Maradona, come invecchia un mito?
A cinque anni dalla morte, ora che l'emozione è quasi svanita, cosa ci resta di Diego Armando Maradona?

A cinque anni dalla morte, ora che l'emozione è quasi svanita, cosa ci resta di Diego Armando Maradona?

Come invecchia un mito? Rifulge di luce eterna o è il baleno fugace di un lampo che illumina il buio? E, soprattutto, chi ha il compito di prendersi cura di tutto il bagaglio di passioni, sogni, delusioni e memorie che certe storie si lasciano dietro?
Cinque anni fa la parabola umana di Diego Armando Maradona finiva mestamente tra le mura di una casa che, fin dalle prime ore successive al decesso, ha mostrato tutte le sue crepe. Uno di quei finali tristi che, in fondo, quasi ti aspetti quando si parla di uomini così affamati di vita da divorare persino se stessi.
Cosa resta, oggi, di Maradona? Ora che i coccodrilli e gli articoli immediatamente successivi alla scomparsa sono tornati nei cassetti, dove lo collochiamo Diego? Come raccontiamo la sua storia? Come la racconteremo in futuro?

Adesso che nell’ultimo lustro la Seleccìon ha conquistato tutti i trofei internazionali che le erano sfuggiti nei precedenti trent’anni, che peso diamo al fuoriclasse? Il paragone con Messi che, fino al Mondiale in Qatar, è stato impietoso e ingiusto nei confronti di Leo, ha ancora senso? E, se lo avesse, lo giudicheremmo con gli occhi di un quarantenne che ancora ricorda gli slalom di Maradona, oppure va ricalibrato attraverso gli umori dei diciassettenni di oggi, cresciuti a pane, gol e highlights della Pulce?
Sono un sacco di domande. Me ne rendo conto. Il fatto è che ancora fatico ad inquadrarla tutta questa situazione. Soprattutto se ci costringiamo ad osservarla solo da un punto di vista strettamente sportivo. Cioè, possiamo davvero ridurre Diego ad un solo ambito? Io non credo. E allora, che strada seguiamo per provare a ragionare su quest’uomo ora che l’emozione della scomparsa è scemata?
Potremmo ripartire da quell’ultimo istante di commiato. Senza voler indugiare nella tragedia umana o nei risvolti penali che ne stanno seguendo. A stroncare il corpo già martoriato di Maradona è stato un edema polmonare acuto che, a pensarci, non è così banale. È la morte di chi scala ad alta quota. Di chi raggiunge gli Ottomila, sente l’ossigeno svanire dai polmoni e scende in fretta. Troppo in fretta. Diego sull’Himalaya non ci è mai stato, ma le vette che ha toccato lui solo in pochi le hanno sfiorate. È che certi corpi, poi, sentono il richiamo della terra. E allora rovinano giù.
“È stato un disastro, ma così bello”. Una delle ultime battute con cui Anthony Quinn chiude la sua interpretazione di Zorba il greco, spuntando una nomination agli Oscar. L’essenza dell’esperienza vissuta senza badare al risultato. Il qui ed ora come filosofia di vita. Maradona, per chi l’ha conosciuto da vicino, è l’eroe che passa a prenderti sotto casa. Il campione che non si risparmia mai, dentro e fuori dal campo, incanta mezzo mondo e palleggia con tuo figlio in giardino. E quando è così, puoi perdonargli qualsiasi cosa, perdi oggettività e non puoi chiedere pareri. O ricordi. Per chi l’ha conosciuto così, la figura di Diego è trasfigurata nella luce del tramonto. Come quei surfisti sempre sorridenti, che non ci stanno a perdersi nemmeno un’onda.

Strana questa deviazione sul cinema. Una finta improvvisa, e la palla è già dall’altra parte. Ma forse nelle pellicole qualche appiglio si può trovare per arrivare ad una sintesi, anche minima. Per esempio, a volte me lo sono chiesto come devono essere stati gli ultimi attimi in cui Diego è stato cosciente a se stesso. Cosa può aver pensato guardandosi allo specchio. Me l’immagino un po’ come il Jack LaMotta di De Niro. Invecchiato, imbolsito, fenomeno da baraccone come Maradona in certi documentari che ne hanno seguito le ultime esperienze in panchina. Ad accomunarli c’è pure un talento primordiale, istintivo, più grande del gioco stesso. La grandezza che finisce per schiacciarti sotto il peso delle aspettative, dell’amore popolare e dell’idolatria. Un dono che diventa esagerato, ingestibile, doloroso.
Nella notte degli Oscar del 1981, nonostante svariate nomination, Raging Bull raccoglie solo il premio per il montaggio e per il miglior attore protagonista, De Niro e lo stesso Scorsese si fermano di fronte a Gente comune di Robert Redford, che in quell’edizione vince quattro statuette, comprese miglior film e miglior regia. Non una sorpresa, direte. Il sistema, alla fine, sceglie sempre i volti che rassicurano. Mica le storie controverse.

