Nasce il progetto per “La riduzione del danno psicologico nelle persone migranti LGBTQIA+”


Il 25 novembre all’Università di Verona il Circolo Pink, RedLab – Darkroom over the borders ETS e Terra dei Popoli hanno presentato il progetto dal titolo “La riduzione del danno psicologico nelle persone migranti LGBTQIA+”.
Un’iniziativa, si legge sulla locandina dell’evento, che “Nasce dalla volontà di rispondere in maniera integrata e multidimensionale ai bisogni delle persone migranti LGBTQIA+. Questo target è spesso soggetto a discriminazioni multiple sulla base di fattori quali: la provenienza geografica, l’appartenenza etnica o religiosa, lo status migratorio e le categorie sociali come il genere, l’orientamento sessuale e l’identità di genere”.
Per esporre le dinamiche sul significato concreto dell’operare con e per le persone migranti LGBTQIA+, Giovanni Zardini del Circolo Pink e Pink Refugees, un gruppo creato nel 2017 per l’esigenza di accoglienza per le persone migranti LGBTQIA+, ha spiegato che «I CAS, le cooperative, le strutture di accoglienza non sapevano come approcciare una persona LGBTQIA+ che era scappata dal proprio paese. Il gruppo non esisteva, l’abbiamo creato con tre persone migranti. In pochissimo tempo, fino al 2019 con l’arrivo del Covid, il gruppo è cresciuto in maniera esponenziale. Facevamo riunioni nella nostra sede tutti i martedì con cinquanta, quasi sessanta persone che arrivavano da tutta Italia. Abbiamo unito la parte di sportello a quella sociale e di socializzazione dato che all’interno delle riunioni c’è sempre un momento di socializzazione o di discussione di alcune iniziative».
Presenti alla conferenza di avvio i sostenitori Lorenzo Bernini, moderatore della giornata, Roberto Leone, Radici del Diritto, Jacopo Buffolo, assessore Pari opportunità e diritti umani, Jessica Cugini, consigliera del Comune di Verona, e Marta Milani, del Centro Studi Interculturali.
Prosegue Zardini «Siamo riusciti a far crescere il gruppo in maniera imponente con tutta una serie di difficoltà e un carico psicologico su noi operatori del Pink non indifferente. A operare all’interno di questo gruppo siamo in sei ed è un lavoro molto duro un lavoro, anche perché su determinati argomenti Verona non è proprio una città “facile”, senza contare poi il carico emotivo. Abbiamo capito nel corso degli anni che l’emergenza è molto forte toccando con mano il sex work, le dipendenze, la fame, i bisogni di casa, di lavoro, i problemi psicologici, se non psichiatrici. Non esiste assolutamente conoscenza del migrante LGBTQIA+, con tutte le sue esigenze. Essere LGBTQIA+ in Europa è una cosa essere LGBTQIA+ in Africa è completamente diverso culturalmente, antropologicamente e socialmente. Da quando abbiamo aperto il gruppo sono passati dall’associazione 367 migranti e 146 di queste e questi hanno ottenuto lo status di rifugiato, mentre 15 invece le umanitarie e speciali. Il carico che noi abbiamo è estremamente importante dato che accogliamo persone da tutta Italia, da Trento fino a Crotone».

Durante la conferenza si è sottolineato come dal 2012 ci siano stati oltre 1400 episodi di omolesbo-transfobia. A tutto ciò si unisce la scarsità di fondi per aiutare concretamente le persone migranti LGBTQIA+. Il progetto per la riduzione del danno psicologico nelle persone migranti LGBTQIA+ mira a contrastare questi ostacoli in ottica intersezionale dato che l’esposizione a discriminazioni di vario genere sono perennemente amplificate.
Sono intervenute Clara Bigiarini e Maria Grazia Krawczyk Desk officer e project officer del Programma giustizia di genere Oxfam Italia. Sulla “Specificità delle persone LGBTQIA+ con background migratorio” Paola Cherubini e Carolina Rigo, sul parternariato di Terra dei Popoli si sono confrontati: Chiara Giacomelli, Dinha Rodriguez Rodriguez, Gabriel Maria Sala. E Giorgio Bertini sulla “Psicologia della migrazione nella clinica transculturale”.
Pietro Albi di RedLab ha sottolineato come «Quando parliamo di minoranze sul nostro territorio non parliamo soltanto di un disagio come quello di essere in una terra straniera senza documenti, ma anche quello di essere catalogati diversi e diverse per un orientamento sessuale differente. A questo si somma lo stigma e i tabù che ci sono culturalmente all’interno delle diverse etnie di queste persone. Proprio per questo abbiamo deciso di avere un approccio intersezionale e soprattutto interdisciplinare.
Il progetto si svilupperà su cinque fasi. La prima fase è quella della comunicazione e del coinvolgimento dei beneficiari che si sta già effettuando su diversi livelli, sia dal punto di vista dei social media ma anche di rete private. In seguito stiamo attuando quella che è la formazione di un’equipe multidisciplinare. Questa formazione si sviluppa in quattro mesi e in ogni lezione attiveremo i gruppi di ascolto dove noi andremo ad accogliere persone che si saranno presentate appunto alle porte del Pink per partecipare a dei gruppi di ascolto collettivi.
Da qui inizieremo un percorso collettivo per poi andare lavorare sull’individuale, ovviamente in base alla persona. Durante questo percorso di gruppo, comunque, verranno sviluppati sia appuntamenti al Pink ma anche appuntamenti di storytelling fotografico tenuti da RedLab per utilizzare un sistema differente rispetto a quello del dialogo, quindi unire un’arte a quello che è potenzialmente uno strumento di autodeterminazione. Al termine di questo percorso, sia quello collettivo sia quello individuale, andremo a creare un’opera personale. Sarà creato infine un vademecum che andrà a sommare le nostre esperienze, tutte le buone pratiche emesse cercando di condividerlo con tutte le altre realtà».
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