Si è tenuta il 14 novembre all’Unipol Arena di Bologna la prima delle tre date di italiane dei Radiohead. Un evento atteso, preceduto da polemiche sul sistema di prenotazione dei biglietti, macchinoso certo ma che nelle intenzioni voleva essere il più democratico e trasparente possibile, e da una serie di questioni per le posizioni politiche espresse dalla band sulla questione palestinese.

Che il sistema di prenotazione abbia funzionato parzialmente lo si può notare dall’amplissima presenza di pubblico straniero a lingua inglese, a dimostrazione che l’obiettivo di raccogliere il pubblico più prossimo alle location è da ripensare. La sala, stracolma, presenta un palco poligonale che sostanzialmente è un cerchio; a rendere straniante l’impatto iniziale è una sorta di cilindro che racchiude il palco e che lascia intravedere gli strumenti. Al centro, poco visibile, una botola per la band e il personale di servizio.

L’inizio del concerto con Planet Telex sembra quasi uno scherzo: la band, nella sua formazione storica al completo, si intravede appena attraverso una schermatura a cilindro, che a sua volta diventa una sorta di grande schermo circolare con una regia molto attenta e creativa. Certo, rendono l’idea ma insinuano il terribile sospetto che sarà come vedere un film a casa in tv. Ma è solamente un momento. Il cilindro si alza e divide in vari pannelli, che si muovono autonomamente, e compare la band. Rimarranno elemento visivo di grande impatto nel raccogliere i dettagli più suggestivi degli artisti in azione.

Il concerto si articola in due fasi distinte. Una prima fase molto spinta, quasi jungle, molto lontana dai primi dischi, con brani tratti da In Rainbows, The Kings of limbs, Hail to the thief e ok Computer. La band, con un batterista aggiuntivo, arriva in alcuni momenti ad avere quattro elementi alle percussioni: fortissimo l’impatto, anche se l’effetto in alcuni brani risulta alla lunga un po’ snervante e non sempre leggibile. Una seconda parte invece più intima più riflessiva con ballate e grandi classici. A fine serata, si fanno ricordare Stand up, Videotape, No surprises, There there, Lucky, Fake Plastic Trees, Paranoid Android e Karma Police, a conclusione della serata.

La band

Thom Yorke si veste e balla come un assiduo del bar sport, dosa la voce al risparmio ma quando deve spingere risulta precisissimo e inteso come in You and whose army?; è molto cambiato rispetto alla sua fase giovanile, diverso sia fisicamente sia nel suo atteggiamento ma più libero ed è evidente che si diverte un sacco. Jonny Greenwood, sempre più accartocciato, si districa tra Telecaster e sinth; Colin Greenwood, che in molte situazioni non impegnato, cerca di sintonizzarsi con il pubblico con risultati modesti. La band, disposta essenzialmente sui bordi per essere visibile a 360 gradi, vede Yorke cantare alternativamente sui verso i lati lunghi per non deludere il pubblico che, peraltro, si lascia coinvolgere tanto da risultare in alcuni brani un componente in più del suono.

Unica pecca davvero i suoni in alcuni passaggi. L’impianto non sembra all’altezza per delle sonorità così complesse e stratificate e così tende a mescolare e semplificare; la stessa chitarra acustica risulta ipersatura sui medi. Certo, non è cosa semplice gestire la quantità e la tipologia di strumenti presenti sul palco, ma nella prima parte del concerto la voce di Yorke risulta molto bassa rispetto al resto; il basso estremamente confuso e pastoso tanto che si fatica a distinguerlo e, soprattutto, nella parte finale mancano del giusto volume gli assoli di Greenwood, in pezzi poi come Just. Ci si aspettava di più da una postazione fonici simile alla Launch Control Center della Nasa.

In conclusione, due ore e cinque minuti senza pause, senza cali di intensità, senza inutili chiacchiere o ammiccamenti. Un’esperienza al limite del catartico; chi pensava che il progetto parallelo dei The Smile avesse in qualche modo minato le fondamenta dei Radiohead ha sbagliato di grosso.

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