di fatto solo per i redditi da lavoro del ceto basso e medio, che arrivano al 43% oltre i 50.000 euro/annui. I veri ricchi, con grandi patrimoni e rendite prevalentemente da immobili e investimenti finanziari, sono tassati con aliquote ben inferiori. Ad esempio, le rendite da affitti con cedolare secca sono al 21% (al 10% per canoni concordati), mentre quelle finanziarie al 26%, che scende al 12,5% per titoli di Stato (Bot, Cct e Btp).

Anche senza patrimoniale, basterebbe conglobare tutti i redditi nell’IRPEF – da qualunque fonte, immobiliare o finanziaria – per i contribuenti oltre una certa soglia patrimoniale, tassandoli all’aliquota marginale del 43%. È fattibile tecnicamente, ma richiede volontà politica.

I paradisi fiscali anche dentro la Unione Europea

È vero che in tal caso molti ricchi potrebbero trasferire la residenza fiscale all’estero, in paradisi lontani o vicini, e molti lo hanno già fatto. Alcuni paradisi fiscali si trovano persino nell’Unione Europea, come i Paesi Bassi, l’Irlanda, il Lussemburgo, Malta e Cipro. Già oggi, decine di miliardi di euro vengono sottratti al fisco italiano da persone fisiche e aziende che delocalizzano la residenza, con grave danno per l’erario.

La globalizzazione, con la liberalizzazione sfrenata di mercati e finanza, è stata una manna per le grandi ricchezze e un impoverimento per il lavoro. Si può e si deve cambiare, con regole internazionali più stringenti, a partire dallo smantellamento dei paradisi fiscali all’interno dell’Unione Europea. Questa deve essere la priorità assoluta della UE in campo economico e fiscale, altrimenti di cosa parliamo, delle dimensioni delle vongole?

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