Già, il sistema. Come ho fatto ad arrivarci solo ora. Ve le ricordate le bordate che Diego tirava ad Havelange? Pensate cosa farebbe, oggi. Chissà come reagirebbe il capopopolo, il pirata, di fronte ad un mondo che seguita ad abbandonare gli ultimi al proprio destino. Esulterebbe per Curaçao che arriva al Mondiale, credo, ma sarebbe inorridito nel vedere Infantino ormai inquilino-scendiletto dello Studio Ovale. Magari è solo una mia illusione eh, ma lasciatemi credere che non avremmo mai visto Maradona sorridere di fianco a Trump in una grottesca comparsata finanziata dai miliardi sauditi.
Ognuno edifica il proprio mito come meglio crede, risponderebbe Cristiano Ronaldo. E, in effetti, anche in questa considerazione c’è molto di ciò che a Maradona non è stato concesso. La mitologia che nasce dal dolore è la più profonda e duratura. Pensate a ciò che il Grande Torino e Gigi Meroni rappresentano ancora oggi per il tifoso granata. La tragedia dell’eroe caduto nel momento di massimo fulgore è il passepartout per i cuori e i ricordi del mondo.
Diego, questo, non l’ha capito. E chi vive due volte, spesso, risulta meno simpatico. Soprattutto se riesce a regalarsi una seconda opportunità togliendosi dieci centimetri di stomaco. Se prova a gettarsi alle spalle una vita di eccessi e sregolatezza con un bypass gastrico che, nel 2004, trasforma l’uomo del popolo, con tanto di fiaccolate sotto le finestre dell’ospedale, nel volto delle prime serate televisive. Tirato a lucido e col sorriso da copertina. A quel punto hai due opzioni. Credi talmente tanto nella tua trasformazione da riuscire a dimenticare chi eri, e e farlo scordare pure a noi, oppure cadi di nuovo. Sarà che l’abbraccio del passato è sempre così difficile da sciogliere. E quando cestini pure la seconda occasione, è fisiologico che qualche lettore si allontani, perché gli ultimi capitoli del libro stanno un po’ sconfinando nel patetico.
A proposito di sconfinare, mi rendo conto che questo pezzo si sta rivelando un percorso a ostacoli. Confesso che nemmeno io ho ben capito come siamo arrivati fin qui. Così come il primo marcatore inglese, in quel pomeriggio dell’Azteca, non aveva certamente idea di come sarebbe terminata l’azione di quel capellone in maglia azzurra numero 10. Mica lo poteva sapere che, al termine di quella recorrida memorable, i leoni sarebbero entrati nella storia dalla parte sbagliata.

Prima di scomparire nel cielo come aquiloni cosmici, però, almeno un un punto fermo sulla nostra mappa dobbiamo trovarlo. E allora, forse sono proprio i luoghi a poter essere spazio di memoria condivisa. Penso alla Bombonera, dove il mito ha trovato la sua prima compiutezza. Dove il Diego bambino realizza il primo dei suoi sogni. Qualcosa in più di uno stadio. Alcova e altare laico. Se ne sta sempre lì, in mezzo alle case. Vecchio, cade letteralmente a pezzi. Non so da quanti anni non lo ripitturano di giallo e di blu. Le crepe nel cemento tenute insieme da una passione che travalica la nostalgia. Il cuore del Pibe de Oro è ancora lì. Che batte ai piedi della Doce.
Perché Maradona non lo puoi scindere da quell’energia che ti smuove dentro. Diego è stato, ed è, un legame con l’irrazionale. Il ponte con quel regno che non ha bisogno di nessuna mediazione intellettuale e arriva diretto, a tutti. Radice e incanto di un mondo che trova nel tifo una delle sue ultime barricate issate di fronte ad una società che, quel ponte, cerca di abbatterlo da almeno tre secoli. “Non sei solo gioco, non sei solo battaglia, sei il mistero terrestre…”. Neruda non l’ha mai visto nemmeno allacciarsi gli scarpini, ma certi universi aveva imparato a sondarli prima di molti altri.

Ho messo in fila un sacco di parole. La fine del pezzo si avvicina e non ho trovato risposta a nessuna delle domande poste all’inizio. E forse pure questo è un insegnamento di Diego. Che per apprezzare il gesto non si deve necessariamente guardare a come finisce l’azione. Che pure nei ghirigori, del calcio e della vita, puoi trovare il senso di un viaggio. La bellezza non fa previsioni e non ha responsabilità. Esiste, punto. Ho in mente una schiera di trequartisti balcanici che questa lezione l’hanno assimilata alla perfezione.
Allora, se la vediamo così, perdono importanza le risposte. Casomai, arriveranno col tempo. Quindi freghiamocene e chiudiamo pure con un’altra domanda, da fare direttamente a Diego. Solo che, la mia, mica ve la dico. Già l’ho fatta quando pulsava dentro. La vostra, invece, potete fargliela di persona.
Maradona lo trovate seppellito al Jardin de bella Vista, distante da la Boca e pure da Villa Fiorito. Di fronte all’entrata del cimitero ci sta un quartiere popolare, qualche negozietto, un bar, fruttivendoli e case sgarrupate. Esattamente il mondo da cui proveniva, e che lo ha amato alla follia. Si entra, pochi passi lungo il sentiero e la lapide è lì, sulla destra, in mezzo al prato. Insieme ai suoi genitori. Passategli accanto, fermatevi un istante. Chiedetegli quello che volete, condividete un ricordo, anche una critica. Non preoccupatevi. Diego due parole le scambia sempre volentieri.
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